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AGORApopolare
la piazza dei cattolici democratici che si ritrovano con lo spirito dell'INTESA
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Alberto Monticone
Presidente Nazionale di ITALIA POPOLARE

politica interna
Alberto Monticone: intervento all'assemblea costitutiva dell'INTESA CIVICA POPOLARE
4 marzo 2009
Roma, 28 febbraio

Quando nel 2003, ad un anno dallo scioglimento del PPI e dalla sua confluenza nella Margherita, insieme con Gerardo Bianco e Lino Duilio costituimmo il movimento “ Italia Popolare”, nutrivamo il desiderio di mantenere presente e viva una espressione politica, autonoma del cattolicesimo democratico e popolare, ripartendo per così dire dal basso, dal territorio, dalla città, per una via della quale ancora non scorgevamo la meta né avevamo la pretesa di saperlo fare. Eravamo preoccupati non tanto della fine di una formula partitica, quanto piuttosto dell’abbandono di un patrimonio di pensiero e di valori e del possibile inaridimento di un sentire e di una azione collettiva che avevano sperimentato successi e sconfitte, un patrimonio che aveva prodotto in forme diverse nel tempo e nel tipo e comunque autentiche e non esclusive, l’impegno civile tendenzialmente unitario di molti cattolici italiani. Non pareva infatti sufficiente, per una rifioritura avvenire secondo l’originalità delle nuove generazioni, conservare una cultura cui attingere senza offrire nel contempo gli strumenti politici che consentissero di far fruttare quella ricchezza rigenerandola nel tempo.

I primi passi di Italia Popolare furono incoraggianti, soprattutto perché si potè constatare quanto fosse diffusa nell’area cattolico democratica in ogni realtà territoriale del Paese l’attesa di una forma nuova di partecipazione e di rappresentanza, che da un lato rinnovasse in modernità di stile e di risposta alle esigenze del bene comune la vitalità della ispirazione cristiana nella laicità della politica, dall’altro si svincolasse dal crescente forzato bipolarismo, strettamente correlato alla guida carismatica di pochi capi. Alcuni di noi, ancora eletti in Parlamento come popolari nelle liste dell’Ulivo, rimasero ovviamente fedeli al mandato ricevuto e parteciparono all’attività dei gruppi parlamentari, anche quando questi furono costituiti come Margherita, ma percepirono che in quel partito si andava procedendo verso un nuovo approdo, il Partito Democratico, con una accentuazione tanto del bipolarismo quanto della personalizzazione della guida. E in effetti la nascita della nuova struttura partitica nel biennio di governo del centrosinistra tra il 2006 e il 2008, portò ad un ulteriore passo verso il bipartitismo verticistico e purtroppo anche ad un maggiore distacco tra la classe politica, chiusa nella presunta più efficace dialettica tra maggioranza ed opposizione, e la cittadinanza, chiamata a sanzionarne le scelte con il “voto utile”, quasi che le piccole minoranze non siano più utili alla democrazia, all’uguaglianza e alla libertà e non contribuiscano ad interpretare pienamente il Paese, e in modo specifico le diverse minoranze e gli “ultimi” della società e della politica.

Credo sia doveroso e giusto avere il più sincero rispetto degli ideali e dell’azione di quanti, pur nella diversità delle provenienze culturali e politiche, e per noi in modo speciale di coloro che militano da laici cristiani nel PD, tanto più in questo momento cruciale per quel partito, ma non si può non constatare che una politica riformista non può prescindere da una libera pluralità della rappresentanza e da un costante riferimento alla complessità e molteplicità del sentire dei cittadini, senza pericolose e inadatte semplificazioni, soprattutto se compiute in strutture di fatto centralizzatrici. Si aggiunga che, per tutti ma specialmente per i laici cristiani, è difficilmente praticabile un progetto politico, che debba continuamente cercare la mediazione su problemi fondamentali non per la fede ma per la concezione dell’uomo o addirittura di tenerli accantonati e riservati alla libertà di coscienza.

IP nei cinque anni del suo operare ha incontrato ed ascoltato molte realtà vive e ha partecipato a competizioni elettorali amministrative da sola o con formule civiche rispondenti alle diverse situazioni locali, ma sempre rigorosamente coerenti con la sua scelta costituzionale e democratica, con l’ispirazione cristiana e con gli orientamenti del magistero della Chiesa, ottenendo in non pochi casi propri rappresentanti specialmente giovani. La sua azione però non si è limitata ai momenti elettorali locali, si è invece ampliamente sviluppata intorno ai temi nodali della politica nazionale ed internazionale, incontrando difficoltà a mettere nel grande circuito mediatico idee, proposte ed attese, ma con la libertà, l’equilibrio e l’ardire di chi non è indotto a cercare mediazioni riduttive e solitarie o talora compromessi, ovvero ad invocare ripetutamente il diritto all’obiezione di coscienza: solo così si è in grado infatti di tendere ad una alta mediazione civile, quale appunto può esercitarsi non da singoli ma in un movimento coeso e coerente.

Ma, come ben è evidente dagli eventi degli ultimi anni, la politica italiana ha subito radicali trasformazioni, anzitutto nel metodo di governo a tutti i livelli e nei rapporti tra i cittadini e le loro rappresentanze, mentre si è affievolito in essa lo spirito della Carta costituzionale , una sorta di secolarizzazione dai valori stessi della democrazia. Il governo di legislatura di centro-destra, guidato dall’on. Berlusconi con spiccati caratteri personalistici e populistici, non del tutto estranei agli stessi oppositori, ha accentuato la tendenza al bipolarismo forzoso, alla concentrazione del potere nei partiti e nei loro capi, alla politica come grazia che scende dall’alto per gradi selettivi, alla scelta degli interessi forti, alla giustizia sociale come beneficenza.

Non sono bastati né la resistenza di gran parte delle amministrazioni regionali, provinciali e comunali, di pur diverso colore, a correggere la verticalizzazione e l’accentramento dei poteri, né l’impegno delle opposizioni, profuso su singoli rilevanti aspetti dei problemi sociali ma non adeguato a far fronte alla strategia complessiva del governo di centro destra, che in singoli ambiti e con accorta propaganda si guadagnava il consenso di un elettorato che faticava a scorgere, nello stile e nel metodo del centro-sinistra, una vera alternativa. E’ vero che la riforma costituzionale del centro-destra venne bocciata nel referendum del 2006 dopo la risicata vittoria del centro-sinistra e tuttavia proprio nella politica istituzionale e dei rapporti tra cittadini e rappresentanze la maggioranza di centro-sinistra, che pur avviava alcune importanti riforme in ambito interno ed internazionale, non si discostava nettamente dal modello dei suoi avversari. Il Paese si sentì estraneo ad una competizione che non lasciava scorgere una profonda diversità di metodo, che si esercitava tra gruppi dirigenti ristretti, che richiedeva di stare da una parte o dall’altra senza badare troppo alla pluralità dei convincimenti, che si avvaleva della specularità di un bipartitismo strisciante, che puntava al voto “utile” emarginando o assorbendo le minoranze. La crisi del governo Prodi non venne tanto per responsabilità di qualcuno: fu soprattutto conseguenza della mancata vera alternativa che potremmo chiamare civica, nel senso di recepire, interpretare e guidare le istanze dei cittadini, e che non si limitasse a racchiuderle in contenitori predisposti ovvero a chiedere l’assenso ad un programma offerto dal centro. Così vinse, non solo in maniera vistosa le elezioni politiche ma anche in alcune regioni e amministrazioni, chi aveva più abilità di presentarsi come l’uomo forte, guida di un movimento coeso e obbediente, capace di mettere a posto le cose per conto di tutti.

In una situazione nella quale la partecipazione politica è costretta a ridursi alla opzione di stare di qua o di là, non in coalizioni o schieramenti compositi ma in strutture di tipo partitico, e la rappresentanza viene scelta dai capi dei partiti senza una valutazione delle idee e delle persone da parte degli elettori, chi ha forti convincimenti ideali e valoriali non ha vera libertà di espressione.

Per i cattolici la situazione si è fatta molto difficile, proprio se non intendono essere clericali e se non vogliono né acconsentire ad un uso strumentale della religione da una parte né dall’altra ridursi a dissenso personale di coscienza su temi dirimenti nella visione dell’uomo, della persona e della comunità, secondo l’etica cristiana e i principi della Costituzione. Essere cittadini, da laici cristiani, è sempre stata una sfida per i singoli e per i gruppi, ma oggi essa è divenuta particolarmente gravosa e difficile per il rarefarsi dei luoghi di aggregazione politica con ispirazione cristiana e per il venir meno di formazione comunitaria alla cittadinanza, che porti alla assimilazione del magistero sociale della Chiesa da parte dei laici e consenta loro di tradurlo responsabilmente in azione che eviti il coinvolgimento della Chiesa stessa. Anche nel nostro Paese, e non solo per recentissime drammatiche e dolorose vicende circa la fine della vita, i rapporti tra la scienza e la visione dell’uomo, tra gli strumenti disponibili e i criteri della loro applicazione, tra l’etica personale e l’ethos civile sono entrati con forza nella politica e non possono più essere lasciati solo alle decisioni personali né demandati a valutazioni di maggioranze di partito né ovviamente a sondaggi di opinioni, che non sono ancora politica.

Oggi non è più il tempo di scrutare se vi sia uno spazio nella geografia partitica per un movimento o gruppo politico, che abbia le radici del suo impegno civile nella ispirazione e nella laicità cristiane, è piuttosto il momento cruciale nel quale interrogarsi da cattolici sul come servire il Paese per il bene comune, da una sponda per il tutto, non come individui ma in solidarietà di principi e in amichevole intesa di scelte civili. Lo sguardo dalla condizione pubblica della cittadinanza deve tornare dunque su ciascuno e su quanti già sono insieme in movimento. Il sestante della politica dei cristiani nel nostro Paese va quindi orientato a fare il punto interiore per spingersi in avanti, non per ripiegarsi sulle certezze del porto dal quale si proviene; per inventare una rotta originale al di là di schemi prefissati o cogenti; per puntare ad un approdo sicuro dal profilo caro alle speranze e agli ideali, non definito in patteggiamenti o sottaciuto; per portare la propria merce solida come contributo tra gli altri alla possibile felicità della comunità che amiamo.

Italia Popolare pertanto, conclusa una prima tappa del suo percorso, consapevole dei mutamenti della situazione del Paese e delle attese dei cittadini, nonché delle proprie inadeguatezze nel passato, eppure fedele alla sua origine e al suo disegno di servizio, si rimette in cammino in un insieme più vasto, non solo per varietà di gruppi, di persone e di iniziative, ma di motivazioni, di esperienze e di ideali, in totale coerenza con il proprio metodo di riferimento radicale alla città e al territorio e di amicizia cristiana e civile. Non sappiamo quando vedremo da vicino l’approdo – un movimento politico originale nel quale i cattolici italiani, se vogliono, possano riconoscersi ed operare insieme con libertà e responsabilità ad ogni livello – e qualcuno di noi, più di altri, può ritenere che quel momento non sarà forse per lui, ma a maggior ragione ci affrettiamo a sciogliere le vele. Più che una volontà, è per noi un dovere.

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