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26 novembre 2007

RAPPORTO CISF, FAMILY DAY E ROSY BINDI

 
    lun, 19 nov 2007
Appare interessante il seguente articolo che abbiamo rintracciato sul sito di Officina 2007
 

Nel rapporto CISF, presentato recentemente, Pierpaolo Donati ha stilato 9 criteri per riconoscere cos'e' una famiglia cui dare rilevanza in maniera giuridica: ed e' quella fondata sul matrimonio, in base agli indici di stabilita', ruolo sociale, investimento sul futuro, econdita'/fertilita'. Le coppie di fatto, secondo il Rapporto CISF mancano del "valore aggiunto" delle famiglie, che si prendono un impegno sul lungo periodo e si assumono obblighi verso la societa'. "Le tutele - ha spiegato Donati - devono essere proporzionate alle obbligazioni assunte". Per chi si sposa c'e' il regime giuridico dei diritti e doveri della famiglia, Per chi non vuole assumere queste obbligazioni, ci sono i diritti e i doveri delle persone. Rosy Bindi non ci sta. E al dibattito di presentazione del Rapporto CISF afferma che "il mondo cambia e l'ordinamento giuridico non puo' ignorarlo e non puo' non regolarlo". Per lei l'ultimo Rapporto CISF e' il frutto amaro delle contrapposizioni che avrebbe creato il Family Day. Don Sciortino, Direttore di Famiglia Cristiana, risponde per le rime: "capisco le preoccupazioni del Ministro Bindi sul fatto che uno scontro ideologico possa bloccare le iniziative a sostegno della famiglia. Ma nonostante la sua buona volonta' non e' riuscita a ottenere nulla più di quando il Ministero della famiglia non c'era. Stiamo attenti, perche' finisce che ad essere discriminata e' proprio la famiglia descritta dall'art 29 della Costituzione, la societa' naturale fondata sul matrimonio. Non si puo' far confusione tra la famiglia a cui per legge si chiedono determinati doveri e altre forme di convivenza che sembrano avere solo diritti. Non e' giusto. Diventa un torto" Aih, aih Rosy.... A forza di fare i cattolici adulti si diventa CATTOCONFUSI. Angelo Verardi


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permalink | inviato da AGORA'popolare il 26/11/2007 alle 20:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

23 agosto 2007

Cattolici democratici: la capacità di ricominciare ad indignarsi

 Di cosa si discute oggi nei corridoi della politica?

A destra dell’operazione “Partito delle Libertà” costruito a tavolino, dell’intercettazione dei voti in libera uscita dal centro-sinistra, dello sciopero fiscale proposto dai leghisti in spregio ad ogni senso dello stato e di un autentica etica della responsabilità. A sinistra della guerra tra correnti per il potere nel Partito Democratico, di come limitare lo smottamento elettorale dovuto ad un governo incomprensibile e distante, delle manifestazioni autunnali della sinistra massimalista contro il proprio stesso governo.

Che cosa si legge sui quotidiani?

Ieri una pagina intera su “la Stampa” dedicata alla neo radical chic di sinistra Rosy Bindi, con un preciso intervento sul suo look, del logo e del controllo di quella macchina organizzativa ed economica che sono le Feste dell’Unità, dei malumori dei colonnelli berlusconiani contro la Brambilla, quella dei “circoli della Libertà”, ecc…

Insomma ci si trova di fronte ad una abbondante quantità di marketing elettorale, neanche di alto profilo. La forza delle idee sta sparendo, relegata in editoriali e convegni dedicati agli addetti ai lavori, e con essa la forza di indignarsi. Quanta indignazione vi è oggi per gli ex appartenenti alla P2, ossia alla massoneria deviata, che si trovano in posizioni rilevanti? Quanta indignazione per gli ex delle Brigate Rosse nella stessa situazione? Quanta indignazione per i cattivi maestri, che pontificano giornalmente, provenienti o riciclati da esperienze che pochi considerano positive (es. Lotta Continua)?

Ecco un altro compito per i cattolici democratici: tornare ad indignarsi!

14 agosto 2007

cattolici democratici e laicità: diversa impostazione rispetto alla Bindi

Nelle sue  dichiarazioni l'on. Rosy Bindi, attuale ministro della famiglia, ma sopratutto candidata alle primarie del Pd, oltre a consolidare la sua posizione legata alla trasformazione di una alleanza (centro-sinistra) in una identità (centrosinistra) ribadisce con costanza le sue posizioni sulla laicità ( in una intervista del 14 agosto su "La Repubblica" parla di nuova laicità). Appare un discorso importante perchè da qui nascono discrimini e differenze sostanziali da cui discendono posizioni diverse che rendono divergente la strada dell'impegno politico dei democratici rispetto ai popolari. L'onorevole pare partire costantemente dall'idea guida della contaminazione che si muove sulla strada di quella che potremmo definire una interpretazione alla francese della laicità. Su questo si è riflettuto durante il Convegno Ecclesiale di Verona: appare interessante andare a riprendere una parte del documento di Luca Diotallevi intitolato "la questione della cittadinanza e la speranza cristiana oggi"  che esamina con estremo interesse proprio la questione della laicità. "Il santo (il battezzato) è chiamato a fare quanto nelle sue possibilità per la città perché è amico delle donne e degli uomini e della loro libertà, consapevole che essi “possono volgersi al bene soltanto nella libertà” (Gaudium et spes, n. 17), libertà per cui il mondo – in quel senso preciso – è una minaccia e la città una tutela.
Un riferimento a proposito del rapporto tra religione e politica
Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad un interrogativo con il quale invece il nostro discernimento è chiamato a fare i conti.
Affermare che la speranza della Chiesa e dei credenti reca un contributo all’opera eminentemente pubblica di edificazione e mantenimento della città non equivale a mettere in discussione e forse a violare il principio di laicità? Anzi: affermare la intenzione di una testimonianza pubblica della speranza cristiana e del suo aperto coinvolgimento in imprese civili non ci pone già tra coloro che in questo momento attivamente operano contro i valori della laicità?
A questa domanda non è possibile dare una risposta immediata, indipendente da altre premesse.

All’interno della modernità vi sono infatti almeno due grandi famiglie di soluzioni alla istanza, dalle profonde radici cristiane, di separazione tra i poteri religiosi e tutti gli altri poteri civili (aspetto della più generale istanza della separazione dei poteri e della differenziazione delle istituzioni).

Nella soluzione offerta dal paradigma della laïcité trova un culmine (esemplarmente realizzato dalla Francia giacobina e poi dalla legislazione novecentesca di questo stesso paese), con riguardo alla religione, una variante del processo di egemonia della politica su ogni istituzione sociale avviatosi con l’esito della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648). La ragione dello Stato sacralizza i propri princìpi ed i propri testi, elabora ed impone la propria etica, dà forma all’unico ed uniforme spazio pubblico dallo Stato stesso completamente controllato.

Diversamente, la soluzione offerta dal paradigma della religious freedom, il cui originario riferimento storico è il Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America (1791), esprime, con riguardo alla religione, un orientamento alternativo a quello anzidetto, guidato dall’idea di una società aperta e plurale, articolata in numerose istituzioni – incluse quelle religiose – reciprocamente capaci di controllo e di riequilibrio, di una società non senza politica ma senza Stato (stateless society). Come è noto, questo emendamento fissa una coppia di principi: nessuna integrazione di una organizzazione religiosa nel sistema politico – disestablishment of church – e affermazione del valore essenziale del contributo (dunque tendenzialmente incoercibile) della religione alla vita pubblica – free excercise –.

Se la modernità è istanza anche cristiana di separazione tra politica e religione, i due paradigmi di modernità appena ricordati ci si offrono attraverso due variegate famiglie di concrete istituzionalizzazioni di questa separazione. In un caso – quello della laïcité – di separazione con subordinazione (della religione alla politica) e nell’alro – quello della religious freedom – di separazione senza subordinazione. [Di qui un possibile nesso con le tematiche raccolte per il nostro Convegno Ecclesiale intorno alla parola chiave «tradizione».]

Evidentemente, ciascuno di questi due orientamenti generali fornisce una risposta molto diversa al quesito sulla legittimità del concorso pubblico che la speranza cristiana può dare alla impresa civile. Tale concorso è nella prospettiva della laïcité, nel migliore dei casi, accessorio e sempre sub sudice, nella prospettiva della religious freedom è essenziale e rimesso al regime del pubblico confronto.
Non possiamo dimenticare che non è mancato chi nella sottolineatura di un ruolo pubblico per la Chiesa ed il cristianesimo ha trovato motivi per temere una riduzione di questo a religione civile. Di nuovo conviene tornare alla alternativa tra laïcité e religious freedom. Mentre nella prospettiva della laïcité religione di Chiesa e religione civile sono fenomeni dello stesso genere, e quest’ultima si propone di soppiantare quella (almeno in pubblico), nella prospettiva della religious freedom religione di Chiesa e religione civile sono fenomeni distinti che svolgono funzioni diverse, ed è la religione civile ad essere vincolata (tra l’altro) alla religione di Chiesa, e senza alcuna reciprocità.

In generale, non mancano ragioni di fatto e di principio perché i cattolici, e più in generale tutte le confessioni provenienti dalla tradizione ebraico-cristiana, si impegnino ancora per la difesa ed il rinnovamento di assetti istituzionali e culturali nei quali le istituzioni, le organizzazioni e le culture religiose concorrono in varie forme a sostenere ed orientare un regime di separazione tra politica e religione"
. (http://www.avvenireonline.it/Verona/Documenti/20061018.htm)

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