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11 dicembre 2016

Riflessioni post referendum di Giancarlo Chiapello

Giancarlo ChiapelloForse si apre finalmente un tempo nuovo, quello dei “diritti e dei doveri” per usare le parole di Aldo Moro, dopo un ventennio di ricerca di un assetto politico italiano fallito.

Il referendum costituzionale del 4 dicembre infatti sancisce uno spartiacque significativo rispetto all'ubriacatura di una politica liquida, maggioritaria, leaderistica: gli italiani, in particolare i giovani, si sono espressi con estrema chiarezza in difesa della Costituzione della Repubblica, di una democrazia integrale che possa avere come elemento caratterizzante non la velocità ma la qualità, non la concentrazione del potere ma un' architettura istituzionale chiara che possa fare da richiamo al ritorno ad una politica legata ai valori, alla partecipazione, alle autonomie locali, a identità precise e non vaghe, andando oltre uno schema bipolare e muscolare, fondato sulla costante delegittimazione reciproca, ormai alle corde.

Se la filosofia centralista della riforma era congeniale al proseguimento del vecchio scontro destra/sinistra con grandi calderoni in costante assetto elettorale, oggi si apre lo spazio per ricostruire buona politica, che non nega il confronto anche duro ma ricostruisce la capacità di sguardo prospettico. Si accusa i sostenitori del no alla riforma di non avere idee per il paese: falso, innanzitutto è ora di applicare davvero tutta la Costituzione dando gambe ad esempio alla visione sociale dell'economia di mercato in essa contenuta, al funzionamento del tanto vituperato CNEL come luogo vero e concreto di confronto e proposta per il mondo del lavoro, ad un rilancio del patrimonio originale dell'Italia che sono le sue autonomie locali (che rappresentano tra l'altro palestre di democrazia da sostenere e riqualificare tornando ad allargare la rappresentanza fino ad oggi sempre più ridotta per una cattiva interpretazione dei costi della democrazia) anche sfoltendo il sottobosco degli enti inutili che hanno risucchiato, a caro prezzo, competenze agli organi democratici.

Per quanto riguarda il quadro politico punto di riferimento può essere il pensiero di don Primo Mazzolari, ossia “né a destra, né al centro, né a sinistra ma in alto”: occorre superare la geometria politica con cui ci si è baloccati a tavolino per troppi anni garantendo la sclerotizzazione della classe dirigente italiana troppo poco formata politicamente: ripartire da movimenti che nascono sul territorio, da valori condivisi, vuol dire anche impegno per la formazione e garanzia di un cursus honorum che torni a evidenziare la necessità della “gavetta”. Insomma non si plana a Roma ma ci si arriva mettendosi in cammino in mezzo alla propria comunità, partendo dal territorio con la propria identità condivisa con altri, imparando che, come diceva Mounier, la più grande virtù del politico è la visione d'insieme!

Ed i cattolici? Dopo tanto declino ed afonia, dopo l'accompagnamento ad una diaspora senza risultati apprezzabili, dopo scelte errate di tanta dirigenza del laicato cattolico anche a proposito del referendum – dimostrando una grande lontananza dalla base e una eccessiva vicinanza a salotti e potere –, dopo deputati nominati che usano l'aggettivo “cattolico” nei comunicati stampa ma si dimenticano l'identità cattolica in aula al momento del voto per ordine di partiti/contenitore in cui altrimenti non verrebbero ricandidati, c'è bisogno di una bella attraversata nel deserto, una assunzione di responsabilità, che per qualcuno vuol dire anche dimissioni o silenzio, per riscoprire le ragioni del servire, i motivi per ritrovarsi, fuori dagli schemi divisivi, che agevolano solo ristrette élites, e dalla tendenza al tifo tipica della concezione dell'uomo della provvidenza.

I cattolici italiani lungi dal riunirsi per un pericolo esterno devono oggi trovarsi “in alto”, in posizione diversa dalla demagogia di ogni colore, da formule vaghe ed elettoralistiche senza più significato come quelle del moderatismo o del riformismo, per rituffarsi nell'agone politico riannodando, per chi si riconosce, il filo della propria storia popolare e democratico cristiana che ha sempre dato voce e rappresentanza chiara a quella maggioranza silenziosa che si è pronunciata massicciamente il 4 dicembre. Si apre una grande opportunità a partire dai giovani che sono parte di un fiume carsico che scorre per i mille paesi della nostra Italia, sarebbe un peccato sprecarla! C'è bisogno di ricostruire autonomia di analisi, valutazione ed azione.

ARTICOLO APPARSO SU "IL DOMANI D'ITALIA": http://ildomaniditalia.eu/article/riflessione-post-referendum

12 maggio 2008

Comunicato stampa dei popolari piemontesi, della provincia di Torino

pubblicato su "Il nostro tempo", giovedì 7 maggio 2008

in considerazione dell’attenzione che negli ultimi giorni è stata attribuita alle questioni interne del Partito Democratico, in particolare su quelle che vedono protagonisti ex dirigenti del Ppi lì confluiti, mi preme fare alcune considerazioni. E’ interessante sentir parlare di centro e di cattolici democratici ma non si può tacere che ciò avrebbe senso su un piano di dignità della tradizione politica del popolarismo che non può prescindere da una triplice autonomia di analisi, valutazione ed azione. Nel 1999, all’indomani del disastroso risultato elettorale alle europee del Partito Popolare Italiano padre Sorge scrisse su “Jesus” un editoriale dal titolo emblematico “Il Ppi è morto. Viva i popolari” (per leggerlo: www.agorapopolare.ilcannocchiale.it). Ecco oggi ripartiamo da lì, perchè dopo che il Partito fu sciolto molti si sono abbandonati ad operazioni “neodemocristiane” che hanno forzosamente legato una presunta rappresentanza dei cattolici democratici alla conservazione di tipo contrattuale di una classe dirigente che per questo ha attraversato ben tre scioglimenti di partito, Dc, Ppi, Margherita, per approdare ora nel Pd. Abbandonando la zavorra di chi è costretto a sfilare sotto le bandiere rosse durante la festa di un 25 aprile, che ricorda la “Resistenza” quale momento fondativo della Repubblica, in cui i cattolici hanno svolto un ruolo imprescindibile, i “neopopolari”, cioè chi non ha seguito l’idea di ridurre il popolarismo a corrente, a casta che si perpetua, si apprestano a ricostruire la nuova frontiera del proprio impegno politico. Una realtà piccola? Non bisogna temere i piccoli numeri, perché è da essi che si rinasce e si rifonda una presenza rimasta vitale sul territorio. Nella nostra provincia “Italia Popolare”, presieduta da Alberto Monticone, a partire dalla realtà di Moncalieri, si propone di essere presente alle elezioni provinciali del prossimo anno realizzando un punto di convergenza delle forze cattolico democratiche che puntano a riaffermare la propria identità. Tornano i “liberi e forti” con la chiarezza delle proprie idee e dei propri programmi.

Cordialmente

GIANCARLO CHIAPELLO

Segretario cittadino dei popolari di Moncalieri

Vice segretario regionale di Italia Popolare

17 aprile 2008

Un articolo di Franco Garelli: "I cattolici sul Carroccio"

La Stampa, 16 aprile 2008

Voto cattolico in libertà o voto cattolico ininfluente? Voto cattolico ormai cristallizzato (tra destra e sinistra) o voto cattolico capace di dar vita in prospettiva a nuove aggregazioni? Attorno a interrogativi come questi si può costruire una prima analisi del risultato elettorale riferito alle sorti di un’area sociale che si considera importante o decisiva per le dinamiche pubbliche.

Da vari anni il pluralismo delle scelte politiche è un tratto del cattolicesimo italiano, con una quota di soggetti che l’ha praticato da sempre, mentre la gerarchia l’ha riconosciuto ufficialmente soltanto dopo la crisi acuta della Dc, a seguito di Tangentopoli e dintorni. Da allora lo slogan prevalente è che la Chiesa non dà indicazioni politiche e che i cattolici possono votare per partiti o schieramenti diversi, a patto che essi non siano contrari alla fede e ai valori «cattolici». È la teoria - più volte ribadita - del voto libero, ma non indifferente.

Ma non ci volevano certo queste elezioni per confermare che il mondo cattolico vota ormai in libertà. Piuttosto, ciò che emerso dalle urne due giorni fa offre al riguardo ben altre e più interessanti indicazioni.

Anzitutto che il successo elettorale della Lega nel Nord Italia sia in parte dovuto ad un mondo cattolico che trova nelle visioni e nel linguaggio del Carroccio vari motivi di assonanza e di convergenza. Il processo iniziato vent’anni fa nel Veneto bianco sta contagiando altre Regioni del Nord, in mancanza di risposte diverse. Chi ben conosce la provincia settentrionale conferma l’impressione che la Lega abbia calamitato il voto di non pochi cattolici, non soltanto di quelli tiepidi, ma anche dei più attivi e convinti, che frequentano con assiduità gli ambienti religiosi. Si tratta di un mondo che non ama i grandi cambiamenti, preoccupato di un cambio di scenari che minaccino le conquiste personali e famigliari realizzate nel tempo. Non tutto questo voto può essere considerato conservatore o razzista o così etnocentrico da guardare ai diversi come ad un nemico. Ma è indubbio che l’aumento degli immigrati stranieri, la crescita dell’Islam, la paura dell’impoverimento, la crisi del ceto medio, la facciano da padrona in una popolazione che difende anzitutto gli equilibri locali e che chiede di affrontare con gradualità il nuovo che avanza. La voce della protesta, un linguaggio concreto, il richiamo ad un «senso del noi» che offre appartenenza, possono aver fatto ulteriore breccia in un mondo cattolico portato - dalla sua vocazione moderata - a enfatizzare la questione dell’ordine pubblico e dell’integrità locale.

La seconda indicazione di queste elezioni è il debole peso del voto identitario cattolico. Mi riferisco al successo limitato del partito di Casini, che ha puntato a mobilitare la gente non soltanto con una proposta centrista e moderata, ma soprattutto proponendosi come una casa naturale per quanti (i cattolici in particolare) intendono difendere e promuovere il ruolo pubblico della religione. In particolare, però, non ha funzionato il richiamo di Pezzotta, che intendeva mietere il grano di una mobilitazione cattolica di popolo come quella del Family Day. Parte del mondo cattolico si coinvolge e scalda i muscoli in eventi para-religiosi come questi, ma essi non hanno una valenza politica, non sono luoghi o serbatoi di mobilitazione politica. Chi prende parte a questi avvenimenti può ritenere che i valori cari ai cattolici (vita, famiglia, bioetica, educazione, ecc.) siano meglio promossi o rappresentati più dai partiti del centro-destra che da nuove e incerte formazioni politiche orientate a creare nuove aggregazioni.

Il voto identitario cattolico, poi, sembra di debole peso anche in quel centro-sinistra che non è stato in grado di far breccia sui cattolici moderati politicamente incerti o delusi dal modello di Berlusconi. Nel Pd non mancano certo dei cattolici «ultras», ma essi si mescolano a gruppi di cattolici aperti sui temi della laicità, convinti del vantaggio pluralistico di convivere oggi con altre sensibilità culturali e politiche.

È stato detto che Veltroni ha perso la sinistra, ma anche il centro; e che l’asse Berlusconi-Fini si è spostato troppo a destra per permettere ad ampie quote di cattolici di riconoscersi nella loro linea politica. In questo scenario si può prevedere la nascita (dopo tanti anni) di un figlio della Balena bianca, capace di alterare gli attuali equilibri? Il centro politico può alimentarsi in futuro di cattolici insoddisfatti sia dello stile politico di Berlusconi, sia di un Pd che relega i cattolici ad una componente un po’ in sottotono del centro-sinistra? Nell’attuale bipolarismo rafforzato questa eventualità appare remota. Il tutto comunque dipende da quanto i cattolici dei due schieramenti si sentano a proprio agio nelle rispettive «case»; e dalla capacità di un centro cattolico di innovare la scena con un grande progetto politico. Come sempre, cercasi un leader, disperatamente.

26 marzo 2008

Alberto Monticone sui cattolici verso le elezioni politiche

intervista rilasciat al settimanale "La Guida" di Cuneo

I principi ai quali il cittadino cristiano deve ispirarsi nella scelta democratica dei propri rappresentanti sono ben noti e più volte rammentati dall’autorità ecclesiastica e ravvivati dall’ esperienza del laicato cattolico. Essi possono essere sintetizzati, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, nella sapiente e comunitaria lettura dei segni dei tempi, nella spassionata ricerca del bene comune, nella promozione e tutela dei valori fondamentali dell’uomo. La loro applicazione richiede da un lato il primato della coscienza e dall’altro il criterio dell’ animazione cristiana delle realtà temporali secondo il loro specifico compito. E’ pertanto subito evidente che non vi è spazio per cedimenti ad interessi settoriali, per trascuratezza del profilo etico delle persone e dei programmi, ma neppure per forme di integrismo clericale o di strumentalizzazione della religione. Ci si deve ispirare cioè al metodo della sana laicità, richiamato più volte da Benedetto XVI a cominciare dall’enciclica “Deus caritas est”.

2. I cattolici italiani oggi non sono più riuniti in maggioranza in un partito, quale era la DC, e costituiscono una presenza minoritaria nel panorama politico, dispersi come sono nelle diverse forze politiche dell’arco parlamentare, dalla destra alla sinistra passando per il centro. Il luogo naturale della loro collocazione – se tendessero a riunirsi e a superare la frammentazione – non sarebbe situabile in maniera geografica, ma si definirebbe per alcuni tratti caratterizzanti, che sono riconducibili al personalismo comunitario calato nella realtà odierna: anzitutto il riconoscimento del nesso inscindibile tra diritti e doveri, unito all’idea che i primi sono limitati dal rispetto di quelli degli altri; in secondo luogo l’obiettivo del servizio alla comunità civile nel suo complesso e nella solidale interazione fra le sue componenti; infine soprattutto un’etica cristiana vissuta con rigore e con semplicità, premessa indispensabile per un’ autentica ed incisiva animazione cristiana della società.

3. Una buona politica dei cattolici esige un progetto, non solo un programma elettorale, una idea della città dell’uomo qui e oggi, che, pur muovendo dai valori propri della fede incarnata ( libertà religiosa, tutela della vita e di tutte le vite dal primo all’ultimo istante, visione integrale dell’uomo nella sua dimensione materiale e spirituale, integrità della famiglia, libere scelte formative), divenga sostanza di azione politica, cioè contributo alla costruzione della casa comune dei cittadini. Non è sufficiente trasporre nell’impegno civile il magistero della Chiesa, che è vincolante per la condotta del cittadino cattolico, ma che richiede di essere da questi assimilato e vissuto nella sua personale responsabilità nello sforzo di servire il bene comune.

4. La legge elettorale con la quale andremo a votare, se ha di positivo il principio proporzionale, impedisce tuttavia al cittadino di esprimere la sua volontà nello scegliere tra i candidati le persone che meritano la sua fiducia.. Sono i partiti, anzi i loro gruppi dirigenti, ad aver designato l’ordine di eleggibilità nella loro lista e quindi a stabilire a priori chi, in proporzione al numero dei seggi della Camera o del Senato guadagnati dal partito, verrà effettivamente eletto. La mancanza dell’ indicazione della o delle preferenze costituisce un grave problema per tutti, ma specialmente per i cattolici, dato che, essendo essi presenti in diversi partiti, si trovano a dover votare secondo la graduatoria fissata dai partiti stessi, nei quali convivono orientamenti e profili personali anche assai lontani dalla laicità cristiana sopra ricordata. Si aggiunga che la tendenza a concentrare nella figura del leader la rappresentanza del progetto e dei punti di riferimento ideali e politici del partito rischia di far passare in seconda linea le differenze interne a ciascuna forza politica e ad affidare al candidato premier di ogni lista il compito di comporre quelle differenze e di garantire il rispetto delle diverse anime del partito o della coalizione. Ne scapita la democrazia, mentre le minoranze interne – e fra esse quasi dovunque i cattolici – sono indotte a contrattare la loro presenza o ad affidarsi totalmente al leader.

5. L’appuntamento elettorale del 13 e 14 aprile è quindi tra i più difficili per i cattolici, tra i quali potrebbe serpeggiare la tentazione dell’astensione o del voto ideologico astratto o della mera opzione in base alla simpatia per un leader. La conclamata volontà di semplificazione del panorama dei partiti si presenta purtroppo, in forza dell’eccessivo premio di maggioranza per il partito che ottiene alla Camera un voto in più del secondo, come una sorta di gara tra il PDL e il PD, con una evidente tendenza al bipartitismo, gara che ovviamente si concentra sulle persone che la guidano. E’ invece un dato positivo che gruppi non inclusi nelle forze maggiori si presentino autonomamente, a destra, al centro e a sinistra, pur non potendo aspirare ad essere determinanti per la maggioranza alla Camera dei Deputati. La presenza di cattolici è comunque più consistente nei settori non estremi dello schieramento, dal PDL all’Unione di Centro al PD. Mentre nel partito guidato dall’on. Berlusconi la componente cattolica aveva un peso rilevante sin dal 1994, oggi, con la separazione dell’UDC presieduta dall’on. Casini, essa è affiancata nel PDL dal gruppo proveniente da AN, che pure aveva con sé parte di elettorato cattolico, e soprattutto da importanti forze di matrice liberale piuttosto lontane dal programma sociale cattolico. Al centro la confluenza del partito dell’on. Casini con la Rosa Bianca guidata da Savino Pezzotta si propone, come Unione di Centro, di avviare la formazione di una forza politica sollecita della salvaguardia e dello sviluppo del patrimonio culturale e politico dell’area cattolica italiana, senza tuttavia indicare con chiarezza il percorso postelettorale e presentando qualche nota non pienamente compatibile con la laicità cristiana necessaria. Nel PD un gruppo consistente di cattolici democratici, già presenti nella Margherita e in minor misura nei Cristiano Sociali dei DS, ha posizioni rilevanti nei livelli dirigenziali del partito, non avendo tuttavia ancora risolto i nodi programmatici nel rapporto con le forze laiche e con la componente DS che è largamente maggioritaria, né spiegato il progetto elettorale che li vede uniti ai radicali . Nelle altre formazioni tanto della destra quanto della sinistra vi sono componenti cattoliche, che però sono di difficile individuazione. Aspetti positivi e aspetti problematici per i cattolici si mescolano dunque, pur in varia misura, nei partiti e nelle liste che si presentano alle elezioni.

6. La difficoltà di orientamento per i cattolici è accresciuta, data la situazione di liste bloccate, dall’ inclusione fra le candidature all’interno di qualche partito di esponenti di culture aventi una visione dell’uomo e dei problemi inerenti alla sua vita antitetica rispetto a quella cristiana, mentre in altre liste più vicine per programmi ai valori cristiani sono presenti candidati con conti aperti con l’etica civile. Non si devono neppure sottovalutare due discriminanti fondamentali per il cristiano: la giustizia sociale interna ed internazionale e l’autentica scelta di pace. La prima non è riconducibile solo alla tecnica economica e tanto meno alle regole del mercato, ma piuttosto alla realtà del vivere quotidiano dei cittadini; la seconda investe tutto l’atteggiamento di politica estera e dei rapporti con i popoli di minore sviluppo.

7. Sarebbe però erroneo il comportamento degli elettori cattolici se essi rinunciassero ad esprimere il loro voto o se lo esprimessero quale protesta o come manifestazione di generico malcontento. Proprio nelle situazioni critiche compito dei credenti, che intendano essere cittadini attivi al servizio del bene comune, è partecipare alla scelta dei loro rappresentanti, cercando non solo il male minore, ma il maggior bene possibile, a misura delle proprie convinzioni e degli interessi generali. Si possono allora così riassumere i criteri di comportamento alle urne del 13 e 14 aprile prossimi.

a) Non esprimere un voto “contro”, cioè al fine di evitare la vittoria di uno o dell’altro dei due partiti maggiori, né per converso votare “per” un partito perché guidato da un leader carismatico, ma scegliere sulla base dei programmi e dell’insieme dei candidati di una lista.

b) Considerare concretamente i candidati che si trovano nella propria circoscrizione o regione nei primi posti delle liste, cioè in zona di eleggibilità, e valutare oltre ai programmi della lista le qualità e le competenze delle persone e la loro affidabilità etica e civile per degnamente rappresentare i cittadini di quel territorio.

c) Scegliere tra le liste e i candidati chi maggiormente corrisponde ai valori morali e civili per i quali si sono impegnati nella loro storia i laici cristiani di questo Paese e per i quali il magistero della Chiesa nel suo complesso ha additato la via affidandosi ai laici della comunità ecclesiale.

d) Non accontentarsi di semplicistici programmi a difesa della Chiesa e dell’etica cristiana, non accompagnati da passione civile e da sollecitudine per l’intera comunità.

 

Nel caso che queste sommarie indicazioni non portassero ad una verifica positiva, non resterebbe che ricorrere al criterio del male minore sempre inteso in riferimento concreto alla realtà locale.

Alberto Monticone

25 marzo 2008

Gerardo Bianco: «Per la prima volta non farò la campagna elettorale»

Intervista rilasciata al "Corriere Irpinia" il 12 marzo 2008

Onorevole Bianco, De Mita ha detto ieri ad Avellino di non aver posto alcun veto sul suo nome.
«Il problema non esiste perchè avevo già dichiarato di non essere candidato».
E quindi?
«Da questo punto di vista è stata corretta la precisazione di Casini: “Bianco non voleva essere candidato”. Io avevo chiesto la possibilità di indicare per la campagna due candidati, il sindaco di Morra Capozza, capo della segreteria politica quando ero segretario nel Ppi, e Giandonato Giordano. L’accordo era che andasse al quarto posto alla Camera Capozza».
E invece come è andata?
«Questa proposta rappresentava una forma di partecipazione alla campagna elettorale, ma Cesa mi ha detto che era stato posto un veto. In più aggiungo che il posto di Capozza è stato occupato dal nipote di De Mita».
Ne è sicuro?
«Certo e aggiungo una seconda questione: in una lettera inviata da Casini a Pezzotta, il presidente dell’Udc diceva di aver demandato a De Mita di comporre le liste in Campania in concomitanza con l’Udc».
Si spieghi.
«La formula era questa: a De Mita è stato dato un trattamento paritario con l’Udc in questa regione. A quel punto io ho lavorato ad Avellino, mi auguravo che De Mita ci coinvolgesse, invece ci ha ricambiato con il veto».
Lo dice con una sicurezza estrema.
«Ripeto stamane (ieri per chi legge) ho parlato con Casini che mi ha detto di non essere al corrente della mia richiesta di rappresentanza. Avevano il dovere di chiamarmi invece si è materializzata un’idea di autosufficienza».
Insomma, non l’hanno presa in considerazione.
«Hanno pensato che Bianco non conta un cavolo».
Esautorato da ogni ruolo politico.
«Tutto questo è triste. La realtà è che l’idea del Centro andava curata insieme, non è un problema solo di candidature. Questi che sono usciti dal Pd si sono gettati solo a formare le liste, era l’unica cosa che gli andava a genio».
Dica la verità: non ha mai pensato di candidarsi a “Campania 1”?
«Per quanto riguarda la mia persona, gli amici della Rosa Bianca hanno detto agli esponenti di Casini che trattavano le liste, che ci poteva essere una mia disponibilità per una candidatura in quella circoscrizione, o almeno così mi hanno raccontato. Se fosse stato necessario non avrei detto di “no”. Poi sono stato zitto su questa vicenda per capire dove si andava a parare».
E così è saltato tutto..
«Ma le ripeto, c’è un altro problema: hanno ritenuto che la mia presenza politica non fosse necessaria. L’idea che avevo in mente era chiudere alla grande: uscire di scena e mettere in lista una persona che rappresentava la mia linea politica. Non sono stato preso in considerazione».
Con Casini ha un rapporto datato, adesso..
«Sapevo bene che c’erano dei limiti. Nell’Udc aleggiano virus dell’alleanza a destra, e bisognava fare qualcosa di nuovo. E hanno ignorato il mio ruolo politico. Sia la Rosa Bianca, sia gli uomini di Casini, sia altri locali, hanno ritenuto che non dovessi averlo, proprio io che ho coltivato in Campania l'idea di un centro autonomo tra i due schieramenti, proprio io che ci ho lavorato, ho promosso convegni, vengo esscluso. Davvero non lo capisco».
Si aspettava che De Mita non la chiamasse?
«No, nel modo più assoluto. Aspettavo che mi chiamasse per dire: “io voglio fare questo, tu che ruolo vuoi giocare?” Devo trarre la conclusione che mi ritiene di non essere in grado di saper giocare nessuna funzione. A questo punto, se è così, me ne starò a casa e non farò campagna elettorale. Sarà la prima volta, e nei prossimi giorni verrò ad Avellino a chiarire la situazione».
Intanto finisce la sua esperienza nella Rosa.
«La Rosa Bianca è esaurita: d’altro canto era costituita da tre persone, Tabacci, Baccini e Pezzotta, a cui avevamo dato come Italia Popolare un’adesione e loro l’hanno giocata senza consegnare una dimensione politica al progetto. Quello che non è esaurito è la costruzione di Centro. Non abbandono di certo la politica..».
E da dove riparte?
«Ce la giochiamo in proprio, con la rete di Italia Popolare e spero che nel futuro, con chiarezza di idee e metodi diversi, di costruire qualcosa di diverso dall’Udc».
Un’ultima cosa. Anche Gargani fuori dai giochi. E’ il tramonto degli ex Dc?
«Gargani fa bene il parlamentare europeo. Piuttosto aspettiamo da lui un chiarimento di indirizzo politico perchè sta male in quel partito. Lo aspettiamo, diciamo, anche ad un chiarimento con se stesso. Sarebbe benvenuto in un’area di Centro. Ecco dovrebbe ritrovare l’anima popolare».

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