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5 settembre 2011

Mino Martinazzoli: arrivederci segretario!!

ARRIVEDERCI SEGRETARIO! E' con la commozione nel cuore che si accoglie la notizia della morte di Mino Martinazzoli, un maestro di politica, un cristiano coerente, un uomo che ha saputo svolgere il proprio impegno per il bene comune con autentico spirito di servizio: guardando alla sua figura oggi è possibile non esercitarsi a distorcere il suo pensiero ma a capire su che basi si deve ricostruire la classe dirigente dell'ItaliaMino Martinazzoli. I popolari che hanno ritenuto importante l'identità di una presenza, la coerenza di una ispirazione, continueranno ad avere il suo esempio, i suoi insegnamenti, come punti di riferimento.














6 marzo 2009

Famiglia Cristiana: IL RUOLO DEI CATTOLICI CONTRO L'IMBARBARIMENTO

di Beppe Del Colle, in Famiglia Cristiana, 5 marzo 2009

Ovunque i cattolici entrano nel dibattito sulla immigrazione il loro discorso critico è concorde: fermiamo l'inciviltà dilagante.

Sarà perché è scoccato appena qualche settimana fa (il 18 gennaio) il 90° anniversario dell’appello di don Sturzo "A tutti gli uomini liberi e forti", e qua e là per l’Italia se ne sono fatte memoria e celebrazioni; sarà perché nel Partito democratico è stata affidata la rischiosissima investitura a successore di Veltroni a Dario Franceschini, che di quel lontanissimo avvenimento è fra gli ultimi eredi; sarà perché nel Pd è riemersa l’ipotesi che i cattolici abbiano ancora qualche possibilità di farsi ascoltare; sarà perché, fuori del Pd, un partito oggi a metà strada fra i due poli – l’Udc – sembra chiamare nuovamente a raccolta i cattolici dell’una e dell’altra parte, rifiutando il bipolarismo frammentato che domina la scena; sarà perché anche nel Centrodestra paiono emergere appelli alla "libertà di coscienza" non solo su questioni etiche, ma anche politiche e sociali: sarà per tutto questo, ma nelle ultime settimane circola una sensazione strana, non priva di nostalgie, di rimpianti e malinconie, che agita nel profondo quanti non hanno mai smesso di ritenere che la scomparsa della Dc sia stata, in realtà, un danno per la democrazia.

A Roma si è svolta sabato 28 febbraio l’assemblea costitutiva dell’Intesa civica popolare, un movimento relativamente giovane (nacque cinque anni fa, principalmente su iniziativa dello storico Alberto Monticone, allora senatore del Partito popolare) e sconosciuto alle cronache politiche; in quella occasione il padre gesuita Bartolomeo Sorge ha pronunciato un discorso, intitolato "Al bivio fra inciviltà e nuova civiltà", che meriterebbe di essere letto integralmente.È una diagnosi che parte da una profezia purtroppo avveratasi, quella di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus del 1991: dopo la caduta del comunismo nel 1989, e il crollo del capitalismo neoliberista tanto evidente in questi mesi, alla "civiltà dell’amore" fondata sul Vangelo si è sostituita l’«inciviltà dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema».

Padre Sorge non ha dubbi: «l’imbarbarimento della situazione» è individuabile nel modo di trattare il maggiore e più pericoloso dei problemi italiani di oggi, il confronto con l’immigrazione, condizionato «dalla paura diffusa e dal bisogno di sicurezza dei cittadini»; un modo «che non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera». Di qui, il resto di una vera e propria requisitoria: l’antipolitica diventata sistema, un presidenzialismo di fatto, una diminuzione del ruolo del Parlamento, un "pensiero unico" che nega alcuni princìpi fondamentali della Costituzione.

Ovunque i cattolici, semplici cittadini o politici, uomini e donne di Chiesa a qualunque livello, entrano nel dibattito-principe (come si accoglie una popolazione "nuova", difficile da integrare, ma economicamente e demograficamente sempre più essenziale per il futuro dell’Italia) il loro discorso critico è concorde: fermiamo l’"inciviltà" dilagante.

È impossibile prevedere che cosa nascerà da questa riflessione comune. Ma parlarne nel silenzio degli altri mezzi di comunicazione è giusto. E se sono sacerdoti a farlo, come don Sturzo un secolo fa, niente di male.

2 ottobre 2008

Cattolici delusi, non rassegnati

editoriale di "Aggiornamenti Sociali", settembre/ottobre 2008
http://www.aggiornamentisociali.it/

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

Con le elezioni del 13-14 aprile scorso si è chiuso un ciclo della politica italiana. Di fronte alle incognite del nuovo quadro politico, una responsabilità particolare grava sugli eredi del cattolicesimo democratico per il ruolo da essi svolto finora e del quale il Paese ha ancora bisogno. Il guaio è che i «cattolici democratici» (come tutta la politica italiana) sono in crisi. La «diaspora», dopo la fine della DC, li ha dispersi - a destra e a sinistra - in soggetti politici nuovi, privi di solida cultura politica e di un programma di largo respiro. Perciò molti oggi sono delusi: alcuni pensano di impegnarsi nel sociale, altri rimangono in politica, ma senza entusiasmo. Concretamente, tanti cattolici che avevano creduto nel disegno ulivista di Prodi non nascondono ora lo scontento per un Partito Democratico privo di una chiara identità e che stenta a impostare una seria opposizione politica. Parimenti altri cattolici, che avevano creduto in Berlusconi o lo hanno votato, oggi sono perplessi di fronte a scelte che si discostano chiaramente dallo spirito cristiano e da quello della Costituzione.
Pertanto, sono molti i cattolici delusi, che però non possono in alcun modo rassegnarsi. Si tratta di reagire alla crisi di fiducia e scorgere nella stessa delusione il momento opportuno, l'«occasione propizia» (kairos) per tentare nuove strade. Il fenomeno dei «cattolici delusi, non rassegnati» merita attenzione. Vedremo, perciò: 1) le ragioni della «delusione»; 2) in che senso l'attuale crisi di fiducia costituisce un'«occasione propizia»; 3) quali «nuove strade» percorrere per vincere la rassegnazione.

1. Le ragioni della «delusione»

Una recente indagine effettuata dalla IPSOS, dal titolo «I cattolici e le elezioni politiche 2008», mostra come i cattolici praticanti abbiano orientato il proprio voto: il 41,6% per il Popolo della Libertà (PDL), il 28,2% per il Partito Democratico (PD), il 10,2% per l'Unione di Centro (UDC), il 9,2% per la Lega Nord e il Movimento per l'Autonomia (LN-MPA) e il 4% per l'Italia dei Valori (IDV). Interrogati su quale forza politica oggi rappresenti meglio in Italia i valori cristiani, i «cattolici impegnati» hanno indicato nell'ordine: PDL (26%), UDC (25%), Nuova Democrazia Cristiana (14%), IDV (7%) e, in coda, PD (3%) e LN (2%).
Le scelte di voto dei cattolici sono state pesantemente condizionate dai temi economici (per il 56%), in misura minore da quello della sicurezza (17,8%), mentre i temi etici sono stati marginali (3,4%) (cfr «I cattolici? In centro a destra», in Famiglia Cristiana, 27 luglio 2008, 32-35).
Gli analisti e i commentatori politici sono concordi nel rilevare che esistono diverse spiegazioni per motivare questo collocamento a destra. Al di là del fatto che esso rispecchia la tendenza storica - salvo alcune isolate eccezioni - dell'elettorato italiano, ad aprile ha certo pesato negativamente sui cattolici la scelta del PD di allearsi con i radicali; più in generale, il voto dei cattolici è stato mosso più da reazioni emotive che da motivazioni ideali. Basti pensare alla «sindrome di insicurezza» che alcuni attribuiscono soprattutto alla paura dei clandestini, ma che, in realtà, nasce anche da molte altre paure che nulla hanno a che vedere con l'immigrazione: il 38% degli italiani vive con la paura di diventare povero; il 64% è convinto che l'avvenire dei figli sarà peggiore di quello dei genitori; il 40% è angosciato dal terrorismo; molto diffuse, poi, sono le «paure» generate dal degrado ambientale: il 58% degli italiani non è sicuro del cibo che mangia, dell'acqua che beve, dell'aria che respira (cfr «Criminalità e paura del futuro in cima ai pensieri degli italiani», in la Repubblica, 27 luglio 2008).
In un simile clima di tensione emotiva, la destra ha avuto buon gioco nel presentarsi come garante dell'ordine pubblico, promettendo ai cittadini «pugno di ferro» e «tolleranza zero». Paradossalmente però l'insistenza sulla «insicurezza», se è stata determinante per vincere le elezioni, ora si ritorce negativamente sull'azione del Governo.
Ecco la prima ragione di delusione. L'esecutivo, infatti, per soddisfare l'emotività dei propri elettori, si è visto obbligato a dare la precedenza a decisioni di maggiore impatto mediatico, ma che non erano obiettivamente le più importanti come mandare i soldati nelle strade e compiere blitz notturni nei campi nomadi. Il tutto per «rassicurare» i propri elettori, puntando molto più al clamore della notizia che non alla sostanza degli interventi effettuati. Contemporaneamente ha dato la precedenza ad altre scelte, niente affatto urgenti e prioritarie, per salvaguardare gli interessi personali del premier, al fine - è stato detto - di «consentirgli di governare serenamente»: l'immunità per le più alte cariche dello Stato, i limiti nell'uso delle intercettazioni telefoniche, il confronto-scontro con la magistratura.
In realtà, non sono queste le urgenze del Paese. I veri problemi sono altri (e tanti): sono i salari e gli stipendi fermi da anni mentre il costo della vita aumenta e la produzione ristagna; sono la malasanità e la mancanza di infrastrutture per lo sviluppo, di politiche energetiche e ambientali adeguate; sono i lavoratori «precari» e i soggetti deboli della società lasciati a se stessi; sono le varie «mafie» che, con le loro connivenze, controllano ampi spazi di territorio; sono le riforme istituzionali, sulle quali ancora non c'è accordo. Quando si affronteranno questi nodi? Soprattutto, come si affronteranno?
Infatti, desta preoccupazione non tanto il richiamo del premier al «primato del fare», poiché un Governo ha il dovere di amministrare, quanto l'incerto orizzonte valoriale in cui l'operato si colloca e che lo stesso leader ha definito «anarchia dei valori» (sinonimo di etica individualistica). L'attivismo del Governo si ispira, cioè, a una precisa etica, liberale e utilitarista, che finisce con il privilegiare l'interesse di pochi (leggi ad personam, norme repressive, salvataggio di Alitalia, ecc.) sul bene comune e sulla solidarietà; il primato dell'«effetto annuncio» sulla sostanza.
Da un lato, si offre agli anziani poveri la «carta sociale» per l'acquisto di beni essenziali, dall'altro si cerca di togliere (anche se, in extremis, l'errore è stato corretto) la misera pensione sociale, unica fonte della loro sussistenza; da un lato, si riducono i fondi ai giornali e alle radio che operano senza scopo di lucro, decretando la chiusura di molti di essi a scapito del pluralismo informativo, dall'altro si continuano a erogare ingenti «contributi indiretti» (305 milioni di euro) alle testate di proprietà dei grandi gruppi; da un lato si toglie l'ICI sulla prima casa e dall'altro si obbligano i Comuni a trovare forme alternative di tassazione (diretta o indiretta) per rimediare alla mancanza di fondi.
Certamente saranno state compiute anche scelte buone ed efficaci; tuttavia, se continuerà a concepire la politica come soluzione di problemi di pochi, trascurando la vera promozione di ciascuno e di tutti, il Governo rischia di avere i piedi d'argilla; e il numero degli scontenti non potrà che crescere.
La seconda ragione di delusione per i cattolici viene dallo sbandamento che attraversa l'opposizione. La manifestazione pubblica dell'8 luglio 2008 a Roma, promossa tra gli altri da Di Pietro e dai «girotondini», è stata non solo un brutto esempio di degrado culturale, prima che politico, viste le offese rivolte al Capo dello Stato e al Papa, ma anche un'occasione mancata in cui esprimere civilmente il proprio disappunto verso i valori in gioco nelle prime leggi del Governo. Il PD, se da un lato ben ha fatto a non aderire alla manifestazione, dall'altro non riesce a emergere come forza politica alternativa e incisiva. Ancora troppo litigioso al suo interno, intrappolato dai personalismi degli amministratori locali, senza una leadership reale, rischia di perdere l'occasione favorevole per esercitare un'opposizione veramente tale sul piano dei valori e dei contenuti.

2. Un «momento opportuno»

In questo contesto di vuoto progettuale e culturale, i cattolici possono cogliere il momento opportuno per una iniziativa efficace di rinnovamento. L'occasione è offerta dal nuovo quadro politico, nel quale è finita per sempre la «questione cattolica» come l'abbiamo conosciuta in Italia per un cinquantennio. È infatti mutato il rapporto dei vescovi, ad intra, con i fedeli laici impegnati in politica e, ad extra, con le istituzioni dello Stato. La Gerarchia, anche in Italia, svolge con impegno il suo compito di formare le coscienze e di riaffermare il primato dei valori morali e sociali alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Allo stesso tempo - come ha spiegato il presidente della CEI, card. A. Bagnasco, al Meeting di Rimini (24 agosto 2008) -, pur non essendo un soggetto politico, la Chiesa si interessa alla res publica ed è «capace di partecipare alla vita politica nel segno della democrazia e della verità». Da alcuni anni, la CEI lo fa in prima persona e senza deleghe, come è avvenuto in occasione del dibattito sulla procreazione assistita e sui «DICO».
I cattolici italiani, da parte loro, militando ormai in tutti i partiti, a destra e a sinistra, sono investiti di una responsabilità nuova. A essi si richiede che siano cittadini e cristiani «adulti». «Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società - come aveva ricordato Benedetto XVI al Convegno ecclesiale nazionale di Verona (19 ottobre 2006) - non è [...] della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo».
La situazione attuale costituisce, dunque, un «momento propizio» per quel salto verso la maturità del laicato italiano che ancora non si è pienamente realizzato a oltre 40 anni dal Concilio. Le parole del Papa a Verona mostrano sempre di più il loro carattere profetico: egli spronava i fedeli laici italiani a un atteggiamento creativo e coraggioso; non «un rinunciatario ripiegamento su [sé] stessi: occorre invece mantenere vivo e se è possibile incrementare il [...] dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell'Italia». Condizione sine qua non per riuscire in questa impresa - ribadiva il Papa - è riprendere fiducia nella propria vocazione e missione cristiana, grazie all'incontro personale con il Risorto «che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».
In questa circostanza, grazie alla quale la presente crisi di fiducia dei cattolici può trasformarsi in «un momento favorevole» di rinnovamento, emerge la domanda che essi non possono non porsi (insieme a tanti altri cittadini): possibile che non vi sia nessun'altra strada per fare una «buona politica», oltre a quelle finora sperimentate e risultate inadeguate? Può essere d'aiuto ricordare un inciso della Gaudium et spes (n. 76) relativo all'impegno politico dei cattolici. Dopo aver ribadito la «chiara distinzione tra le azioni che i fedeli compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori», il documento conciliare specifica come le attività temporali che i fedeli laici compiono «in proprio nome» possono essere svolte o «individualmente» (da soli) o «in gruppo» (insieme ad altri).
Bisogna, quindi, da un lato incoraggiare l'impegno dei singoli cattolici, debitamente formati, all'interno dei diversi soggetti politici; ovviamente sarà cruciale la loro capacità di discernimento, perché dinanzi a ogni scelta sappiano comportarsi sempre da cristiani responsabili e coerenti. D'altro lato, è altrettanto auspicabile che altri cattolici scelgano invece di impegnarsi «in gruppo» - ben lontani dall'innalzare steccati -, unendosi cioè tra di loro e con quanti condividono i valori di ispirazione cristiana e di democrazia laica, ritenendo di poterli affermare più efficacemente, evitando il rischio, purtroppo molto concreto, di essere zittiti o di divenire insignificanti all'interno di soggetti politici dove un vero confronto è spesso impossibile o infruttuoso.
L'importante è che i cattolici non si rassegnino a svolgere soltanto un ruolo pre-politico, rifugiati in ambiti di impegno sociale e culturale, ma accettino l'impegno politico come servizio a vantaggio esclusivo del bene comune.

3. «Nuove strade» per vincere la rassegnazione

Il problema non nasce oggi. Se lo ponevano già, molti anni fa, i vescovi italiani in un documento che conserva ancora tutta la sua importanza: La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (1981). Di fronte ai grandi cambiamenti che cominciavano a profilarsi all'orizzonte, il Consiglio Permanente della CEI si interrogava sul possibile superamento della DC: «Oggi più acutamente si avvertono gli inevitabili limiti e un certo logoramento di tale esperienza [l'unità dei cattolici nella DC] e non manca chi si appella al pluralismo per orientare su strade diverse l'impegno dei cristiani. Noi sappiamo bene che non necessariamente dall'unica fede i cristiani debbono derivare identici programmi e operare identiche scelte politiche: la loro presenza nelle istituzioni potrebbe legittimamente esprimersi in forme pluralistiche» (nn. 36 s.). Queste non hanno una forma predefinita, possono assumere i connotati dei «laboratori politici», oppure di gruppi di lavoro e di confronto sui valori e sulle scelte concrete per meglio attuarli.
Ciò che più colpisce, a molti anni di distanza, è l'ipotesi che i vescovi facevano di fronte all'indebolimento della DC. Non invitavano i cattolici italiani a rinnovare la loro unità politica; ma, esclusa decisamente ogni forma di assenteismo, avanzavano un'ipotesi - ancora tutta da esplorare - per molti aspetti simile all'intuizione sturziana di un'«area popolare democratica»: aperta a tutti i «liberi e forti», credenti e non credenti, che condividano valori e ideali; da costruire dal basso, a partire dal territorio, coinvolgendo i mondi vitali della società. «C'è innanzi tutto da assicurare presenza - afferma il documento -. L'assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per i cristiani sono peccato di omissione. Si parte dalle realtà locali, dal territorio. E si è partecipi delle sorti della vita e dei problemi del Comune, delle circoscrizioni e del quartiere: la scuola, i servizi sanitari, l'assistenza, l'amministrazione civica, la cultura locale. Ci si apre poi alla struttura regionale, alla quale oggi sono riconosciute molte competenze di legislazione e di programmazione. Così la presenza si estenderà anche ai livelli nazionale, europeo e mondiale, e potrà avere efficacia. È sbagliato, infatti, contare solo sui tentativi di rifondazione o di riforma che vengono dai vertici della cultura ufficiale e della politica» (n. 33).
No, dunque, a una nuova DC; no a una presenza puramente «profetica», solo culturale o pre-politica. I cattolici dovranno impegnarsi per una nuova «cittadinanza attiva» - termine chiave dell'ultima Settimana Sociale -, attraverso un impegno la cui ricaduta sia politica. Perciò, non si dovrà determinare dall'alto il cammino, né si dovranno definire a tavolino i nuovi organigrammi: è stato questo l'errore commesso dai tentativi più recenti di dare vita a soggetti politici «nuovi», come ad esempio la «Rosa Bianca» alle ultime elezioni. Essi sono nati vecchi, perché realizzati secondo le vecchie logiche partitocratiche. Occorre muovere dal basso, dalle attese di chi aspira a una politica fondata su ideali forti, ma vicina ai problemi quotidiani della gente e attenta a quanto di nuovo nasce e fermenta nel vissuto delle città e del territorio. La sfida per i «cattolici delusi ma non rassegnati» sta proprio qui: coinvolgere le risorse civiche esistenti sul territorio per affrontare insieme le gravi sfide che interpellano il Paese a livello sociale, istituzionale, politico ed economico, mantenendo un saldo riferimento ai valori della Costituzione, della democrazia laica e dell'insegnamento sociale cristiano.
In che modo tutto questo possa prendere forma è ancora da esplorare. Può giovare citare un esempio, costituito da due gruppi (Italia popolare e Area popolare democratica) che, in un Convegno tenutosi a Torino il 5 luglio 2008, hanno deciso di mettersi insieme. Nel documento finale si sottolinea che l'iniziativa è aperta a «quanti, in vario modo, sono riconoscibili per eguale volontà di servizio e per tensione sociale unitaria ad assumere questo spirito di ricerca delle affinità civiche ed etiche e a mobilitarsi sul territorio, per dar vita a una realtà più ampia dove esse stesse e realtà civiche e popolari che condividono la stessa analisi, potranno confluire ricostituendo una triplice autonomia di analisi, valutazione e azione. Per indicare provvisoriamente questa esperienza, si è ricorsi all'espressione INCIPIT, un acrostico che riproduce la parola latina che sta per "inizio" e significa: Intesa Civica Popolare Italiana. L'aspetto civico richiama la matrice autonomista e municipalista del popolarismo; l'italianità sottolinea l'unità della nazione e il vero senso del federalismo, che dal molteplice e dalla ricca pluralità forma il mosaico unitario. INCIPIT [...] è anche simbolo della consapevolezza che in ogni momento si comincia sempre il cammino mai compiuto e soddisfacente, eppure aperto all'avvenire».
Si tratta di un esempio che qualcosa di nuovo è ancora possibile, ma soprattutto che è possibile rinnovare l'impegno e il dialogo tra quei cattolici che militano individualmente nei partiti e quei cattolici che stanno cercando altre forme di impegno politico, affinché non venga meno alla società il contributo specifico di cui sono portatori. Sperando, come il Papa ha chiesto a Cagliari il 7 settembre 2008, che cresca «una nuova generazione di laici cristiani, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».

16 maggio 2008

LE RAGIONI DEL POTERE E L`OBLIO DELL`ETICA CRISTIANA: il primo governo senza un solo ministro del mondo cattolico

da "FAMIGLIA CRISTIANA" del 14 maggio 2008
di __



Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, da De Gasperi a Prodi. È questa la vera svolta del Berlusconi IV: nel Governo non c’è un solo ministro cattolico dichiarato. Neanche uno che sia espressione di associazioni e movimenti le cui radici affondano nella dottrina sociale della Chiesa. Non ci sono più i comunisti, ma sono scomparsi anche i cattolici. Se Veltroni ha risolto d’un colpo la sovrabbondanza dei partiti, Berlusconi con l’esclusione di Casini e dell’Udc ha semplificato la storia di una Repubblica cresciuta nel segno della Dc.

Il Cavaliere soffre della sindrome dei cattolici. Ritiene che i "se" e i "ma" sulle questioni etiche (dalla vita alla famiglia, dalla pace all’ambiente, dalla giustizia alla legalità, dalla sicurezza all’immigrazione) possano rallentare il cammino del suo Governo, di basso profilo ma fortemente compatto, perché alla competenza si è preferita la fedeltà. Così, nonostante le resistenze, Alfano va alla Giustizia, e Schifani, da gregario, diventa la seconda carica dello Stato.
Ma davvero i cattolici sono inaffidabili? O la loro moderazione è un sano antidoto alla voglia di usare più i muscoli che la ragione? Non stiamo parlando di riserva indiana o di quote rosa: i cattolici sono ben radicati nel Paese e sanno conciliare le ragioni della politica con quelle dell’etica cristiana. In campagna elettorale Berlusconi s’è distinto per l’"anarchia dei valori": di aborto e Dico non si doveva assolutamente parlare, mentre sugli immigrati nessuna remora all’arrembaggio.
È esattamente ciò a cui stiamo assistendo, in questi giorni, con l’effervescenza di Maroni, che a problemi seri (sicurezza e immigrazione) propone soluzioni semplicistiche, sull’onda dell’emotività. Che ne dice il competente Tremonti sul costo dell’espulsione degli immigrati clandestini e la totale scomparsa delle badanti? Se al Governo ci fossero stati Pisanu, Lupi o Formigoni avrebbero posto qualche interrogativo. Ma il Cavaliere e il principe leghista non li hanno voluti. Pisanu, in passato, s’era opposto alle bellicose intenzioni contro i "clandestini" in mare, che per lui erano invece "naufraghi da soccorrere". E non parlava solo da cristiano, era l’espressione di una politica fondata sulla dignità umana, cui la classe dirigente cattolica e democratica era stata educata.
Perché un ministro equilibrato e apprezzato come Pisanu è stato cancellato dalla naturale candidatura di presidente del Senato? Ha pagato una frase andata di traverso alla Lega o la famosa notte delle elezioni 2006, ancora avvolta da oscuri misteri? E Lupi? Ha pagato la sua cocciutaggine a difesa della dottrina sociale della Chiesa? E Formigoni, che non ama la "geometria variabile sui valori"? Lupi è stato "sterilizzato" con la vicepresidenza della Camera; il governatore della Lombardia è stato cortesemente allontanato e congelato: non hanno nulla da dire Cl e la Compagnia delle Opere?
Ma il colmo s’è raggiunto con la scomparsa del ministero della Famiglia. È più urgente il "federalismo fiscale" o il "quoziente familiare" (già finito nel limbo dell’oblio)? Alle politiche familiari non basterà certo il colpo di teatro dell’abolizione dell’Ici (quando, come?), che non porterà alcun beneficio. A un anno dal Family Day siamo al punto di partenza. Ma anche il Pd, col "Governo ombra" ha ignorato la famiglia; preferiscono trastullarsi con dualismi e correnti, nonostante il segnale netto e forte delle primarie.


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permalink | inviato da AGORA'popolare il 16/5/2008 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

8 maggio 2008

1978-2008: ALDO MORO

Gianluca Rocca in "Ottopagine.it" (http://www.ottopagine.it/in-memoria-di-aldo-moro/15032008/)

In memoria di Aldo Moro, intervento del professore Di Gregorio: «Sono passati 30 anni dal quel 16 Marzo 1978, quando Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse e la sua scorta barbaramente trucidata. Proprio quella mattina il Presidente della Democrazia Cristiana si stava recando alla Camera a votare il governo Andreotti delle “larghe intese”, al quale aveva alacremente lavorato e che rappresentava il punto di arrivo di tutta una strategia politica.  Dopo 55 giorni di prigionia Moro fu ucciso e il suo corpo fatto ritrovare accartocciato in una Renault 4 rossa in Via Caetani, simbolicamente scelta tra Via delle Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. Da quel momento la storia politica del nostro Paese subì una profonda trasformazione.  Un uomo “mite e buono” lo definì Paolo VI, un cattolico che riuscì a tradurre in politica la visione Cristiana della verità con l’impegno di affermare il valore insostituibile della Democrazia  e della libertà con la precisa convinzione della laicità della politica.  Pugliese di nascita ma romano d’azione, per tutta la vita mantenne sempre una lucida coerenza dei principi ispiratori della sua azione politica, fin da quando giovanissimo, fu eletto deputato alla Costituente. Fortemente convinto dei principi del “Personalismo Cristiano” in politica che vedevano in  Jacques Maritain il più grande teorico.  Fin dalla Costituente il progetto politico di Moro presentava straordinari elementi di novità rispetto all’impianto centrista della D.C., che De Gasperi aveva indicato, nella fase che il Paese attraversò dal ’48 al 1953;  Moro aveva intuito che la prima necessità era  l’allargamento della democrazia e la partecipazione “attiva” di tutti i partiti presenti nell’arco costituzionale, a prescindere dai ruoli di maggioranza o di opposizione. Tale intuizione proiettava la sua strategia politica nel futuro e gettava le basi per la realizzazione dei primi governi di centro-sinistra che, di fatto, si concretizzarono con l’entrata dei socialisti nelle maggioranze guidate da Amintore Fanfani. Ma Moro non aveva la visione “radicale” sulle riforme che invece aveva Fanfani; egli era consapevole che il Paese non era ancora pronto a subire incisive trasformazioni istituzionali, economiche e sociali, e che bisognava procedere prima al rafforzamento dei diritti che andavano emergendo, sotto la spinta della modernizzazione e della crescita  che l’Occidente, seppur in maniera diversificata, stava attraversando. A partire dal 1963 fino al 1978, tutta la strategia politica di Moro fu rivolta ad accompagnare il processo di modernizzazione dell’Italia nel contesto internazionale, avendo ben in mente, che la democrazia si poteva consolidare,  e quindi modernizzarsi, solo se si fossero  allargate le sue basi di rappresentanza nella gestione del potere, anche per quelle forze politiche che tradizionalmente rappresentavano culture antagoniste a quella cattolica-democratica. Moro era convinto della centralità del partito dei cattolici italiani all’interno del sistema democratico, tuttavia era altresì convinto, che una democrazia poteva dirsi davvero compiuta quando diventava agibile l’ipotesi dell’alternanza. La strategia delle “convergenze parallele”, attraverso il contributo dei partiti di opposizione di sinistra, segnò il punto più alto di allargamento e di inclusione nel progetto politico di riforma delle istituzioni. La lungimiranza della strategia politica morotea determinò non pochi attriti all’interno della D.C. ma grazie alla sua grande capacità di persuasione e di mediatore delle diverse esigenze, riuscì sempre ad orientare il partito verso prospettive di rinnovamento e di modernità. Dotato di una fede straordinaria, riuscì a coniugare i grandi principi della dottrina sociale della Chiesa, di cui era fermamente convinto, con le esigenze di una società in trasformazione, in cui il capitalismo e l’individualismo, se non fossero stati regolati da orientamenti etici, avrebbero prodotto un livello di conflittualità sociale che avrebbe minato ben presto la tenuta del sistema democratico. Moro sapeva che dopo le trasformazioni degli anni ’60, una nuova stagione di diritti e di libertà avrebbero condizionato la cultura politica del nostro Paese ed era consapevole che la giustizia sociale, allargata alle nuove esigenze della modernità, necessitava di una nuova strategia culturale di apertura degli spazi di partecipazione attiva dei cittadini nelle decisioni della politica. Da questo punto di vista, il suo insegnamento rimane insostituibile, per quella cultura politica che vede nel cattolicesimo democratico l’ipotesi più avanzata di garanzia di rappresentanza dei nuovi diritti e delle nuove libertà, emergenti in un mondo, in cui, un radicale relativismo va sempre più affermandosi e traducendosi nell’azione politica di schemi che vorrebbero ricondurre la realtà dentro uno sterile bipolarismo o peggio bipartitismo. Il pensiero di Moro è di straordinaria attualità e rimane un patrimonio insostituibile per i cattolici impegnati in politica oggi più di ieri….»


  • Aldo Moro e la politica dimenticata

da "L'Occidente" (http://www.loccidentale.it/node/15718) articolo di Michele Marchi

 È un doppio tragico destino quello che è toccato ad Aldo Moro. Il rapimento, la prigionia e la barbara condanna a morte costituiscono la prima, e naturalmente, più dolorosa pagina. Ma accanto a questa, e in gran parte a causa di questa, oltre quarant’anni di protagonismo politico finiscono per essere dimenticati. La figura di Aldo Moro, la sua centralità in tutti i passaggi chiave della storia italiana, dal fascismo alla fase costituente, per passare ai governi del miracolo economico, al centro-sinistra e agli anni bui della contestazione e del terrorismo, finisce per essere schiacciata sulla disamina quasi morbosa di quei tragici 55 giorni. Ma Aldo Moro è stato molto più delle sue lettere dal carcere, del suo memoriale e della tragica alternativa tra il negoziato e la fermezza.

In una congiuntura per certi aspetti confusa come quella attraversata dalla politica italiana, nella quale ogni giorno si parla di ingerenze ecclesiastiche, di voto cattolico e di pluralismo delle scelte politiche da parte dei credenti, è forse interessante ricordare l’operato di Aldo Moro come segretario della Dc nel periodo 1959-1962. Tra il Congresso di Firenze dell’ottobre 1959 e quello di Napoli di fine gennaio 1962 Moro porta a termine la fondamentale trasformazione della Dc da «partito cattolico» a «partito di cattolici». L’avvicinamento alla formula di governo di centro-sinistra, la cui eccessiva lentezza finirà per svuotarlo di tutta la sua carica di innovazione e progettualità, è in realtà fondamentale perché il leader democristiano conduce il partito verso una fase di progressivo affrancamento dal controllo delle gerarchie ecclesiastiche. La fine del partito cattolico, così come teorizzata da Baget Bozzo circa venti anni prima del crollo della Dc, significa allora innanzitutto fine della supplenza del religioso sul politico.

Le radici di tale supplenza sono meglio comprensibili se analizzate alla luce del ruolo svolto dalla Chiesa dopo il crollo del fascismo. La Santa Sede è infatti determinante per la nascita della Dc e, se si escludono una parte degli ex-popolari, tutti i leader democristiani post 1945 si sono formati all’interno di organizzazioni giovanili cattoliche attive nel corso degli anni Trenta, ove formazione politica e formazione religiosa finivano per sovrapporsi. Così avviene per Fanfani, La Pira, Dossetti, Moro, Gonella, Andreotti e per certi aspetti anche per De Gasperi, anche se in lui determinante è la formazione giovanile trentina e gli anni trascorsi in Vaticano dopo l’uscita dal carcere fascista.

Moro, sul finire degli anni Cinquanta, viene portato alla guida del partito da quella corrente dorotea che ha abbandonato Iniziativa democratica e il suo leader Fanfani, in gran parte proprio opponendosi al progetto di centro-sinistra che il leader aretino aveva deciso di dispiegare dopo le elezioni legislative del 1958. Il nuovo segretario riuscirà a traghettare il partito verso la formula governativa di centro-sinistra, quell’incontro tra Dc e Psi del quale dieci anni prima aveva già parlato De Gasperi, e in questo percorso uscirà vittorioso da un braccio di ferro con i settori più conservatori delle gerarchie ecclesiastiche, arrivando alla definitiva autonomizzazione del partito.

La strategia del leader democristiano segue un doppio binario. Dal punto di vista dei rapporti interni alla Dc egli riesce a mantenere unito il partito proprio rivendicando la sua come sola leadership in grado di sintetizzare le numerose sensibilità e correnti interne.

Il versante però più interessante è quello ecclesiastico. Da un punto di vista dei rapporti religiosi egli avvia infatti, a partire dai primi mesi del 1960, quella che il sociologo bolognese Ardigò, in questa fase personalità di spicco della Direzione nazionale Dc, definisce «politica ecclesiastica». In sostanza Moro opera sfruttando da un lato le linee di frattura che si stanno manifestando nella fase di passaggio dal pontificato di Pio XII a quello di Giovanni XXIII e in quella di strutturazione della nascente Cei del cardinal Siri. Dall’altro lo sguardo sempre più benevolo proveniente dalla Santa Sede, e in particolare da un triangolo che al suo vertice ha il Santo Padre e alla base Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXIII e Dell’Acqua, sostituto alla Segreteria di Stato.

Moro salta allora la mediazione della Cei di Siri e si rivolge direttamente ai vertici vaticani, avviando un costante invio di note e appunti per spiegare la propria decisione di aprire le porte del governo ai socialisti, ma soprattutto per dimostrare come le scelte di contingenza politica debbano restare separate dalla profonda ispirazione religiosa che sempre muove i leader democristiani nel loro operare politico.

Di fronte al celebre fondo I Punti fermi apparso su l’«Osservatore Romano» del 18 maggio 1960, probabilmente opera del cardinal Ottaviani e, come recenti scoperte archivistiche hanno mostrato, sul quale Giovanni XXIII aveva posto il veto, Moro risponde spiegando direttamente al Santo Padre la gradualità del suo progetto e soprattutto offrendo garanzia dal punto di vista religioso.

L’attacco di Siri si concentra invece in questa fase proprio sul versante della fede. Vengono infatti messe in dubbio la religiosità di Moro e, per accentuare l’accerchiamento, il segretario è addirittura avvicinato da un vecchio amico della Fuci, il quale ricorda l’apprensione degli ambienti di Ac di fronte alle sue scelte in direzione del Psi.

Ma Moro procede sulla sua strada e nel drammatico Consiglio Nazionale di fine maggio, vero e proprio capolavoro politico per come riuscirà a mantenere unito il partito, non esita ad affermare: «Finora la Dc ha sempre saputo trovare in avvenire questo tono e questo linguaggio dando all’elettorato cattolico tutte le garanzie di ordine morale che esso giustamente richiede. In tal modo com’essa ha dato, così darà ancora il suo responsabile apporto a quella unità dei cattolici in campo politico che è sommo bene, non solo sul piano religioso, ma anche su quello civile per il nostro paese».

Un nuovo passaggio critico si avrà con il varo delle cosiddette «giunte difficili», quelle amministrazioni locali, in particolare comuni e province del nord Italia (Genova, Milano, Venezia), dove la Dc sperimenta, per ragioni legate all’esito delle amministrative di novembre 1960, la formula di centro-sinistra. Gli attacchi della stampa cattolica non tardano ad arrivare e anche l’arcivescovo di Milano, quel cardinal Montini amico fin dagli anni Trenta di Moro, invita il leader Dc a fornire spiegazioni. Un editoriale de «Il Popolo» del 24 gennaio 1961, non firmato ma attribuito al segretario del partito, riassume bene la posizione morotea: «la Dc in tutte queste difficili vicende è presente con la sua autonomia ideologica e politica, con la sua forza elettorale, con il suo senso di responsabilità. Essa non ha fatto e non farà cedimenti di sorta. Soprattutto né ha tradito, né tradirà il suo elettorato come qua e là si insinua o si dice con pericolosa ed irresponsabile facilità».

Alla presa di posizione pubblica segue oramai, come consuetudine, quella privata. Il 27 gennaio 1961 si incontrano Don Andrea Spada, direttore del quotidiano cattolico «L’Eco di Bergamo», ma soprattutto uomo fidato di Loris Capovilla e quindi del pontefice, lo stesso Capovilla, Manzini, direttore de l’«Osservatore Romano», Scaglia, stretto collaboratore del segretario Dc, e lo stesso Moro. L’invio periodico di informazioni e promemoria in Vaticano viene istituzionalizzato e soprattutto si fa strada negli ambienti vaticani l’impressione che screditare i vertici politici democristiani finisca per alienare alla Dc parte del voto dell’elettorato cattolico o, fatto ancor più rischioso, portare alla nascita di un partito cattolico conservatore in competizione con la Dc.

Moro può oramai contare su una salda sponda oltre-Tevere. L’idea che sia la Chiesa che la Dc possano uscire rafforzate da una più netta separazione tra piano del religioso e piano del politico è oramai chiara nell’inner circle dei collaboratori di Giovanni XXIII, come una nota riservata di Mons. Dell’Acqua testimonia: «la Gerarchia si augura che la difficile posizione della Dc non sia aggravata o resa addirittura insostenibile da iniziative e atteggiamenti di persone o di organi di stampa che sotto pretesto di difendere l’ortodossia e gli interessi religiosi, svolgono in realtà una azione gravemente disorientatrice dell’opinione pubblica, tendono ad impegnare la Chiesa e determinano situazioni pericolose per l’ordine e la stabilità democratica in Italia».

Dopo il Congresso del Psi del marzo 1961 e soprattutto dopo il discorso del «Tevere più largo», in occasione dell’incontro ufficiale tra il Santo Padre e Fanfani dell’aprile dello stesso anno, le posizioni sono oramai chiare. Così Moro, in un incontro riservato con il Vice assistente Centrale dei laureati di Ac don Clemente Ciattaglia dei primi di settembre del 1961, può affermare: «La Segreteria della Dc sarà ben lieta di fornire alla Presidenza della CEI o di quelle Autorità della Chiesa che le saranno indicate, quelle informazioni e garanzie che rendano tranquillo il Rev.mo Clero, l’ACI e le Opere della Consulta, la Stampa Cattolica ed i Comitati Civici, nel far convergere in modo unanime i voti dell’elettorato Cattolico alle liste della Democrazia Cristiana».

Il congresso Dc che dovrà sancire l’apertura a sinistra e la conseguente assunzione di responsabilità e autonomia da parte di Moro nel suo operato politico è alle porte quando il leader democristiano non esita a fornire, durante un’intervista televisiva concessa ad Eugenio Scalfari, questa definizione: «la Dc non è un partito cattolico nel senso che sia un’espressione politica della gerarchia ecclesiastica. È un partito di cattolici i quali operano in rapporto ad una realtà temporale su di un terreno propriamente politico, che riguarda scelte di carattere tipicamente politico. Quindi l’autonomia del partito è stata rivendicata e credo sarà confermata nel prossimo congresso».

L’ultimo tentativo di pesante ingerenza pilotato da Siri si dimostrerà un fallimento soprattutto perché neutralizzato da un promemoria di Moro per il Santo Padre di alcuni giorni precedente all’apertura del Congresso di Napoli.

Nelle oltre sette ore di discorso del 27 gennaio 1962 dalla tribuna del teatro San Carlo egli non esita a ribadire che «i valori morali e religiosi ai quali la Dc s’ispira e che essa vuole tradurre in atto il più possibile nella realtà sociale e politica sono destinati ad affermarsi nella vita democratica del Paese, nel quale la Dc è inserita e nella quale essa li porta». Ma proprio questa funzione determinante della Democrazia cristiana deve essere condotta alle sue estreme conseguenze. «Per non impegnare l’autorità spirituale della Chiesa in una vicenda estremamente difficile e rischiosa c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica […] L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale».

L’insegnamento di Moro è tutto in questa definizione di autonomia dei cattolici. L’importanza dell’ispirazione cristiana nell’operare sul piano della politica non implica la perdita di autonomia, né d’altra parte l’impossibilità da parte delle gerarchie ecclesiastiche di esprimere il proprio legittimo punto di vista. Piano del religioso e piano del politico, entrambi fondamentali, procedono nell’ottica morotea in parallelo. La supplenza della Chiesa nei confronti della politica, così decisiva nella fase post-bellica, è però conclusa. Moro afferma in maniera chiara: ora c’è la Dc, con la sua ispirazione cristiana e la sua autonomia politica. Siamo all’inizio degli anni Sessanta e non bisogna dimenticarlo. La maggior parte di quelle condizioni storico-politiche è mutata. Eppure l’insegnamento di Moro mantiene una sua attualità forte. Contro le odierne semplificazioni e contro la fittizia e sterile contesa tra i laicisti assoluti e i clericali per forza, l’esperienza morotea dovrebbe essere, se non fonte di ispirazione, perlomeno spunto di riflessione.

  • UN UOMO COSI': il singolare ritratto di Aldo Moro
Per chi desidera avvicinarsi alla figura del grande statitsta democristiano sotto un'angolatura un po' diversa, più intima può guardare la puntata de "La storia siamo noi" di Monoli che parte dal libro di Agnese Moro : "Un uomo così" ed. Rizzoli
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=301

 

  • PER APPROFONDIRE:

L'attualità politica di Aldo Moro negli scritti giornalistici dal 1937 al 1978
L'attualità politica di Aldo Moro negli scritti giornalistici dal 1937 al 1978

Antonio Giulio Di Mario 
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Antologia, Italia 2007
172 pp.
Prezzo di copertina € 12
Prefazione: Nicola Mancino
Introduzione: Agnese Moro
Editore: Pironti , 2007
ISBN 88-7937-498-2

Un testo per approfondire l'ennesimo aspetto - la quarantennale attività pubblicistica - del poliedrico impegno civile di Aldo Moro, parlamentare, costituente, ministro, capo del governo, segretario e presidente del consiglio nazionale della Dc ma anche docente universitario, avendo insegnato per lungo tempo Istituzioni di diritto e procedura penale presso la facoltà di Scienze politiche de "La Sapienza" di Roma.
Il libro ripercorre e analizza gli scritti del politico pugliese - tratti nell'ordine da "Azione Fucina", "Studium", "Ricerca", "La Rassegna", "Pensiero e Vita", "Il Giorno" - facendo emergere esami seri, scrupolosi e lungimiranti dei fenomeni politici e sociali di quegli anni.



L'attualità politica di Aldo Moro: Il Moro-pensiero meno praticato

Non è affatto un bene che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana. Noi governiamo da trent'anni questo Paese. Lo governiamo in stato di necessità, perché non c'è mai stata la possibilità reale di un ricambio che non sconvolgesse gli assetti istituzionali ed internazionali.

Il libro sta calamitando nuovo interesse sulla quarantennale attività pubblicistica del leader democristiano, influenzata, in particolare, dall'opera del filosofo francese Jacques Maritain, scomparso nel 1973, il teologo che avvicinò gli intellettuali cattolici alla democrazia allontanandoli da posizioni più tradizionaliste. Papa Paolo VI, che contribuì alla divulgazione delle sue opere in lingua italiana, lo considerò il proprio ispiratore.
"Lo stesso Moro, in un'intervista radiofonica trasmessa il 22 maggio 1973, spiegò come ritrovasse le radici del suo impegno negli scritti del filosofo francese" - ricorda Di Mario.
"C'era stata attribuita - disse Moro - una precisa funzione. Per dirla con Maritain, il compito d'agente di unità e formazione che il monarca svolgeva verso la città di un tempo deve svolgerlo verso il nuovo ordine temporale, la parte più evoluta politicamente e più devota del laicato cattolico e delle élites popolari. Abbiamo cercato di fare quel che ci era stato proposto come un dovere".
Questa tensione è rilevabile anche negli articoli giornalistici, soprattutto nella capacità di ricercare in ogni frase, nella precisione di ogni parola, sempre la verità.
Il libro si apre con una prefazione di Nicola Mancino, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura; pubblica una presentazione di Claudio Vasale, ordinario di Storia delle dottrine politiche presso "La Sapienza" di Roma, e un'introduzione di Agnese Moro, terzogenita dello statista. Proprio la figlia dello statista scrive: "Papà è vivo, in quegli articoli, come in ogni suo scritto. Perché c'è sempre l'impegno di una vita e l'assoluta mancanza di mediocrità. Credo si debba essere grati ad Antonello per avercelo riproposto, con tanta intelligenza e umanità. Quelle riflessioni, quell'amore per il suo Paese e per gli esseri umani, quel bel mescolio di realismo e di speranza, può dirci ancora tanto. E spronarci a fare del nostro meglio".
Al di là delle travagliate cronache che hanno accompagnato la fine e che spesso hanno finito per offuscare la stessa conoscenza dello statista presso le nuove generazioni, tra i meriti del libro di Antonio Giulio Di Mario c'è quello di restituire in tutto il suo spessore e nella sua attualità il Moro-pensiero meno praticato.
"Moro era un grande educatore, capace di scrutare nelle cose terrene - spiegava Franco Tritto, suo assistente universitario, scomparso nell'estate del 2005 - e di esplorare i meandri delle coscienze umane. Attraverso questa propensione consigliava amici ed avversari politici. L'umanità caratterizzava questo aspetto del suo essere. La figura dell'educatore traspare dal Moro filosofo a quello penalista, dal Moro maestro di studi e di vita a quello politico e statista: in lui tutto sapeva di umanità, tutto era riferibile ai valori della persona che erano correlati alla sua concezione dell'uomo. In questo quadro s'inserisce il suo particolare rapporto con gli studenti ai quali non fece mai mancare le sue lezioni all'università anche quando ricopriva importanti incarichi di governo. Donava a tutti quello che era giusto donare: era uno dei suoi modi per realizzare la giustizia".
Proprio in un suo articolo su "Azione Fucina" del 1944 risalta il suo modo di intendere l'insegnamento universitario e la sua tensione verso il mondo giovanile: "Il tuo professore - scrive Aldo Moro - è un uomo di scienza, più o meno grande naturalmente come è diverso l'ingegno umano e varia la forza del buon volere; ma è un uomo che ha dedicato la sua vita alla scienza, un sacerdote della verità. Ciò contribuirà qualche volta a fartelo sentire lontano con le sue astrazioni, strumenti inutili per una tecnica professionale troppo ristretta. Ma anche questo aspetto richiede una migliore comprensione da parte tua, perché in tale modo di essere del professore c'è un insegnamento definitivo per te. Ed è insegnamento ad amare e coltivare la verità per se stessa, per ciò solo che fa spaziare la tua intelligenza e le permette di rispondere al suo compito e rende piena e buona la tua vita. Se questo amore di verità che avrai imparato a contatto dell'uomo di scienza non ti servirà forse per la tua tecnica abilità di professionista, sarà però sempre patrimonio prezioso della tua umanità, senza la quale non potrai essere neppure professionista, perché la professione è come uno svolgimento particolare della tua umanità e la suppone".
Profetico il leader democristiano anche nella sua ultima intervista, concessa il 18 febbraio 1978 ad Eugenio Scalfari, poche settimane prima della tragica fine. "Non è affatto un bene che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana. Noi governiamo da trent'anni questo Paese. Lo governiamo in stato di necessità, perché non c'è mai stata la possibilità reale di un ricambio che non sconvolgesse gli assetti istituzionali ed internazionali".
Soltanto dieci giorni dopo quell'intervista, Moro in un discorso a Montecitorio ribadiva la necessità di favorire l'ingresso di nuove forze alla guida del Paese: "Soltanto dopo che avremo governato insieme e ciascuno avrà dato al Paese le prove della propria responsabilità e della propria capacità, si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo".

Giampiero Castellotti  (http://www.lettera.com/libro.do?id=6421)

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