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2 settembre 2010

L’urgenza dell’azione di ITALIA POPOLARE sta nell’urgenza di difendere la Costituzione.

L’attuale situazione politica italiana rende urgente ricostruire una proposta politico-elettorale diffusa sul territorio dei cattolici democratici. ITALIA POPOLARE – NETWORK DELLE COMUNITA’ REGIONALI, www.italiapopolare.135.it, sta coordinando l’incontro tra diverse esperienze territoriali di tanti uomini e donne che si rifanno al popolarismo, all’esperienza dei democratici cristiani senza nostalgia, visibile più nella punta delle penne di taluni giornalisti che nella realtà, in forme nuove. La linea d’azione è volta a ritrovarsi in spirito di unità ed amicizia, nella condivisione di una comune piattaforma ideale fondata sui pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa e della Carta Costituzionale: “La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà(don Luigi Sturzo). Lo spirito costituzionale, costruito dal basso non può non contraddistinguere il lavoro del movimento ITALIA POPOLARE presieduto dal prof. Alberto Monticone, già Senatore della Repubblica.
Le prime due regioni che hanno già iniziato l’opera organizzativa sono Piemonte e Campania.



Per info:
GIANCARLO CHIAPELLO
Segreteria organizzativa nazionale Italia Popolare
italiapopolare@yahoo.it
011-642788

16 gennaio 2009

La proporzionale risorgerà

di don Luigi Sturzo
in "Rivoluzione Liberale" , anno IV, n. 5, 1 febbraio 1925

Era necessaria una testa di turco, perché borghesia, reazione, fascismo avessero trovato su chi sfogare il loro malcontento per un reale intervento delle masse popolari nella vita politica e per una loro migliore partecipazione alla vita economica della nazione. E la testa di turco fu la proporzionale, dannata ad bestias, - prima che Mussolini passasse da proporzionalista a maggioritario, e da maggioritario a uninominalista, - dalla vecchia tradizione italiana liberaldemocratica. Questa in fondo era ed è in gran parte dei suoi superstiti, sia di destra che di sinistra, conservatrice; e mal tollerò il suffragio universale dato da Giolitti in una giornata di malumore, e approvato da quella stessa Camera che poco prima avena fatto il niffolo al divo Luzzatti, che voleva elargire un suffragio universale, ma a scartamento ridotto. Veramente, in fondo in fondo, l'elemento reazionario nostrano (pentito del fallo) avrebbe voluto colpire il suffragio universale; ma purtroppo si trovava di fronte ad un pericolo: - la sensibilità delle masse, che ormai hanno acquisito questo loro diritto; - e allora la proporzionale, - la quale incanala le forze democratiche e valorizza il suffragio universale, come quella che naturalmente completa lo stesso suffragio universale, - ne ha subito tutte le conseguenze, almeno per ora! Quando manca la proporzionale, i partiti, per essere una adeguata espressione politica della coscienza delle masse, debbono ricorrere alla coalizione o alla semplificazione. Ma questi non sono e non possono essere dei fatti arbitrari o improvvisati, sono invece un prodotto di lunghi processi e di sviluppi di vita costituzionale, che per altro non possono essere uguali in tutti i paesi. In Inghilterra finché la lotta si imperniava su i due partiti storici tradizionali, messi sull'identico piano del regime monarchico costituzionale, senza futurismi o passatismi, era evidente che non potesse esistere una qualsiasi proporzionale, che si sarebbe risolta nella più o meno identica proporzione di seggi nella divisione dei due partiti: uno il vincente l'altro il soccombente. Oggi che è penetrato in forma stabile un terzo partito (il laburista) fa capolino e si va affermando la tendenza proporzionalista, applicata di già nel Libero Stato d'Irlanda, e caldeggiata dalla Proportional Representation Society che ha per segretario ed apostolo il noto Humphrey, proporzionalista puro. Ancora non può dirsi che il proporzionalismo faccia molta strada in Inghilterra; e ciò per una salda concezione del passato, e una quasi fatale convinzione che in Inghilterra non può farsi politica seria se non con due partiti soli: uno dei tre deve scomparire. Quale? I laburisti sono sicuri (ed hanno larga adesione di masse) che essi sono definitivamente entrati nel ruolo dei due primi partiti; e che quindi entreranno costantemente nell'alternativa del potere. L'altro oggi è il Conservatore: ma molti ricordano il 1906, quando i liberali ottennero un trionfo maggiore di quello avuto dai conservatori nell'ottobre scorso. Ma quale esso sia il prossimo sviluppo dei partiti in Inghilterra, o la riduzione a due ovvero la stabilizzazione a tre con sfaldamenti alle ala; è certo che nel primo caso la proporzionale è superflea e inapplicabile; e nel secondo caso, si imporrà quando gl'inglesi si persuaderanno (ci vuole un pò di tempo data la mentalità inglese) che il vecchio giuoco dei due partiti è completamente esaurito. L'altra forma di correggere il suffragio universale senza ricorrere alla proporzionale, è la coalizione elettorale: un tipo costante di ciò, attraverso le varie modifiche della legge elettorale, si è avuto in Francia sia prima che dopo la guerra. Non si può paragonare al tipo italiano che ebbe voga col suffragio ristretto quando si promossero le coalizioni dei così detti "partiti popolari" dopo le reazioni di Rudinì e di Pelloux. La coalizione elettorale però ha un carattere transitorio e una formazione variabile: e, in confronto all'organizzazione dei partiti all'inglese, è una forma inferiore di vita politica, che obbliga i partiti ai compromessi, per i quali essi partiti restano inquinati di molti elementi marginali assai impuri. Comunque sia adempiono ad una funzione importante le coalizioni, quando rappresentano in sintesi il pro e contro di una determinata situazione politica; e la possono esprimere in blocchi antitetici: - si arriva così, attraverso una temporanea formazione, alla caratteristica dei due partiti, base della vecchia concezione borghese-parlamentare. Ma come l'Inghilterra ha sentito tardivamente e in forma possibilista l'avvento del terzo partito di masse, il Lavoro, che ha fatto l'effetto del terzo incomodo; così nella vita parlamentare continentale, prima o poi, dal poco al molto, con varie caratteristiche, si è introdotto il partito socialista (oggi anche diviso e frazionato) che presentatosi come anti-borghese, è finito in regime di coalizione, a divenire un elemento integrante nella lotta dei partiti costituzionali democratici contro i partiti reazionarii. Fino a che l'acclimatazione del socialismo nell'ambiente parlamentare non era avvenuto, la caratteristica rivoluzionaria era la prevalente e la pregiudiziale. Quando invece, non ostante la pregiudiziale rivoluzionaria, l'avvicinamento possibilista poté realizzarsi, questo é finito a dare anche una base alle coalizioni elettorali e parlamentari in quasi tutti gli Stati europei. Questo elemento (il socialista) e l'altro elemento di carattere pure generale e organizzativo (il democratico cristiano o cristiano sociale, o popolare) fecero precipitare la soluzione proporzionalista, perché moltiplicarono i partiti e diedero la maggiore spinta possibile all'intervento delle classi lavoratrici nella politica. Là dove la proporzionale non ebbe favore, come in Francia, si fu obbligati ad accentuare il tipo di coalizione elettorale. Però in questo caso, il terreno politico viene notevolmente spostato e messo su due piani differenti: da un lato coloro (liberali, democratici, radicali, popolari, ecc.) che pur ammettendo il progresso legislativo e istituzionale, si trovano concordi sul terreno dello Stato costituzionale rappresentativo; - e coloro (socialisti delle varie gradazioni) che si trovano sul terreno costituzionale come sopra un terreno tattico di battaglia per un ulteriore sviluppo rivoluzionario. Che dire se poi su questo terreno così alterato si affaccia un altro nuovo partito, per esempio il fascismo, che accetta il metodo rivoluzionario per attuare un piano reazionario e autocratico? Le coalizioni fra questi elementi così disperati e discordi rappresentano un compromesso oltre che politico, morale, che fa ritornare la vita politica ad una precipua valutazione di forza e di correnti, e ad una lotta di capitani e di seguaci. Ecco perché nei popoli a struttura politica complessa, è necessario un regime elettorale che lasci al suffragio universale, la limpidezza della sua caratteristica e l'influsso della sua dinamica, e insieme dia la possibilità di un incanalamento delle varie forze discordi, su risultanti politiche, rispondenti a diffusi stati di coscienza, di cultura e di interessi. Di qui la necessità della proporzionale ormai comune in tutta l'Europa Centrale. Anche la vita politica ha le sue leggi naturali, che non possono superarsi; perché la vita politica è una delle faccie sintetiche della vita sociale dei popoli. Non è possibile, dato il suffragio universale, che la massa di un popolo non cerchi di affrancare la propria autonomia da soggezioni politiche ed economiche, e avere una propria personale espressione. Sia essa l'alternativa dei due partiti; o la coalizione dei più partiti; o la rappresentanza proporzionale dei molti partiti, risponde più o meno parzialmente alla necessità di organizzazione del suffragio universale. Però è ben da notare che se è superato lo stadio dei due partiti, non è più possibile vi si possa ritornare a volontà o coattivamente; come è innaturale che trovata la via della proporzionale, vi si rinunzi per cadere in quella delle coalizioni.La violentazione della coscienza collettiva, può avvenire, come ogni altro tormento morale: - ma una volta ottenuta una conquista, non è più possibile rinunciarvi. Fornirà perciò nuovo argomento di lotta; questa potrà durare più o meno a lungo e (cosa normale nella storia) coloro che oggi hanno voluto seppellire la proporzionale la invocheranno a loro salvezza.

Londra, 18 / 1 / 25. - 6° anniversario del P. P. I.

24 luglio 2008

L'idea di Stato per un popolare

Nella fase di costruzione di INCIPIT, l'"Intesa Civica Popolare Italiana" come rispondere a chi chiede quale idea di Stato ha un suo sostenitore? Appare opportuno riferirsi alle parole di don Luigi Sturzo:

 «Siamo sorti a combattere lo Stato e lo Stato panteista del liberalismo e della democrazia; combattiamo anche lo Stato quale primo etico, e il concetto assoluto della nazione panteista o deificata che è lo stesso; per noi lo Stato è la società organizzata politicamente per raggiungere i fini specifici; esso non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; soltanto li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo Stato non è il primo etico, non crea l’etica: la traduce in legge e le dà forza sociale. Per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà; la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è religione: la rispetta, ne tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici. Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività, e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione civile è ordinata».

don Luigi Sturzo, Congresso di Torino del Ppi, 1923

20 luglio 2008

Il nostro centrismo non è equidistanza: le parole attualissme di don Luigi Sturzo

In questa fase in cui Italia Popolare e l'Area Popolare Democratica insime a diverse realtà civiche stanno andando oltre loro stesse per dare vita a INCIPIT,  "Intesa Civica Popolare Italiana", appare opportuno ricordare il senso stesso della tradizione politica popolare riscoprendo le parole del fondatore del primo Partito Popolare Italiano don Luigi Sturzo.

L' accusa che si ripete con insistenza da avversari e da ex-amici è che il partito popolare italiano vada a sinistra, e che non è più un partito di centro.

Questa topografia di destra, sinistra e centro deriva da un semplicismo politico, troppo banale; e poiché manca di contenuto specifico, crea confusioni equivoci ed errori, e forma pregiudizii deplorevoli.

Vediamo di portare un po' di ordine in queste idee confuse, anzitutto per intenderci fra di noi, e poi per obbligare gli altri a non fraintenderci, almeno quelli in buona fede, e non sono pochi.

1. Andiamo per eliminazione: il nostro centrismo non è una linea mediana fra i destri e i sinistri, come a dire un colpo alla botte ed uno al cerchio, ovvero una specie di giudizio di Salomone, un'altalena di teoria e di pratica politica, atta a scontentare tutti o a contentare un po' per uno. Politica da equilibrista, che si ridurrebbe in fondo a non sapere che pesci pigliare ed essere a Dio spiacente ed ai nimici sui. Questa concezione è semplicemente esclusa; sia perché sarebbe un vero nullismo o un semplice opportunismo; sia perché mancherebbe della logica programmatica, che fa discendere, da alcuni principii ideali e da varii postulati fondamentali, le ragioni pratiche dell'azione e le posizioni politiche di lotta e di realizzazione.

2. Altra eliminazione: destra e sinistra nell'interno di un partito, di qualsiasi partito, che abbia un'omogeneità sia pure elementare, cioè quella schematica del programma dello statuto e delle finalità, non possono significare due correnti irriducibili avverse, che ciascuna pretende avere ragione e sopraffare l'altra; poiché in questo caso si tratterebbe di due partiti o di due fazioni; non mai di tendenze nel seno dello stesso partito, sia che tali tendenze fossero stabilizzate attorno ai problemi generali, sia che fossero invece eventuali atteggiamenti su determinate soluzioni.

3. Terza eliminazione: il centrismo dei popolari non è una pura posizione parlamentare, come elemento di equilibrio fra una destra reazionaria e una sinistra socialista, o come semplice integrazione di governi liberali-democratici; simile interpretazione o figurazione topografica è stata smentita dalle diverse combinazioni e dai vari orientamenti dei partiti in quasi cinque anni di esistenza del nostro partito; il quale alla Camera si è trovato per tre anni di seguito (novembre 1919 - ottobre 1922) nella necessità di partecipare a tutti i governi per formare la maggioranza governativa, ed ha cercato di inserire nei vari programmi di governo, alcuni dei postulati pratici propri, quali l'esame di Stato, le leggi agrarie, la libertà di commercio, il riconoscimento dei sindacati, la funzione del movimento cooperativo e simili.

Per questo il nostro gruppo parlamentare è stato avversato e tollerato dai vari partiti di governo, che avrebbero fatto a meno dell'esistenza di questo terzo incommodo nell'attività parlamentare; ma che per ragioni di numero erano costretti a cercarlo, a blandirlo, per poi spesso sopraffarlo. Questa posizione parlamentare può non ripetersi; ciononostante il nostro partito resterà anche in parlamento un vero partito di centro.

4. Spieghiamo allora cosa intendiamo per centrismo. Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: - siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; - vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; - ammettiamo l'autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; - rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; - vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto dei nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

Questa posizione non è tattica. E' programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità: ma da una posizione teorica di programma e di idealità. E la ragione di questa posizione teorica ha la sua origine in un presupposto che caratterizza la ragione etica della vita quale la vediamo noi al lume del cristianesimo: - noi neghiamo che nella vita presente si possa arrivare ad uno stato perfetto, ad una conquista definitiva ad un assoluto di bene.

I socialisti dicono: il male viene dall'ordinamento borghese della società; bisogna abbatterlo, dopo verrà il novus ordo: essi sono estremisti, perché arrivano ad una concezione assoluta. I fascisti dicono: la nazione potrà prosperare solo quando sarà "fascistizzata" negli ordinamenti, nel pensiero, nella vita sociale; essi tendono ad un assoluto e quindi sono anch'essi "estremisti". Chiamiamoli per pura comodità gli uni estremisti di sinistra, gli altri estremisti di destra, e ciò in riferimento alla società borghese; ma la tendenza "monopolista", "assolutista", "estremista" è nella natura del loro movimento.

Nel movimento popolare invece non c'è la futura età di Saturno, la città del Sole, il 2000, la repubblica di Platone e simili ottimismi; perché la nostra fede cristiana e il nostro senso storico ci portano a valutare la vita presente come un "relativo" di fronte ad un "assoluto", e quindi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblica, all'etica, che è per noi norma insopprimibile, e superiore a quella che si chiama "ragion politica" o "ragione economica"; e questo ci dà il senso di relatività, che incentra i problemi, e non li fa come per sé stanti, come fini assoluti da dover raggiungere per un logico predominio e per una ferrea legge.

La mancanza di estremismo programmatico e finalistico, e il suo fondamento etico, che deriva dalla concezione cristiana del popolarismo, contribuiscono fortemente ad escludere nei popolari estremismo di metodo; cioè la realizzazione di mezzi rivoluzionari o violenti o antilegali. E mentre tutti i partiti, che non appoggiano la loro etica sul cristianesimo, possono divenire rivoluzionarii, nel senso di sovvertire gli ordinamenti legali con la violenza con l'illegalismo e con la dittatura, il nostro partito non può mai divenire rivoluzionario o violento, e se accede in casi concreti alle ragioni che muovono altri a far le rivoluzioni, esso rimane sempre quello che il consiglio del partito, nell'appello del 20 ottobre 1922 (alla vigilia della marcia su Roma), chiamò riserva morale della nazione! - Sempre!
Questa è la natura e la ragione sostanziale del nostro centrismo come partito politico.

5. Ma se è così, perché mai ci dicono che il partito ora vada a destra, ora invece vada a sinistra? Lasciamo stare i motivi polemici; ce ne son tanti e servono sempre agli avversari. I socialisti diranno sempre che il partito popolare va a destra, a furia di dirlo, in cinque anni dovremmo essere già all'estrema destra; e lo stesso vale per i liberali conservatori e oggi anche per gli ex-amici; per tutti costoro il partito cominciò ad andare a sinistra appena sorto, e via via avremmo già superato i comunisti: infatti ci dissero un tempo che eravamo peggio dei bolscevichi.

La verità è un'altra: - mentre il programma la natura del partito creano una ragione centrista sia di sostanza che di metodo; la necessità di affermare il partito nella vita e di realizzarne i postulati crea quelle che si chiamano posizioni di battaglia; ed è naturale che ogni posizione di battaglia trovi coloro che resistono e che quindi fanno da antagonisti: altrimenti non vi sarebbe più lotta.

Infatti quando nel 1919 e nel 1920 ci opponemmo agli scioperi generali, i nostri antagonisti furono i socialisti; quando nel 1920 iniziammo la campagna per la colonizzazione del latifondo e la riforma dei patti agricoli, furono gli agrari ed i conservatori; quando nel 1921 iniziammo la lotta contro i provvedimenti finanziari, il nostro antagonista fu Giolitti; quando nel 1922 sostenemmo l’esame di Stato i nostri antagonisti furono i democratici sociali; quando nel presente anno abbiamo combattuto la riforma elettorale politica, i nostri antagonisti sono stati i fascisti.

Destra o sinistra? Ma che c'importa della topografia! Chiamatela come vi pare, per noi è battaglia oggettiva, concreta, logica, che risponde ai nostri principii, ai nostri postulati, alle esigenze politiche del nostro partito. Se nel caso concreto, una nostra posizione di battaglia giovi o nuoccia ad una delle frazioni politiche del paese, sia o non sia opportuna in un determinato momento, tutto ciò fa parte della valutazione politica, che spetta ai dirigenti, ma non sposta la posizione di un partito che segue la sua linea e tenta le sue realizzazioni; anzi manifesta una ragione di polarizzazione di altri partiti e gruppi che vengono così costretti a valutare e rivalutare le posizioni da noi assunte.

Solo così siamo noi e tendiamo a far sì che il nostro pensiero e il nostro programma vengano discussi dagli altri, e possano in parte o in tutto realizzarsi.

6. Alcuno dirà che perché un modo di esprimersi entri nell'uso comune deve avere una ragione; non per nulla da parecchio tempo in Italia si parla di destra e di sinistra: ci deve essere una ragione.

L'osservazione è giusta, ma bisogna spiegare la portata di questa formula sintetica. Dopo la guerra, per sinistra fu caratterizzato il movimento socialista e quell'altro social-democratico che lo favoriva; per destra invece fu caratterizzato quello che vi si opponeva e che poi sboccò nel nazional-fascismo. Fra questi due poli si svolse la nostra politica; e il terzo elemento, il popolare, per potersi piazzare nell'opinione pubblica così orientata, avrebbe dovuto saltare il fosso e presentarsi o come sola destra o come sola sinistra; il fatto che invece volle restar centro, cioè quello che era, diede alle due ali avverse la spinta o a favorirlo o ad avversarlo.

Ora tutto il problema sta qui: c'è posto nella lotta politica per un terzo termine? Noi diciamo di sì, e perciò vogliamo mantenerlo puro (a dire il vero, Sturzo scriveva in un contesto in cui era stata vinta la battaglia per la legge elettorale proporzionale. Con un sistema maggioritario, il centro, se non ha massa critica sufficiente per essere polo di attrazione, può essere costretto ad alleanze tattiche. Purché ricordi che non deve mai rinunciare alla propria autonomia. Ndr); invece questo negano oggi i fascisti e ci voglio decomposti, e ridotti a massa di manovra clericale per comodo dei destri; questo negarono e negano i socialisti, che ci hanno sempre conteso la possibilità dell'organizzazione operaia; e questo negano in parte anche gli amici o ex-amici di dentro e di fuori, affetti dal morbo della filìa (inclinazione a farsi fiancheggiatori di forze esterne e a vedere l’identità del partito solo in funzione delle alleanze, ndr), che tenta creare nel partito la orientazione e la stabilizzazione delle tendenze, le quali come gruppi a sé sono stati sempre combattuti e riprovati.

La filìa è un morbo, che deriva dalla poca fiducia e dalla poca convinzione della nostra ragione politica di partito e dei suoi destini; perciò ci sono quelli che credono che è meglio dare al partito popolare un po' più di tinta democratica e sociale e fanno i filo-socialisti; i quali un tempo eccedettero in cravatte nere e in canti di bandiere bianche e in filippiche anti-padronali. Altri invece che credono che il mondo può essere salvato dal manganello meglio che dalla croce, almeno il mondo della proprietà e della ricchezza; oppure che a metter l'ordine, anche senza giustizia e senza libertà, può esser tollerabile la dittatura, e perciò divengono filo-fascisti; fino a votare la legge di riforma elettorale che lede nel suo fondamento i principii costituzionali.

Ecco che gli uni e gli altri diranno che il centrismo del partito non è stato un bene; e che bisogna andare o a destra o a sinistra.

Superate le vostre filìe, abbiate fiducia nel partito popolare, come termine raggiungibile di attività politica e quindi anche di dominio delle nostre idee e delle nostre forze, e allora vi accorgerete che l'attività del partito segue la sua linea, la sua natura, la sua responsabilità puramente centrista, perché popolare.

La filìa è come gli occhiali colorati che fanno vedere negli oggetti i colori che non ci sono. Oggi è la volta del sinistrismo del partito; coloro che lo vedono sono proprio i popolari o gli ex-popolari filo-fascisti. Ieri quegli altri, i sinistri i filo-socialisti, vedevano invece che il mondo popolare andava troppo a destra.

Sono le due piccole ali del partito che fan rumore, perché hanno troppe cose da dire agli altri, e quasi mai delle cose serie e importanti da dire a noi. Questa è la storia, per noi ormai superata, della destra e della sinistra.

Parliamo invece del popolarismo che non piega né a destra e né a sinistra: questo è il nostro partito, il vero partito di centro; in questo partito abbiamo fiducia, e vogliamo che esso superi le difficoltà dell'oggi nella chiara visione del nostro programma e delle nostre finalità politiche e morali.


Pubblicato sul Popolo nuovo del 26 agosto 1923

8 agosto 2007

Quale missione per i cattolici in politica?

Di fronte allo smarrimento che coinvolge la politica italiana da tanto, troppo tempo, occorre costruire il futuro ancorandolo a radici forti. Questo è la linea che vogliono seguire i popolari senza "se" e senza "ma" che non hanno accettato di barattare la coerenza con le idee della contaminazione e della pluralità, ossia, tradotto in termini comprensibili, personalizzazione esasperata & lotta di potere tra correnti senza idee. Quindi, fuori dalla Margherita prima, dal Pd ora, i cattolici demcoratici devono torinare ad interrogarsi sulla propria missione in politica. Una bussola importante appare data dalle parole di don Luigi Sturzo: "La Missione del cattolico in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica è tutta impregnata di ideali superiori, perchè in tutto vi si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa, la scienza si applica ai forni di Dachau, la filosofia al materialismo e al marxismo, l'arte decade nel meretricio" (L. Sturzo, da "Eticicità delle leggi economiche", in "Il Popolo" del 16-12-1956)

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