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12 febbraio 2010

Moncalieri 19 febbraio: N.E.X.T. i popolari davanti alle sfide del futuro

Il futuro della comunità è prossimo e, dunque, occorre fare riferimento alle tante energie positive del territorio per avere un progetto politico, sociale ed economico. Questo è il senso dell’incontro aperto al pubblico che i popolari di Moncalieri e del Piemonte hanno voluto individuare con l’acrostico N.E.X.T. ossia “nuove energie per il territorio” che si terrà presso la Famija Moncalereisa, via Alfieri 40, Moncalieri venerdì 19 febbraio alle ore 21. Il cuore della discussione verterà sull’opportunità rappresentata dall’autonomia locale per discutere e fornire, a partire dal patrimonio di valori ed esperienze incrociate del popolarismo cristiano e dell’autonomismo, analisi e soluzioni credibili alle questioni scottanti della politica, della crisi, del lavoro, dell’impresa. Introduce la serata Giancarlo Chiapello, segretario cittadino dei popolari. Relazione del sen. Prof. Alberto Monticone, presidente nazionale di Italia Popolare. Contributi di : Pierfranco Gariglio, esponente delle Piccole e Medie Imprese novaresi, Carlo Gottero, ex presidente provinciale Coldiretti, Marco Morello, direttore scientifico del Centro Studi Sociali “Mario Becchis”. Conclusioni del prof. Roberto Louvin, consigliere regionale della Valle d’Aosta. Modera il giornalista Antonio Labanca.

Per inf.: segreteria popolare

popolari2006@yahoo.it

www.popolarimoncalieri.135.it

011-642788

28 agosto 2009

ALBERTO MONTICONE: "Lettera aperta di un popolare d’altri tempi con lo sguardo al futuro".

Alberto MonticoneScrivo queste linee come riflessione con me stesso nella speranza che altri condivida impressioni e propositi, non  per ripiegarmi in esperienze e progetti del passato bensì per rivedere e confermare in questo tempo nuovo, difficile ma straordinariamente ansioso di avvenire, la scelta di vita di essere cittadino di questo Paese, l’Italia, con animo di cristiano e di democratico alla ricerca di amicizia e di compagnia nel servizio politico.  Sarebbe troppo agevole, ma fuori luogo, additare la distanza che separa l’attuale situazione dall’orizzonte cristiano o lamentare la crisi morale presente a tutti i livelli, privati e pubblici; credo sia piuttosto doveroso ed utile prendere in considerazione anzitutto il nostro modo di essere cittadini e laici cristiani e da esso allargare lo sguardo al panorama dei partiti, per cercare di scorgere senza presunzione e senza timore di novità la pista nella quale mettere alla prova le nostre forze e la nostra capacità di agire politico. Dico nostra perché il dovere morale di prendere parte alla costruzione di una società sempre tesa al miglioramento e comunque fondata sulla giustizia e sulla pace non si esaurisce nei doveri dei singoli, ma – quasi specchio del sentire comunitario proprio dell’appartenenza al popolo di Dio in un dato momento e in luogo concreto – richiede un impegno comune ed unitario di quanti condividono gli stessi ideali.

            Negli ultimi mesi all’interno della mutata geografia dei partiti, indotta da una legge elettorale che allontana i cittadini dalla propria rappresentanza e che soffoca la pluralità e la ricchezza della vita sociale emarginando le minoranze, ma soprattutto caratterizzata dall’impoverimento delle culture e da un crescente smarrimento dei fondamentali obiettivi sociali, si sono manifestate alcune tendenze a creare forme nuove  di aggregazione dei cattolici o a rivendicare all’interno di partiti  spazi per essi. L’area maggiormente interessata a simili progetti è quella di centro tanto sul versante accanto alla destra quanto su quello contiguo alla sinistra, un centro però per lo più pensato in termini di equidistanze politiche o di equilibri tra gruppi di una stessa formazione e ben lungi dall’essere un centro di motivazioni ideali, di scelte culturali e sociali, di proiezione verso l’avvenire. Nel rispetto pieno di chi opera per questo tipo di soluzione non scorgo in essa ragioni che possano indurre ad aderirvi e soprattutto capacità effettiva di attrarre il consenso di chi si è disamorato della politica e in particolare di quella che si proclama cattolica. Si aggiunga che prevalgono il riferimento a personaggi guida, mentre dovrebbe essere caratteristico nell’agire politico del cristiano il senso della coralità, o la finalità di difesa degli “interessi” della religione, invece dello spirito di servizio al bene comune in cui i valori cristiani sono ricompresi. Nonostante la buona volontà di taluni si profila ancora il rischio di una strumentalizzazione della religione o quanto meno di un suo accaparramento di parte.

          Ma che cosa ho fatto io, che cosa abbiamo fatto noi per poter contribuire ad una diversa forma di presenza di cattolici nella politica italiana di questi anni? E quale via alternativa a quelle che oggi si profilano vorremmo proporre, se in nessuna scorgiamo quella che più è vicina alle nostre aspirazioni? Abbiamo condiviso le speranze e l’impegno del PPI, che dal 1994 al 2002 pur non riunendo in sé  la maggioranza del cattolicesimo democratico italiano ne è stato una delle più convincenti espressioni. Abbiamo cercato di sviluppare, insieme con molte variegate realtà culturali di base, luoghi di riferimento di una rinnovata cultura politica, così necessaria per sempre nuova energia e autentica vitalità di una forza politica popolare. Non abbiamo condiviso la rinuncia del PPI  alla propria autonomia e la sua confluenza nella Margherita nel 2002 perché non ci convinceva  l’asserito principio della contaminazione tra le culture, surrogato di un confronto e di una cooperazione nella autenticità e nella chiarezza.. Abbiamo allora promosso un movimento di base “Italia Popolare”, non avverso ma distinto e diverso dalle forze partitiche presenti in Parlamento , con il proposito di ascoltare e interpretare le istanze delle città, dei territori, dei gruppi di intervento culturale, sociale e politico attivi nelle diverse regioni italiane, cercando di ripercorrere la via tradizionale del popolarismo dalle amministrazioni locali alla politica nazionale, quella che aveva additata ed intrapresa il fondatore del primo PPI, Luigi Sturzo, del quale proprio quest’anno facciamo memoria nel cinquantenario della sua morte. La partecipazione a competizioni elettorali amministrative in alcune città medio piccole, là ove più è percepibile e sentita la comunità civica, ha consentito di eleggere nelle rappresentanze locali alcuni popolari, competenti e motivati, e di tessere un primo, sia pur rado, reticolo del movimento con limpide caratteristiche ideali e progettuali nel difficile contesto dei lunghi anni di governo del centro destra.

         La precaria vittoria del centrosinistra nel 2006, l’irrigidirsi del sistema rappresentativo con la legge elettorale tendente al bipartitismo, misurata per dare potere decisionale a ristretta cerchia di segreterie di partito ed escludente la libera scelta degli elettori, il disagio e l’incertezza dell’area cattolica sospinta a dividersi nettamente da una parte o dall’altra senza totalmente riconoscervisi, ed infine il confluire dei popolari della Margherita nel PD divisi tra di essi stessi, hanno reso più problematica l’azione di Italia Popolare, come quella di tutte le forze di base. L’iniziativa di Savino Pezzotta di trovare uno spazio originale, libero e coerente con i principi e i valori della ispirazione cristiana, laicamente declinata, trovò non solo in noi, ma in vasti settori del mondo cattolico consenso e sostegno, al di là dell’errore di utilizzare o lasciar utilizzare il nome di “Rosa bianca”. Ma essa poi non riuscì a mantenersi autonoma dalle scelte di collocazione nella geografia partitica già esistente, confluendo infine nell’UDC distaccatasi dal centrodestra e perdendo l’aggancio con la diffusa realtà di base. Italia Popolare si era intanto già ritirata ai primi sintomi del nuovo percorso nell’intento di restare coerente con l’impostazione del suo metodo di fortificare e rinnovare il popolarismo radicandolo nelle comunità civiche locali.

          Lungi dal compiere operazioni di ceto politico, ma anche dal cercare astrattamente forme di coordinamento tra gruppi di cattolici democratici, Italia Popolare nell’ultimo anno e mezzo si è persuasa che la via più convincente di tipo aggregativo di esperienze di ispirazione cristiana in politica è quella di una convergenza nella pluralità e nella condivisione di principi, di stile e di obiettivi, in altri termini di una intesa libera, amichevole e costruttiva nel rispetto delle pur variegate realtà locali e nel dare vita ad una solidale unità popolare nazionale. Dunque rispetto per scelte altrui, ma una strada diversa dal costituire correnti dentro partiti a destra o a sinistra, dal rispondere alla chiamata alla Unione di Centro o dalla contaminazione più o meno efficace con altre culture o stili. Può naturalmente affacciarsi il dubbio che non vi sia spazio nell’attuale situazione politica italiana per un simile movimento, dato che da un lato il sistema rappresentativo tende sempre più al bipartitismo maggioritario e che dall’altro l’area fuori dai grandi partiti è già affollata di diverse forze e proposte politiche. Credo tuttavia che la domanda da porsi non sia tanto quella relativa allo spazio disponibile quanto piuttosto quella circa la esistenza nel Paese di cittadini che vorrebbero essere rappresentati in modo diverso e se tra di essi non vi sia un alto numero di popolari. A tale domanda propendo a dare una risposta affermativa.             

          Indubbiamente una intesa tra i popolari non è impresa agevole per difficoltà di comunicazione, per persistenti abitudini alla difesa della propria specificità, per varietà di interpretazioni del popolarismo e infine per una certa tendenza alla ricerca di leaders, oggi così diffusa in tutta l’opinione pubblica e anche tra i cattolici. Si aggiunga  tra gli ostacoli persino una qualche confusione sulla laicità cristiana e sul modo di vivere la doppia cittadinanza, nella società e nella Chiesa. E tuttavia nel nostro Paese vi è come un giacimento di cittadinanza potenziale al quale le sonde dei partiti difficilmente riescono ad attingere, una ricchezza civica ed etica, una disponibilità comunitaria che in non piccola parte reca il sigillo cristiano e che può emergere in una comune tensione al servizio politico, se è mobilitata intorno a speranze condivise. Non sono gli organigrammi, né i progetti pur sapientemente disegnati, né gli appelli per quanto calorosi, né il fascino di contare di nuovo a produrre una possibile mobilitazione, bensì il sentimento profondo e la volontà di mettersi insieme intorno ad obiettivi per i quali vale la pena di uscire dall’anonimato indotto dall’attuale contingenza politica italiana.

          E questi obiettivi possono forse essere sintetizzati in parole chiave di nuovo popolarismo:

la libertà radicata  nei valori fondamentali per tutti; il primato della persona e della famiglia; la fraternità nazionale, civile e sociale; il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla salute; l’equità e la giustizia in una economia del profitto condiviso; la promozione e tutela della vita e dell’ambiente. Tali parole possono apparire generiche, velleitarie ed astratte, ma da esse, se davvero poste alla base di azione politica,  discendono scelte ben precise di tipo ideale, etico, sociale ed economico, che nel loro insieme mal si adattano ad ingresso passivo negli attuali partiti soprattutto a livello nazionale. Ne consegue che è ancora possibile pensare ad una forza politica che ne faccia il sostrato della sua stessa esistenza o, meglio, l’obiettivo della sua crescita, senza immediate preoccupazioni di numeri, di peso o di relazioni con altre più strutturate e già affermate, muovendo dai mondi vitali delle cento città italiane e per così dire traendo dalle riserve di ricchezza di cittadinanza, cui sopra accennavo, la linfa per il suo sviluppo e le ragioni per cui vale la pena di sempre nuovamente impegnarsi.

          Questo neopopolarismo , generato dalla scoperta di innumerevoli amicizie potenziali e disponibili e da una intesa degli animi prima ancora degli accordi operativi, potrebbe costituirsi in un vero movimento politico nelle realtà amministrative , territoriali e regionali sin da ora, mentre gli anni che ci separano dalla fine della legislatura nazionale consentirebbero di prepararsi a più alti livelli di rappresentanza. Cultura civica, motivazioni ideali e forti sentimenti ne plasmerebbero l’identità civile, cristiana e democratica e ne animerebbero la fantasia e l’invenzione per il futuro. Non occorrono leaders carismatici né capi solitari, ma tante persone e molti gruppi davvero popolari che prendano l’iniziativa di conoscersi, di comunicare, di offrirsi per la causa comune.

          Queste sono le riflessioni che mi sono venute spontaneamente nella pausa di questa estate e alla vigilia di una complessa ripresa del dibattito politico. Sarei lieto di sapere se esse hanno qualche aspetto condiviso e se possono contribuire a suscitare critiche, suggerimenti o proposte. In ogni caso sono comunque grato a chi ha avuto la pazienza di leggerle e di prenderle in considerazione.

               

Alberto Monticone

 

Agosto 2009

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