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4 gennaio 2018

ITALIA POPOLARE/INTESA CIVICA POPOLARE DIFENDE LE PROPRIE PREROGATIVE

COMUNICATO STAMPA: ll Movimento Italia Popolare – Intesa Civica Popolare, nella difesa delle proprie prerogative legali ed elettorali, guarda con attenzione ad una iniziativa che riconosca il valore del popolarismo e si compiace per la ritrovata attenzione verso una identità politica che tutti hanno ritenuto morta negli ultimi 20 anni


Movimento Italia Popolare – Intesa Civica Popolare, nella difesa delle proprie prerogative legali ed elettorali, maturate dal 2004 attraverso le proprie attività sul territorio e la presentazione delle liste alle elezioni amministrative, ritenendo significativo il contributo del popolarismo, della testimonianza dei cattolici democratici, nel cammino di rilancio dell'Italia, nella riscoperta dei valori dei padri fondatori dell'Europa, a partire dalla difesa della Carta Costituzionale e di una economia sociale di mercato che non leda mai la centralità della persona umana, della vita e della famiglia, valuta come potenzialmente utile una lista elettorale in grado di accolgierne una presenza autonoma.

Consapevole che una forza politica si considera innanzitutto per l'identità da cui ne discendono azioni e programmi, prima ancora delle alleanze, ritiene di guardare con interesse, sulla base del reciproco riconoscimento, all'iniziativa dell'Onorevole Giuseppe De Mita e si compiace per la ritrovata attenzione verso una identità politica che tutti hanno ritenuto morta negli ultimi 20 anni.

L'auspicio è che si possa innescare l'inizio di un cammino comune che sappia ritrovare una cultura politica che affonda le radici nell'azione di quel don Luigi Sturzo che 99 anni fa seppe dare il via alla costruzione del Partito Popolare Italiano e che può superare l'artefatta distinzione tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” per tornare a dispiegare nella politica italiana l'originale visione sociale cristiana che una nefasta diaspora ed una altrettanto negativa confusione hanno progressivamente reso, a livello nazionale, irrilevante. La nostra azione politica, conseguentemente, si fa portatrice di idee e valori e non si mette alla disperata ricerca di sciamani di cui la democrazia non deve avere bisogno.


GIANCARLO CHIAPELLO – resp. organizzativo nazionale – Piemonte

GIULIO LUCIDI - Marche

GENNARO SALZANO – Campania

LUIGI SCATIZZI – Toscana

28 agosto 2009

ALBERTO MONTICONE: "Lettera aperta di un popolare d’altri tempi con lo sguardo al futuro".

Alberto MonticoneScrivo queste linee come riflessione con me stesso nella speranza che altri condivida impressioni e propositi, non  per ripiegarmi in esperienze e progetti del passato bensì per rivedere e confermare in questo tempo nuovo, difficile ma straordinariamente ansioso di avvenire, la scelta di vita di essere cittadino di questo Paese, l’Italia, con animo di cristiano e di democratico alla ricerca di amicizia e di compagnia nel servizio politico.  Sarebbe troppo agevole, ma fuori luogo, additare la distanza che separa l’attuale situazione dall’orizzonte cristiano o lamentare la crisi morale presente a tutti i livelli, privati e pubblici; credo sia piuttosto doveroso ed utile prendere in considerazione anzitutto il nostro modo di essere cittadini e laici cristiani e da esso allargare lo sguardo al panorama dei partiti, per cercare di scorgere senza presunzione e senza timore di novità la pista nella quale mettere alla prova le nostre forze e la nostra capacità di agire politico. Dico nostra perché il dovere morale di prendere parte alla costruzione di una società sempre tesa al miglioramento e comunque fondata sulla giustizia e sulla pace non si esaurisce nei doveri dei singoli, ma – quasi specchio del sentire comunitario proprio dell’appartenenza al popolo di Dio in un dato momento e in luogo concreto – richiede un impegno comune ed unitario di quanti condividono gli stessi ideali.

            Negli ultimi mesi all’interno della mutata geografia dei partiti, indotta da una legge elettorale che allontana i cittadini dalla propria rappresentanza e che soffoca la pluralità e la ricchezza della vita sociale emarginando le minoranze, ma soprattutto caratterizzata dall’impoverimento delle culture e da un crescente smarrimento dei fondamentali obiettivi sociali, si sono manifestate alcune tendenze a creare forme nuove  di aggregazione dei cattolici o a rivendicare all’interno di partiti  spazi per essi. L’area maggiormente interessata a simili progetti è quella di centro tanto sul versante accanto alla destra quanto su quello contiguo alla sinistra, un centro però per lo più pensato in termini di equidistanze politiche o di equilibri tra gruppi di una stessa formazione e ben lungi dall’essere un centro di motivazioni ideali, di scelte culturali e sociali, di proiezione verso l’avvenire. Nel rispetto pieno di chi opera per questo tipo di soluzione non scorgo in essa ragioni che possano indurre ad aderirvi e soprattutto capacità effettiva di attrarre il consenso di chi si è disamorato della politica e in particolare di quella che si proclama cattolica. Si aggiunga che prevalgono il riferimento a personaggi guida, mentre dovrebbe essere caratteristico nell’agire politico del cristiano il senso della coralità, o la finalità di difesa degli “interessi” della religione, invece dello spirito di servizio al bene comune in cui i valori cristiani sono ricompresi. Nonostante la buona volontà di taluni si profila ancora il rischio di una strumentalizzazione della religione o quanto meno di un suo accaparramento di parte.

          Ma che cosa ho fatto io, che cosa abbiamo fatto noi per poter contribuire ad una diversa forma di presenza di cattolici nella politica italiana di questi anni? E quale via alternativa a quelle che oggi si profilano vorremmo proporre, se in nessuna scorgiamo quella che più è vicina alle nostre aspirazioni? Abbiamo condiviso le speranze e l’impegno del PPI, che dal 1994 al 2002 pur non riunendo in sé  la maggioranza del cattolicesimo democratico italiano ne è stato una delle più convincenti espressioni. Abbiamo cercato di sviluppare, insieme con molte variegate realtà culturali di base, luoghi di riferimento di una rinnovata cultura politica, così necessaria per sempre nuova energia e autentica vitalità di una forza politica popolare. Non abbiamo condiviso la rinuncia del PPI  alla propria autonomia e la sua confluenza nella Margherita nel 2002 perché non ci convinceva  l’asserito principio della contaminazione tra le culture, surrogato di un confronto e di una cooperazione nella autenticità e nella chiarezza.. Abbiamo allora promosso un movimento di base “Italia Popolare”, non avverso ma distinto e diverso dalle forze partitiche presenti in Parlamento , con il proposito di ascoltare e interpretare le istanze delle città, dei territori, dei gruppi di intervento culturale, sociale e politico attivi nelle diverse regioni italiane, cercando di ripercorrere la via tradizionale del popolarismo dalle amministrazioni locali alla politica nazionale, quella che aveva additata ed intrapresa il fondatore del primo PPI, Luigi Sturzo, del quale proprio quest’anno facciamo memoria nel cinquantenario della sua morte. La partecipazione a competizioni elettorali amministrative in alcune città medio piccole, là ove più è percepibile e sentita la comunità civica, ha consentito di eleggere nelle rappresentanze locali alcuni popolari, competenti e motivati, e di tessere un primo, sia pur rado, reticolo del movimento con limpide caratteristiche ideali e progettuali nel difficile contesto dei lunghi anni di governo del centro destra.

         La precaria vittoria del centrosinistra nel 2006, l’irrigidirsi del sistema rappresentativo con la legge elettorale tendente al bipartitismo, misurata per dare potere decisionale a ristretta cerchia di segreterie di partito ed escludente la libera scelta degli elettori, il disagio e l’incertezza dell’area cattolica sospinta a dividersi nettamente da una parte o dall’altra senza totalmente riconoscervisi, ed infine il confluire dei popolari della Margherita nel PD divisi tra di essi stessi, hanno reso più problematica l’azione di Italia Popolare, come quella di tutte le forze di base. L’iniziativa di Savino Pezzotta di trovare uno spazio originale, libero e coerente con i principi e i valori della ispirazione cristiana, laicamente declinata, trovò non solo in noi, ma in vasti settori del mondo cattolico consenso e sostegno, al di là dell’errore di utilizzare o lasciar utilizzare il nome di “Rosa bianca”. Ma essa poi non riuscì a mantenersi autonoma dalle scelte di collocazione nella geografia partitica già esistente, confluendo infine nell’UDC distaccatasi dal centrodestra e perdendo l’aggancio con la diffusa realtà di base. Italia Popolare si era intanto già ritirata ai primi sintomi del nuovo percorso nell’intento di restare coerente con l’impostazione del suo metodo di fortificare e rinnovare il popolarismo radicandolo nelle comunità civiche locali.

          Lungi dal compiere operazioni di ceto politico, ma anche dal cercare astrattamente forme di coordinamento tra gruppi di cattolici democratici, Italia Popolare nell’ultimo anno e mezzo si è persuasa che la via più convincente di tipo aggregativo di esperienze di ispirazione cristiana in politica è quella di una convergenza nella pluralità e nella condivisione di principi, di stile e di obiettivi, in altri termini di una intesa libera, amichevole e costruttiva nel rispetto delle pur variegate realtà locali e nel dare vita ad una solidale unità popolare nazionale. Dunque rispetto per scelte altrui, ma una strada diversa dal costituire correnti dentro partiti a destra o a sinistra, dal rispondere alla chiamata alla Unione di Centro o dalla contaminazione più o meno efficace con altre culture o stili. Può naturalmente affacciarsi il dubbio che non vi sia spazio nell’attuale situazione politica italiana per un simile movimento, dato che da un lato il sistema rappresentativo tende sempre più al bipartitismo maggioritario e che dall’altro l’area fuori dai grandi partiti è già affollata di diverse forze e proposte politiche. Credo tuttavia che la domanda da porsi non sia tanto quella relativa allo spazio disponibile quanto piuttosto quella circa la esistenza nel Paese di cittadini che vorrebbero essere rappresentati in modo diverso e se tra di essi non vi sia un alto numero di popolari. A tale domanda propendo a dare una risposta affermativa.             

          Indubbiamente una intesa tra i popolari non è impresa agevole per difficoltà di comunicazione, per persistenti abitudini alla difesa della propria specificità, per varietà di interpretazioni del popolarismo e infine per una certa tendenza alla ricerca di leaders, oggi così diffusa in tutta l’opinione pubblica e anche tra i cattolici. Si aggiunga  tra gli ostacoli persino una qualche confusione sulla laicità cristiana e sul modo di vivere la doppia cittadinanza, nella società e nella Chiesa. E tuttavia nel nostro Paese vi è come un giacimento di cittadinanza potenziale al quale le sonde dei partiti difficilmente riescono ad attingere, una ricchezza civica ed etica, una disponibilità comunitaria che in non piccola parte reca il sigillo cristiano e che può emergere in una comune tensione al servizio politico, se è mobilitata intorno a speranze condivise. Non sono gli organigrammi, né i progetti pur sapientemente disegnati, né gli appelli per quanto calorosi, né il fascino di contare di nuovo a produrre una possibile mobilitazione, bensì il sentimento profondo e la volontà di mettersi insieme intorno ad obiettivi per i quali vale la pena di uscire dall’anonimato indotto dall’attuale contingenza politica italiana.

          E questi obiettivi possono forse essere sintetizzati in parole chiave di nuovo popolarismo:

la libertà radicata  nei valori fondamentali per tutti; il primato della persona e della famiglia; la fraternità nazionale, civile e sociale; il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla salute; l’equità e la giustizia in una economia del profitto condiviso; la promozione e tutela della vita e dell’ambiente. Tali parole possono apparire generiche, velleitarie ed astratte, ma da esse, se davvero poste alla base di azione politica,  discendono scelte ben precise di tipo ideale, etico, sociale ed economico, che nel loro insieme mal si adattano ad ingresso passivo negli attuali partiti soprattutto a livello nazionale. Ne consegue che è ancora possibile pensare ad una forza politica che ne faccia il sostrato della sua stessa esistenza o, meglio, l’obiettivo della sua crescita, senza immediate preoccupazioni di numeri, di peso o di relazioni con altre più strutturate e già affermate, muovendo dai mondi vitali delle cento città italiane e per così dire traendo dalle riserve di ricchezza di cittadinanza, cui sopra accennavo, la linfa per il suo sviluppo e le ragioni per cui vale la pena di sempre nuovamente impegnarsi.

          Questo neopopolarismo , generato dalla scoperta di innumerevoli amicizie potenziali e disponibili e da una intesa degli animi prima ancora degli accordi operativi, potrebbe costituirsi in un vero movimento politico nelle realtà amministrative , territoriali e regionali sin da ora, mentre gli anni che ci separano dalla fine della legislatura nazionale consentirebbero di prepararsi a più alti livelli di rappresentanza. Cultura civica, motivazioni ideali e forti sentimenti ne plasmerebbero l’identità civile, cristiana e democratica e ne animerebbero la fantasia e l’invenzione per il futuro. Non occorrono leaders carismatici né capi solitari, ma tante persone e molti gruppi davvero popolari che prendano l’iniziativa di conoscersi, di comunicare, di offrirsi per la causa comune.

          Queste sono le riflessioni che mi sono venute spontaneamente nella pausa di questa estate e alla vigilia di una complessa ripresa del dibattito politico. Sarei lieto di sapere se esse hanno qualche aspetto condiviso e se possono contribuire a suscitare critiche, suggerimenti o proposte. In ogni caso sono comunque grato a chi ha avuto la pazienza di leggerle e di prenderle in considerazione.

               

Alberto Monticone

 

Agosto 2009

21 aprile 2009

La community dei cattolici democratici: www.intesacivicapopolare.gruppi.ilcannocchiale.it

Un nuovo strumento on line per aggregare i siti, i blog, le notizie, le discussioni dei cattolici democratici impegnati nella costruzione dell'INTESA CIVICA POPOLARE il nuovo movimento laico cristianamente ispirato che si sta radicando sul territorio italiano grazie alla passione civile di tanti uomini e donne di buona volontà.
Iscrivendosi è possibile ritrovarsi e monitoriare quanto viene detto sull'INTESA:

www.intesacivicapopolare.gruppi.ilcannocchiale.it

14 aprile 2009

Risalire la china dell'«inciviltà»: editoriale di "Aggiornamenti sociali" di padre Bartolomeo Sorge

Aggiornamenti Sociali, aprile 2009http://www.aggiornamentisociali.it/


Dopo una serie continua di sconfitte, dalle elezioni politiche dell'aprile 2008 alle elezioni regionali sarde del febbraio 2009, e dopo le dimissioni di Walter Veltroni dalla segreteria, oggi il Partito Democratico (PD) è alle corde. Il collasso del suo progetto coraggioso e nuovo rende ancora più preoccupante la situazione in cui versa il Paese, stretto tra la crisi economica mondiale e la china pericolosa imboccata dalla politica nazionale. Il rischio maggiore non è tanto nella sconfitta del PD, quanto nello sbandamento in massa dell'elettorato, attratto dall'individualismo, dall'utilitarismo e dall'egoismo imperanti. È chiaro però che il pericolo cresce a causa dello sfaldamento dell'opposizione democratica, l'unica in grado di denunciare il dissesto prodotto dal «pensiero unico» e di mobilitare le forze sane della società per arrestarlo o, quanto meno, contrastarlo.
Questa voleva essere la sfida del PD: realizzare un progetto riformista audace, fondato su una cultura politica nuova, alternativa al neoliberismo galoppante, che facesse sintesi tra le tradizioni politiche che avevano ricostruito la democrazia in Italia dopo il fascismo. Ora, questo disegno, nella forma in cui era stato concepito, non è riuscito, come ha confessato lealmente Veltroni. Tutto ciò - aggiungiamo noi - perché è mancata al PD una chiara identità politica: non si è realizzata tra i partner la necessaria omogeneità culturale intorno a un ethos comune condiviso, che il Manifesto del PD aveva tracciato sulla carta. Affrontando subito le elezioni primarie dell'ottobre 2007, è mancato anche il tempo di una campagna costituente, che invece sarebbe stata necessaria per lanciare e consolidare il nuovo progetto nella società italiana; di conseguenza il PD, anziché essere un soggetto politico «nuovo», è nato vecchio, in seguito alla «fusione fredda» tra ex comunisti ed ex democristiani, che si sono spartiti il potere secondo i canoni della partitocrazia classica. È mancato soprattutto il coraggio di rinnovare la classe dirigente a livello nazionale: volti nuovi e giovani che sapessero interpretare le istanze della base. Riuscirà Dario Franceschini, che ha preso il posto di Veltroni alla segreteria, a recuperare il tempo e il terreno perduti nelle poche settimane che ci separano dalla prova del fuoco delle elezioni europee e amministrative del 7 giugno?
La crisi politica è ancora più difficile perché cade nel mezzo del cambio radicale di cultura che oggi investe il mondo. Nell'enciclica Centesimus annus (1991), Giovanni Paolo II aveva previsto che la caduta del Muro di Berlino avrebbe accelerato la crisi di civiltà già iniziata. Qualche anno dopo riprese il tema in modo più esplicito: «Una domanda interpella profondamente la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell'amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà - che più giustamente si dovrebbe chiamare "inciviltà" - dell'individualismo, dell'utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema». Perciò - concludeva il Papa - «la Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell'uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della civiltà dell'amore» (Angelus, 13 febbraio 1994).
Quel monito oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo, ma perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta scivolando pericolosamente verso l'«inciviltà» dell'individualismo e dell'egoismo eretti a sistema. Perciò è necessario e urgente alzare forte la voce. Occorre rompere il silenzio impacciato di troppi, che oggi stanno zitti per acquiescenza o per diplomazia. È colpevole e irresponsabile fingere di non vedere.
Certo, non è nostra intenzione fare un processo alle intenzioni dei governanti che - com'è doveroso supporre - desiderano il bene del Paese. Il nostro è un invito ai cittadini, e in primo luogo ai cattolici democratici, affinché riflettano: 1) sulle cause e sui pericoli dello slittamento verso l'«inciviltà»; 2) sul dovere morale che tutti abbiamo di reagire; 3) sulla necessità di mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno e, per i cattolici democratici, di aprire un capitolo nuovo della loro storia.

1. Lo slittamento verso l'«inciviltà»

Il progressivo deterioramento civile della situazione è sotto gli occhi di tutti. I fatti parlano da soli e sono inequivocabili. I problemi che affliggono il Paese non sono nati oggi; ce li trasciniamo da decenni. Nuova, però, è la «filosofia» con cui si affrontano, che produce effetti deleteri. È un fatto che siamo tutti condizionati dalla paura e dal bisogno di sicurezza; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all'uno o all'altro problema emergente. Nessuno nega che l'immigrazione «clandestina» porti con sé problematiche gravi, ma trasformarla - come si fa - nella causa di tutti i mali della società italiana significa affrontare il problema in modo ideologico e fuorviante. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale, imporre tasse per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, consentire ai medici di denunciare i pazienti stranieri senza documenti, ventilare l'ipotesi di classi separate nelle scuole, rifiutare agli stranieri i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani, sono tutte scelte che aggravano la situazione. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano - da una parte e dall'altra - casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia? Se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Come non accorgersi che inviare i soldati a pattugliare le strade e istituire ronde di «volontari per la sicurezza» (che ricordano troppo da vicino una omonima «milizia» di malfamata memoria) serve soltanto a esautorare le forze dell'ordine e ad avallare l'idea che è più efficace che i cittadini si facciano giustizia da sé? Così si scivola verso l'«inciviltà sociale».
Nello stesso tempo il falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità mina alla radice la nostra civiltà politica e giuridica e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l'autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l'effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s'incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s'insinua nell'opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si va verso l'«inciviltà politica».
Anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda (non «governa»); diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del Presidente della Repubblica); preferisce il ricorso a decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; vede i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica come un intralcio. La classe politica è cooptata dall'alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. E così si avanza verso l'«inciviltà istituzionale», in rotta di collisione con lo spirito (e a volte con la lettera) della nostra Costituzione. L'«antipolitica» cresce: non dice nulla che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l'astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%?
Perché accade questo? La ragione ultima è che il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, è in contrasto con i principi fondamentali della nostra civiltà e della Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» cozza contro il «principio personalista»; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista»; l'«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria». Non è un caso quindi che - al di là dell'ossequio pubblico, dovuto e formale - si tenda a screditare la Costituzione (la si accusa di essere «di ispirazione sovietica»!) e si profilino all'orizzonte «riforme» (come il federalismo leghista, tendenzialmente secessionista e antisolidale, se non viene corretto) che la colpirebbero a morte.
La crisi del PD, dunque, proprio non ci voleva. Tanto più che i tempi stringono. Di fronte a scelte di civiltà destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, anziché dividersi tra credenti e non credenti e tra eredi delle diverse tradizioni riformiste, occorre dialogare, raccordare le «ragioni» degli uni e degli altri, incontrarsi per dare un'anima nuova alla convivenza civile e alla politica. La sfida dell'«inciviltà» si trasforma, dunque, in una grande opportunità di ripresa. Occorre agire subito. Come?

2. Reagire

Le difficoltà del PD non giustificano nessuno scoraggiamento, anzi proprio in questo momento c'è bisogno delle forze migliori. Il frastuono politico e dei mass media con cui è stato accolto il tonfo del maggior partito d'opposizione non deve impedire di cogliere le numerose voci di speranza e di ripresa che si levano sia dall'interno del partito sconfitto, sia dalla base della società civile. In particolare i cattolici democratici, come già fecero nel dissesto postbellico di sessant'anni fa, devono sentire l'obbligo morale e civile di prendere l'iniziativa, agendo da fermento, e proseguire senza esitazione il cammino verso la democrazia compiuta. Reagire, quindi, non significa tornare indietro, né creare un altro partito al posto del PD (né, tanto meno, al posto della Democrazia Cristiana), ma ridare linfa, ideali e idee alla politica per risalire la china dell'«inciviltà» e creare una nuova civiltà. A un'attenta lettura dei segni dei tempi, l'attuale crisi appare infatti un'occasione propizia per ripensare in termini nuovi l'intuizione originaria del «popolarismo». La società civile - come il genio di don Sturzo aveva previsto - è chiamata a riappropriarsi del suo ruolo politico originario, delegato di fatto esclusivamente ai partiti e ai «professionisti» della politica. Ciò significa prendere atto che in Italia il bipolarismo (e il bipartitismo) rimane per ora solo uno schema teorico. Le difficoltà degli ultimi 15 anni ne sono la prova lampante. Tuttavia non si deve, né si potrebbe, tornare indietro alla vecchia politica consociativa della prima Repubblica. Non resta, dunque, che realizzare un incontro più maturo tra le diverse eredità politiche, tra cultura laica e cultura d'ispirazione cristiana, senza ripetere gli errori commessi dal PD, a cominciare dalla mancata realizzazione di una chiara identità comune intorno a un ethos condiviso.
Per raggiungere questo obiettivo, occorre «andare al di là» delle vecchie tradizioni ideologiche e fondare la nuova identità culturale e ideale sui principi etici comuni della Costituzione repubblicana laica e dell'ispirazione cristiana. È significativo che su questa linea - classica nella tradizione del cattolicesimo democratico - si trovino oggi anche esponenti autorevoli della cultura laica (dal filosofo Jürgen Habermas al presidente francese Nicolas Sarkozy), che convergono sulla necessità di un incontro «positivo» con la coscienza religiosa. È questa del resto - nonostante gli occasionali rigurgiti di vecchio laicismo - un'esigenza largamente avvertita anche a livello europeo. L'ispirazione cristiana non è più considerata un fenomeno esclusivamente privato e di coscienza, senza ricaduta sociale e politica; lo Stato laico non può più ignorarla (cfr l'art. 16c del Trattato di riforma dell'Unione Europea [2007]). Non si tratta solo di un auspicio. Ormai è una consapevolezza diffusa che la nuova civiltà dovrà avere a fondamento i principi cardine (ripensati e aggiornati) sui quali concordano e si integrano la cultura umanistica laica e l'insegnamento sociale cristiano: personalismo, solidarismo, partecipazione sussidiaria.
   Personalismo. L'art. 2 Cost. afferma che la Repubblica «riconosce» e «garantisce» i diritti inviolabili dell'uomo. I diritti irrinunciabili e inalienabili della persona dunque preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società, sono inscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Siamo agli antipodi della concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della «filosofia» neoliberista dominante. L'ispirazione cristiana non è, perciò, in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza, quando afferma che la dignità della persona è trascendente, perché immagine e somiglianza di Dio.
   Solidarismo. Anche su questo principio, Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona come «soggetto-in-relazione», intrinsecamente sociale. Anche a questo proposito la Costituzione si oppone alla concezione individualistica neoliberista e tutela la persona sia in sé, sia all'interno delle formazioni sociali ove esplicita la sua personalità (cfr artt. 2-3 Cost.). Ancora una volta, l'ispirazione cristiana, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la rinsalda.
   Partecipazione sussidiaria. È il terzo grande principio comune, recepito dalla Costituzione nell'art. 118: le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, coordinamento e garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglia, associazioni, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire responsabilmente per proprio conto. L'intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l'autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Anche qui la coincidenza con la dottrina sociale della Chiesa è evidente, se si pensa che il primo a enunciare il principio di sussidiarietà fu Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno (1931): la famiglia, i mondi vitali, le classi, le associazioni e gli enti locali sono organi «naturali» della società; lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità.
Dunque, per risalire la china dell'«inciviltà» lungo la quale siamo avviati e per costruire una nuova civiltà democratica, non vi è altra via che realizzare l'obiettivo che il PD ha mancato: un approccio maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana, cioè tra le tradizioni politiche riformiste che già hanno ricostruito l'Italia dopo il fascismo e la seconda guerra mondiale. A questo dovere civico e morale non possono sottrarsi i cattolici democratici.

3. Fermenti nuovi

La sfida, dunque, è riprendere in modo nuovo l'intuizione che stava all'origine del progetto del PD. In concreto, una volta chiarita la questione dell'identità culturale e politica, fondamentale perché nasca un soggetto politico nuovo, occorre altresì affrontare altre urgenze inderogabili: la democrazia interna, l'apertura effettiva (non solo a parole) al territorio, soprattutto il ricambio della classe dirigente.
In questa linea vanno numerosi fermenti nuovi oggi presenti nel Paese, gemmazioni da non disprezzare, perché sono vitali anche se tuttora in embrione. Particolarmente significativa è l'Intesa civica popolare, firmata tra alcuni movimenti a Roma il 28 febbraio 2009, dopo anni di rodaggio. L'originalità dell'Intesa sta nel fatto che essa si propone di contribuire al rinnovamento della politica a partire dalla gente, dal territorio, attraverso un impegno di base non alternativo, ma complementare a quello dei partiti, i quali rimangono strumenti essenziali della vita democratica. Movendo dall'analisi e dai principi sopra esposti, i suoi ispiratori sono convinti che la politica italiana abbia bisogno di idee, di persone e di strumenti atti ad ascoltare e a interpretare le attese diffuse; che quanti sono portatori di forti ideali e di solide convinzioni possano essere coerentemente se stessi e possano liberamente agire come persone singole e come gruppi, senza doversi affidare a capi carismatici e senza dover ricorrere continuamente a mediazioni al ribasso. Per rinascere, la politica ha bisogno soprattutto di verità e di autenticità. Ebbene, i nuovi fermenti mirano appunto a rimettere in circolazione tante energie deluse o latenti, stimolano i partiti in crisi (come il PD) o «vecchi» (come l'Unione di Centro) ad andare oltre schemi ormai logori; tessendo una rete nuova di relazioni tra cittadini di buona volontà, immettono nella politica italiana un tocco di profezia, nell'ottica dell'Europa che si unifica e della modernità che si globalizza.
Queste esigenze, del resto, sono avvertite alla base degli stessi partiti in crisi. Emblematico è il caso delle recenti elezioni primarie del centrosinistra a Firenze per scegliere il candidato a sindaco della città. Superando ogni previsione, Matteo Renzi (34 anni), presidente della Provincia, si è imposto al primo turno tra sei nomi in lizza; ma ciò che più stupisce è che siano andati a votare 37mila cittadini, duemila in più di quanti avevano partecipato alle primarie per la scelta del candidato premier.
Il futuro lo creano le idee e gli uomini nuovi. Anche per questo i cristiani hanno il dovere di mettere insieme, con tutti i cittadini di buona volontà, le proprie risorse e il proprio impegno per risalire la china dell'«inciviltà» e costruire la nuova civiltà dell'amore. Non è per nessuno il momento dello scoraggiamento, né della rassegnazione. Per i cattolici democratici, in particolare, è il momento di voltare pagina e di aprire, con coraggio e profezia, un nuovo capitolo della loro storia.

3 aprile 2009

Intesa Civica Popolare: sintesi dell'intervento di Giancarlo Chiapello, segretario organizzativo nazionale, in conferenza stampa a Torino

Conferenza stampa, Torino, 1 aprile 2009
Presentazione per la regione Piemonte dell'Intesa Civica Popolare organizzata di concerto con il coordinamento regionale e l'amico Ugo Breddo, membro dell'ufficio di segreteria regionale e del coordinamento nazionale.


Intesa Civica Popolare è diventata una realtà in via di radicamento sul territorio piemontese: dopo tanti anni in cui i cattolici democratici sono stati ridotti a correnti o sotto correnti nei diversi contenitori politici oggi vogliono riconquistare la propria triplice autonomia di analisi, valutazione ed azione politica. La consapevolezza di un cammino lungo, di una partenza dai piccoli numeri non può scoraggiare chi è portatore di una identità, di valori, di proposte volte sempre al bene comune secondo l’intuizione del legame profondo tra popolarismo e passione civica.

Fare “intesa” significa riconoscere la Repubblica come il luogo privilegiato per esercitare la cittadinanza, guardando al comune come al cuore dell’impianto istituzionale, secondo un modello municipalista, distante dall’idea della nascita di “staterelli” regionali, che rischiano di aumentare e appesantire costose burocrazie. In quest’ottica le province, enti di tutela e difesa dei piccoli comuni, non rappresentano una realtà inutile: la presenza di assemblee democratiche controllabili dai cittadini elettori è di gran lunga migliore di una moltiplicazione di enti strumentali e costosi consigli di amministrazione non controllabili.

Partendo dai pilastri essenziali della nostra visione laica, cristianamente ispirata, cioè la Carta Costituzionale e la Dottrina Sociale della Chiesa, l’Intesa Civica Popolare pone al centro del proprio agire politico la persona, dal suo nascere al momento della sua fine, la famiglia cellula fondamentale su cui costruire qualunque proposta programmatica: da ciò derivano le conseguenti posizioni, ben evidenziate da Padre Bartolomeo Sorge e dal prof. Alberto Monticone nelle loro relazioni all’assemblea costituente nazionale del 28 febbraio a Roma, legate ad un personalismo solidale e sussidiario in campo sociale e ad una impostazione volta ad una felicità economicamente sostenibile in campo economico per contrastare “l’inciviltà sociale”.

Dunque, aperta al dialogo con le altre presenze politiche sul territorio piemontese, dove, oltre al coordinamento regionale, già esistono i coordinamenti provinciali di Torino, Cuneo e Vercelli (mentre le altre province sono in via di costituzione), l’Intesa Civica Popolare si presenta con la sua carta di identità, radicata nell’esperienza dei cattolici democratici, con le proprie idee per il futuro che sono anche gli strumenti ed i confini della propria disponibilità.

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