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4 gennaio 2018

ITALIA POPOLARE/INTESA CIVICA POPOLARE DIFENDE LE PROPRIE PREROGATIVE

COMUNICATO STAMPA: ll Movimento Italia Popolare – Intesa Civica Popolare, nella difesa delle proprie prerogative legali ed elettorali, guarda con attenzione ad una iniziativa che riconosca il valore del popolarismo e si compiace per la ritrovata attenzione verso una identità politica che tutti hanno ritenuto morta negli ultimi 20 anni


Movimento Italia Popolare – Intesa Civica Popolare, nella difesa delle proprie prerogative legali ed elettorali, maturate dal 2004 attraverso le proprie attività sul territorio e la presentazione delle liste alle elezioni amministrative, ritenendo significativo il contributo del popolarismo, della testimonianza dei cattolici democratici, nel cammino di rilancio dell'Italia, nella riscoperta dei valori dei padri fondatori dell'Europa, a partire dalla difesa della Carta Costituzionale e di una economia sociale di mercato che non leda mai la centralità della persona umana, della vita e della famiglia, valuta come potenzialmente utile una lista elettorale in grado di accolgierne una presenza autonoma.

Consapevole che una forza politica si considera innanzitutto per l'identità da cui ne discendono azioni e programmi, prima ancora delle alleanze, ritiene di guardare con interesse, sulla base del reciproco riconoscimento, all'iniziativa dell'Onorevole Giuseppe De Mita e si compiace per la ritrovata attenzione verso una identità politica che tutti hanno ritenuto morta negli ultimi 20 anni.

L'auspicio è che si possa innescare l'inizio di un cammino comune che sappia ritrovare una cultura politica che affonda le radici nell'azione di quel don Luigi Sturzo che 99 anni fa seppe dare il via alla costruzione del Partito Popolare Italiano e che può superare l'artefatta distinzione tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” per tornare a dispiegare nella politica italiana l'originale visione sociale cristiana che una nefasta diaspora ed una altrettanto negativa confusione hanno progressivamente reso, a livello nazionale, irrilevante. La nostra azione politica, conseguentemente, si fa portatrice di idee e valori e non si mette alla disperata ricerca di sciamani di cui la democrazia non deve avere bisogno.


GIANCARLO CHIAPELLO – resp. organizzativo nazionale – Piemonte

GIULIO LUCIDI - Marche

GENNARO SALZANO – Campania

LUIGI SCATIZZI – Toscana

16 gennaio 2009

La proporzionale risorgerà

di don Luigi Sturzo
in "Rivoluzione Liberale" , anno IV, n. 5, 1 febbraio 1925

Era necessaria una testa di turco, perché borghesia, reazione, fascismo avessero trovato su chi sfogare il loro malcontento per un reale intervento delle masse popolari nella vita politica e per una loro migliore partecipazione alla vita economica della nazione. E la testa di turco fu la proporzionale, dannata ad bestias, - prima che Mussolini passasse da proporzionalista a maggioritario, e da maggioritario a uninominalista, - dalla vecchia tradizione italiana liberaldemocratica. Questa in fondo era ed è in gran parte dei suoi superstiti, sia di destra che di sinistra, conservatrice; e mal tollerò il suffragio universale dato da Giolitti in una giornata di malumore, e approvato da quella stessa Camera che poco prima avena fatto il niffolo al divo Luzzatti, che voleva elargire un suffragio universale, ma a scartamento ridotto. Veramente, in fondo in fondo, l'elemento reazionario nostrano (pentito del fallo) avrebbe voluto colpire il suffragio universale; ma purtroppo si trovava di fronte ad un pericolo: - la sensibilità delle masse, che ormai hanno acquisito questo loro diritto; - e allora la proporzionale, - la quale incanala le forze democratiche e valorizza il suffragio universale, come quella che naturalmente completa lo stesso suffragio universale, - ne ha subito tutte le conseguenze, almeno per ora! Quando manca la proporzionale, i partiti, per essere una adeguata espressione politica della coscienza delle masse, debbono ricorrere alla coalizione o alla semplificazione. Ma questi non sono e non possono essere dei fatti arbitrari o improvvisati, sono invece un prodotto di lunghi processi e di sviluppi di vita costituzionale, che per altro non possono essere uguali in tutti i paesi. In Inghilterra finché la lotta si imperniava su i due partiti storici tradizionali, messi sull'identico piano del regime monarchico costituzionale, senza futurismi o passatismi, era evidente che non potesse esistere una qualsiasi proporzionale, che si sarebbe risolta nella più o meno identica proporzione di seggi nella divisione dei due partiti: uno il vincente l'altro il soccombente. Oggi che è penetrato in forma stabile un terzo partito (il laburista) fa capolino e si va affermando la tendenza proporzionalista, applicata di già nel Libero Stato d'Irlanda, e caldeggiata dalla Proportional Representation Society che ha per segretario ed apostolo il noto Humphrey, proporzionalista puro. Ancora non può dirsi che il proporzionalismo faccia molta strada in Inghilterra; e ciò per una salda concezione del passato, e una quasi fatale convinzione che in Inghilterra non può farsi politica seria se non con due partiti soli: uno dei tre deve scomparire. Quale? I laburisti sono sicuri (ed hanno larga adesione di masse) che essi sono definitivamente entrati nel ruolo dei due primi partiti; e che quindi entreranno costantemente nell'alternativa del potere. L'altro oggi è il Conservatore: ma molti ricordano il 1906, quando i liberali ottennero un trionfo maggiore di quello avuto dai conservatori nell'ottobre scorso. Ma quale esso sia il prossimo sviluppo dei partiti in Inghilterra, o la riduzione a due ovvero la stabilizzazione a tre con sfaldamenti alle ala; è certo che nel primo caso la proporzionale è superflea e inapplicabile; e nel secondo caso, si imporrà quando gl'inglesi si persuaderanno (ci vuole un pò di tempo data la mentalità inglese) che il vecchio giuoco dei due partiti è completamente esaurito. L'altra forma di correggere il suffragio universale senza ricorrere alla proporzionale, è la coalizione elettorale: un tipo costante di ciò, attraverso le varie modifiche della legge elettorale, si è avuto in Francia sia prima che dopo la guerra. Non si può paragonare al tipo italiano che ebbe voga col suffragio ristretto quando si promossero le coalizioni dei così detti "partiti popolari" dopo le reazioni di Rudinì e di Pelloux. La coalizione elettorale però ha un carattere transitorio e una formazione variabile: e, in confronto all'organizzazione dei partiti all'inglese, è una forma inferiore di vita politica, che obbliga i partiti ai compromessi, per i quali essi partiti restano inquinati di molti elementi marginali assai impuri. Comunque sia adempiono ad una funzione importante le coalizioni, quando rappresentano in sintesi il pro e contro di una determinata situazione politica; e la possono esprimere in blocchi antitetici: - si arriva così, attraverso una temporanea formazione, alla caratteristica dei due partiti, base della vecchia concezione borghese-parlamentare. Ma come l'Inghilterra ha sentito tardivamente e in forma possibilista l'avvento del terzo partito di masse, il Lavoro, che ha fatto l'effetto del terzo incomodo; così nella vita parlamentare continentale, prima o poi, dal poco al molto, con varie caratteristiche, si è introdotto il partito socialista (oggi anche diviso e frazionato) che presentatosi come anti-borghese, è finito in regime di coalizione, a divenire un elemento integrante nella lotta dei partiti costituzionali democratici contro i partiti reazionarii. Fino a che l'acclimatazione del socialismo nell'ambiente parlamentare non era avvenuto, la caratteristica rivoluzionaria era la prevalente e la pregiudiziale. Quando invece, non ostante la pregiudiziale rivoluzionaria, l'avvicinamento possibilista poté realizzarsi, questo é finito a dare anche una base alle coalizioni elettorali e parlamentari in quasi tutti gli Stati europei. Questo elemento (il socialista) e l'altro elemento di carattere pure generale e organizzativo (il democratico cristiano o cristiano sociale, o popolare) fecero precipitare la soluzione proporzionalista, perché moltiplicarono i partiti e diedero la maggiore spinta possibile all'intervento delle classi lavoratrici nella politica. Là dove la proporzionale non ebbe favore, come in Francia, si fu obbligati ad accentuare il tipo di coalizione elettorale. Però in questo caso, il terreno politico viene notevolmente spostato e messo su due piani differenti: da un lato coloro (liberali, democratici, radicali, popolari, ecc.) che pur ammettendo il progresso legislativo e istituzionale, si trovano concordi sul terreno dello Stato costituzionale rappresentativo; - e coloro (socialisti delle varie gradazioni) che si trovano sul terreno costituzionale come sopra un terreno tattico di battaglia per un ulteriore sviluppo rivoluzionario. Che dire se poi su questo terreno così alterato si affaccia un altro nuovo partito, per esempio il fascismo, che accetta il metodo rivoluzionario per attuare un piano reazionario e autocratico? Le coalizioni fra questi elementi così disperati e discordi rappresentano un compromesso oltre che politico, morale, che fa ritornare la vita politica ad una precipua valutazione di forza e di correnti, e ad una lotta di capitani e di seguaci. Ecco perché nei popoli a struttura politica complessa, è necessario un regime elettorale che lasci al suffragio universale, la limpidezza della sua caratteristica e l'influsso della sua dinamica, e insieme dia la possibilità di un incanalamento delle varie forze discordi, su risultanti politiche, rispondenti a diffusi stati di coscienza, di cultura e di interessi. Di qui la necessità della proporzionale ormai comune in tutta l'Europa Centrale. Anche la vita politica ha le sue leggi naturali, che non possono superarsi; perché la vita politica è una delle faccie sintetiche della vita sociale dei popoli. Non è possibile, dato il suffragio universale, che la massa di un popolo non cerchi di affrancare la propria autonomia da soggezioni politiche ed economiche, e avere una propria personale espressione. Sia essa l'alternativa dei due partiti; o la coalizione dei più partiti; o la rappresentanza proporzionale dei molti partiti, risponde più o meno parzialmente alla necessità di organizzazione del suffragio universale. Però è ben da notare che se è superato lo stadio dei due partiti, non è più possibile vi si possa ritornare a volontà o coattivamente; come è innaturale che trovata la via della proporzionale, vi si rinunzi per cadere in quella delle coalizioni.La violentazione della coscienza collettiva, può avvenire, come ogni altro tormento morale: - ma una volta ottenuta una conquista, non è più possibile rinunciarvi. Fornirà perciò nuovo argomento di lotta; questa potrà durare più o meno a lungo e (cosa normale nella storia) coloro che oggi hanno voluto seppellire la proporzionale la invocheranno a loro salvezza.

Londra, 18 / 1 / 25. - 6° anniversario del P. P. I.

10 gennaio 2008

i "dem-catt" del Pd: un destino da indipendenti di sinistra

 Il quotidiano "Avvenire" di oggi riporta un editoriale che merita attenzione perchè fa riemergere, se ce n'era bisogno, la necessità di ricostruire nella sua originalità una presenza, una rappresentanza, una rappresentatività, dei cattolici democratici, cioè di coloro che si rifanno alla tradizione politica del popolarismo. L'autore, Marco Tarquinio, parte dalle considerazioni fatte su "Europa" sul silenzio dell'area definita "demo-catt", cioè la componente cattolica del Pd, sulla questione della legge 194 e la discussione ad essa legata apertasi in queste settimane. L'attenzione è posta sulla famosa "lettera dei sessanta" dove esponenti ex popolari si schierarono a favore dei DICO, lettera considerata vero e proprio atto fondativo del Pd che l'editorialista di "Europa", Chiara Geloni, non esita a definire "eroico". Il silenzio di cui sopra secondo il quotidiano ex Margherita lo lega alla preoccupazione per l'attenzione data alla nascita di un "centro" costruito sulla base di una autentica laicità cristianamente ispirata. Più convincente appare Tarquinio che vede in quella lettera una cesura che ha determinato un cambiamento perchè essa "...ha rappresentato l'affermazione di una forte discontinuità-al limite della cesura-nei modelli di rapporto tra coscienza credente e militanza politica. Che cosa si può dire di originale sulle questioni etiche quando si sono tagliati i ponti con l'identità d'origine? Il silenzio su cui oggi ci si interroga appare la rumorosa risposta. Anzi a ben vedere - a ben ascoltare - il silenzio dei Sessanta, in quanto tali, è cominciato allora. Perchè allora s'è iniziato a percorrere una via dal tracciato rischioso, che porta - nel nome delle "ragioni degli altri", che non necessariamente sono ragionevoli e laiche e davvero di tutti - ad allontanarsi dall'ispirazione ideale e a staccarsi dalla cultura che ha generato anche quella precisa forma d'impegno. E' per questa via che si va all'irrilevanza, a un destino - citiamo ancora "europa" - da "digeriti e silenti" o, in termini politici, da "indipendenti di sinistra del nuovo secolo".
In realtà la "lettera dei Sessanta" non potrebbe essere il compimento di quello che iniziò con lo scioglimento del Partito Popolare Italiano: un'idea di contaminazione tra cultura politiche, quasi un "relativismo politico", l'errata interpretazione che una quarta fase della presenza politica dei cattolici passi attraverso l'assorbimento di una tradizione nel percorso evolutivo di natura socialdemocratica degli eredi del PCI, il tutto unito al calcolo elettoralistico della conservazione di un sempre più ristretto numero di rendite di posizione, pensando che sia sufficiente sopportare e appaltare alcune battaglie a piccoli gruppi clerico moderati mentre si è impegnati nella costruzione di correnti all'interno di partiti che si definiscono incomprensibilmente " a vocazione maggioritaria"? Queste correnti sembrano aver  abbandonato del tutto il popolarismo, essendo ormai solo più insiemi di ex. Senza zavorre, però, i cattolici democratici radicati nella base, sul territorio, possono ridare vigore al nuovo popolarismo che ha le potenzialità per concorrere a costruire un'Italia migliore, quell'Italia radicata negli articoli della Carta Costituzionale, per la cui redazione i cattolici seppero essere protagonisti.

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