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28 agosto 2009

ALBERTO MONTICONE: "Lettera aperta di un popolare d’altri tempi con lo sguardo al futuro".

Alberto MonticoneScrivo queste linee come riflessione con me stesso nella speranza che altri condivida impressioni e propositi, non  per ripiegarmi in esperienze e progetti del passato bensì per rivedere e confermare in questo tempo nuovo, difficile ma straordinariamente ansioso di avvenire, la scelta di vita di essere cittadino di questo Paese, l’Italia, con animo di cristiano e di democratico alla ricerca di amicizia e di compagnia nel servizio politico.  Sarebbe troppo agevole, ma fuori luogo, additare la distanza che separa l’attuale situazione dall’orizzonte cristiano o lamentare la crisi morale presente a tutti i livelli, privati e pubblici; credo sia piuttosto doveroso ed utile prendere in considerazione anzitutto il nostro modo di essere cittadini e laici cristiani e da esso allargare lo sguardo al panorama dei partiti, per cercare di scorgere senza presunzione e senza timore di novità la pista nella quale mettere alla prova le nostre forze e la nostra capacità di agire politico. Dico nostra perché il dovere morale di prendere parte alla costruzione di una società sempre tesa al miglioramento e comunque fondata sulla giustizia e sulla pace non si esaurisce nei doveri dei singoli, ma – quasi specchio del sentire comunitario proprio dell’appartenenza al popolo di Dio in un dato momento e in luogo concreto – richiede un impegno comune ed unitario di quanti condividono gli stessi ideali.

            Negli ultimi mesi all’interno della mutata geografia dei partiti, indotta da una legge elettorale che allontana i cittadini dalla propria rappresentanza e che soffoca la pluralità e la ricchezza della vita sociale emarginando le minoranze, ma soprattutto caratterizzata dall’impoverimento delle culture e da un crescente smarrimento dei fondamentali obiettivi sociali, si sono manifestate alcune tendenze a creare forme nuove  di aggregazione dei cattolici o a rivendicare all’interno di partiti  spazi per essi. L’area maggiormente interessata a simili progetti è quella di centro tanto sul versante accanto alla destra quanto su quello contiguo alla sinistra, un centro però per lo più pensato in termini di equidistanze politiche o di equilibri tra gruppi di una stessa formazione e ben lungi dall’essere un centro di motivazioni ideali, di scelte culturali e sociali, di proiezione verso l’avvenire. Nel rispetto pieno di chi opera per questo tipo di soluzione non scorgo in essa ragioni che possano indurre ad aderirvi e soprattutto capacità effettiva di attrarre il consenso di chi si è disamorato della politica e in particolare di quella che si proclama cattolica. Si aggiunga che prevalgono il riferimento a personaggi guida, mentre dovrebbe essere caratteristico nell’agire politico del cristiano il senso della coralità, o la finalità di difesa degli “interessi” della religione, invece dello spirito di servizio al bene comune in cui i valori cristiani sono ricompresi. Nonostante la buona volontà di taluni si profila ancora il rischio di una strumentalizzazione della religione o quanto meno di un suo accaparramento di parte.

          Ma che cosa ho fatto io, che cosa abbiamo fatto noi per poter contribuire ad una diversa forma di presenza di cattolici nella politica italiana di questi anni? E quale via alternativa a quelle che oggi si profilano vorremmo proporre, se in nessuna scorgiamo quella che più è vicina alle nostre aspirazioni? Abbiamo condiviso le speranze e l’impegno del PPI, che dal 1994 al 2002 pur non riunendo in sé  la maggioranza del cattolicesimo democratico italiano ne è stato una delle più convincenti espressioni. Abbiamo cercato di sviluppare, insieme con molte variegate realtà culturali di base, luoghi di riferimento di una rinnovata cultura politica, così necessaria per sempre nuova energia e autentica vitalità di una forza politica popolare. Non abbiamo condiviso la rinuncia del PPI  alla propria autonomia e la sua confluenza nella Margherita nel 2002 perché non ci convinceva  l’asserito principio della contaminazione tra le culture, surrogato di un confronto e di una cooperazione nella autenticità e nella chiarezza.. Abbiamo allora promosso un movimento di base “Italia Popolare”, non avverso ma distinto e diverso dalle forze partitiche presenti in Parlamento , con il proposito di ascoltare e interpretare le istanze delle città, dei territori, dei gruppi di intervento culturale, sociale e politico attivi nelle diverse regioni italiane, cercando di ripercorrere la via tradizionale del popolarismo dalle amministrazioni locali alla politica nazionale, quella che aveva additata ed intrapresa il fondatore del primo PPI, Luigi Sturzo, del quale proprio quest’anno facciamo memoria nel cinquantenario della sua morte. La partecipazione a competizioni elettorali amministrative in alcune città medio piccole, là ove più è percepibile e sentita la comunità civica, ha consentito di eleggere nelle rappresentanze locali alcuni popolari, competenti e motivati, e di tessere un primo, sia pur rado, reticolo del movimento con limpide caratteristiche ideali e progettuali nel difficile contesto dei lunghi anni di governo del centro destra.

         La precaria vittoria del centrosinistra nel 2006, l’irrigidirsi del sistema rappresentativo con la legge elettorale tendente al bipartitismo, misurata per dare potere decisionale a ristretta cerchia di segreterie di partito ed escludente la libera scelta degli elettori, il disagio e l’incertezza dell’area cattolica sospinta a dividersi nettamente da una parte o dall’altra senza totalmente riconoscervisi, ed infine il confluire dei popolari della Margherita nel PD divisi tra di essi stessi, hanno reso più problematica l’azione di Italia Popolare, come quella di tutte le forze di base. L’iniziativa di Savino Pezzotta di trovare uno spazio originale, libero e coerente con i principi e i valori della ispirazione cristiana, laicamente declinata, trovò non solo in noi, ma in vasti settori del mondo cattolico consenso e sostegno, al di là dell’errore di utilizzare o lasciar utilizzare il nome di “Rosa bianca”. Ma essa poi non riuscì a mantenersi autonoma dalle scelte di collocazione nella geografia partitica già esistente, confluendo infine nell’UDC distaccatasi dal centrodestra e perdendo l’aggancio con la diffusa realtà di base. Italia Popolare si era intanto già ritirata ai primi sintomi del nuovo percorso nell’intento di restare coerente con l’impostazione del suo metodo di fortificare e rinnovare il popolarismo radicandolo nelle comunità civiche locali.

          Lungi dal compiere operazioni di ceto politico, ma anche dal cercare astrattamente forme di coordinamento tra gruppi di cattolici democratici, Italia Popolare nell’ultimo anno e mezzo si è persuasa che la via più convincente di tipo aggregativo di esperienze di ispirazione cristiana in politica è quella di una convergenza nella pluralità e nella condivisione di principi, di stile e di obiettivi, in altri termini di una intesa libera, amichevole e costruttiva nel rispetto delle pur variegate realtà locali e nel dare vita ad una solidale unità popolare nazionale. Dunque rispetto per scelte altrui, ma una strada diversa dal costituire correnti dentro partiti a destra o a sinistra, dal rispondere alla chiamata alla Unione di Centro o dalla contaminazione più o meno efficace con altre culture o stili. Può naturalmente affacciarsi il dubbio che non vi sia spazio nell’attuale situazione politica italiana per un simile movimento, dato che da un lato il sistema rappresentativo tende sempre più al bipartitismo maggioritario e che dall’altro l’area fuori dai grandi partiti è già affollata di diverse forze e proposte politiche. Credo tuttavia che la domanda da porsi non sia tanto quella relativa allo spazio disponibile quanto piuttosto quella circa la esistenza nel Paese di cittadini che vorrebbero essere rappresentati in modo diverso e se tra di essi non vi sia un alto numero di popolari. A tale domanda propendo a dare una risposta affermativa.             

          Indubbiamente una intesa tra i popolari non è impresa agevole per difficoltà di comunicazione, per persistenti abitudini alla difesa della propria specificità, per varietà di interpretazioni del popolarismo e infine per una certa tendenza alla ricerca di leaders, oggi così diffusa in tutta l’opinione pubblica e anche tra i cattolici. Si aggiunga  tra gli ostacoli persino una qualche confusione sulla laicità cristiana e sul modo di vivere la doppia cittadinanza, nella società e nella Chiesa. E tuttavia nel nostro Paese vi è come un giacimento di cittadinanza potenziale al quale le sonde dei partiti difficilmente riescono ad attingere, una ricchezza civica ed etica, una disponibilità comunitaria che in non piccola parte reca il sigillo cristiano e che può emergere in una comune tensione al servizio politico, se è mobilitata intorno a speranze condivise. Non sono gli organigrammi, né i progetti pur sapientemente disegnati, né gli appelli per quanto calorosi, né il fascino di contare di nuovo a produrre una possibile mobilitazione, bensì il sentimento profondo e la volontà di mettersi insieme intorno ad obiettivi per i quali vale la pena di uscire dall’anonimato indotto dall’attuale contingenza politica italiana.

          E questi obiettivi possono forse essere sintetizzati in parole chiave di nuovo popolarismo:

la libertà radicata  nei valori fondamentali per tutti; il primato della persona e della famiglia; la fraternità nazionale, civile e sociale; il diritto al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla salute; l’equità e la giustizia in una economia del profitto condiviso; la promozione e tutela della vita e dell’ambiente. Tali parole possono apparire generiche, velleitarie ed astratte, ma da esse, se davvero poste alla base di azione politica,  discendono scelte ben precise di tipo ideale, etico, sociale ed economico, che nel loro insieme mal si adattano ad ingresso passivo negli attuali partiti soprattutto a livello nazionale. Ne consegue che è ancora possibile pensare ad una forza politica che ne faccia il sostrato della sua stessa esistenza o, meglio, l’obiettivo della sua crescita, senza immediate preoccupazioni di numeri, di peso o di relazioni con altre più strutturate e già affermate, muovendo dai mondi vitali delle cento città italiane e per così dire traendo dalle riserve di ricchezza di cittadinanza, cui sopra accennavo, la linfa per il suo sviluppo e le ragioni per cui vale la pena di sempre nuovamente impegnarsi.

          Questo neopopolarismo , generato dalla scoperta di innumerevoli amicizie potenziali e disponibili e da una intesa degli animi prima ancora degli accordi operativi, potrebbe costituirsi in un vero movimento politico nelle realtà amministrative , territoriali e regionali sin da ora, mentre gli anni che ci separano dalla fine della legislatura nazionale consentirebbero di prepararsi a più alti livelli di rappresentanza. Cultura civica, motivazioni ideali e forti sentimenti ne plasmerebbero l’identità civile, cristiana e democratica e ne animerebbero la fantasia e l’invenzione per il futuro. Non occorrono leaders carismatici né capi solitari, ma tante persone e molti gruppi davvero popolari che prendano l’iniziativa di conoscersi, di comunicare, di offrirsi per la causa comune.

          Queste sono le riflessioni che mi sono venute spontaneamente nella pausa di questa estate e alla vigilia di una complessa ripresa del dibattito politico. Sarei lieto di sapere se esse hanno qualche aspetto condiviso e se possono contribuire a suscitare critiche, suggerimenti o proposte. In ogni caso sono comunque grato a chi ha avuto la pazienza di leggerle e di prenderle in considerazione.

               

Alberto Monticone

 

Agosto 2009

21 agosto 2009

Nuovo sito internet dei POPOLARI di Moncalieri

I Popolari di Moncalieri, che fungono anche da segreteria organizzativa nazionale dei popolari di Alberto Monticone e Gerardo Bianco, hanno aperto il nuovo sito internet al fine di agevolare la conoscenza e le posizioni politiche, sicoali e culturali dei cattolici democratici autonomi che non delegano la propria rappresentanza intendendo la propria rinascita attraverso la realizzazione di un vero e proprio movimento dei territori che vede la compiuta espressione della cittadinanza nella Repubblica fondando il proprio impegno nella Carta Costituzionale e nella Dottrina Sociale della Chiesa.

Gli indirizzi per poter accedere al sito sono i seguenti:

www.popolarimoncalieri.135.it

www.popolarimoncalieri.webslab.net

 

19 agosto 2009

Sturzo: Gerardo Bianco, Per Lui Impegno Politico Esigeva Verita'

(ASCA) - Roma, 7 ago - ''In un mondo politico, come quello di oggi, in cui si gioca una partita senza ormai piu' riferimenti culturali, si sente forte la mancanza della lezione che proviene dal popolarismo sturziano''. Gerardo Bianco, democristiano di lunga data ed erede del pensiero del grande sacerdote e politico siciliano, nel ricordare Don Luigi Sturzo a cinquant'anni dalla scomparsa non ha dubbi: ''Con lo scioglimento del Ppi si consumo' il definitivo tradimento dell'ideale sturziano e scomparve per sempre un partito che fosse in grado di interpretare in maniera coerente il suo pensiero. E le conseguenze negative di quell'operazione si stanno scontando tutte''. Conversando con l'Asca, Bianco ricorda innanzitutto lo Sturzo del 1919, ''quando fondo' il Partito popolare che ebbe il merito storico di offrire ai cattolici l'opportunita' di avere una propria voce autonoma in politica''. E quanto alle accuse rivolte al prete di Caltagirone circa il fatto che quel suo partito era 'aconfessionale' solo sulla carta, rispondendo in realta' sempre ai richiami del Vaticano, Bianco le respinge al mittente: ''Sturzo, in realta' - sottolinea - risolse brillantemente quello che poteva divenire un potenziale conflitto, attraverso una mediazione che comunque garanti' la nascita e la crescita di un movimento politico cattolico che avrebbe avuto un ruolo di straordinaria importanza nel progresso anche civile e sociale del Paese''. Ma all'ex segretario del Ppi (lo guido' fra il 1995 ed il 1998), rinato dopo la fine della Democrazia cristiana, piace sottolineare due aspetti forse meno conosciuti che emergono dalla ''straordinaria miniera'' rappresentata dagli scritti di Sturzo. ''In primo luogo - spiega Bianco - egli diede grande attenzione a quello che oggi chiameremmo il problema della globalizzazione. All'indomani infatti del fallimento della Societa' delle Nazioni, e nella prospettiva di una Onu che all'inizio non sembrava potesse svolgere un ruolo importante sullo scenario internazionale, egli si pose infatti la questione di come superare i confini nazionali nell'elaborazione di proposte in grado di favorire lo sviluppo e la crescita dei popoli''. Un altro fronte sul quale Sturzo dispiego' ampiamente il suo pensiero fu poi quello - peraltro straordinariamente attuale - del rapporto fra etica privata ed etica pubblica. ''Quasi profeticamente e con assoluta intransigenza - rileva Gerardo Bianco - egli, nel corso di un lungo e poco conosciuto carteggio con il fratello, poneva l'accento sulla questione della verita' nella vita pubblica. Affermando, senza mezzi termini, che l'azione politica - in particolar modo quella dei cattolici - non poteva ammettere menzogne''. Le considerazioni dell'intellettuale democristiano si chiudono con un rammarico: ''Dopo i testi di Gabriele De Rosa, che ha rivelato i terreni piu' nascosti del pensiero sturziano - tiene a sottolineare Gerardo Bianco - si sente oggi la mancanza di studiosi che proseguano nell'approfondimento dell'opera del grande siciliano. Chissa' - si augura - che questo cinquantenario non risvegli il giusto interesse verso la sua straordinaria figura''.

4 marzo 2009

Alberto Monticone: intervento all'assemblea costitutiva dell'INTESA CIVICA POPOLARE

Roma, 28 febbraio

Quando nel 2003, ad un anno dallo scioglimento del PPI e dalla sua confluenza nella Margherita, insieme con Gerardo Bianco e Lino Duilio costituimmo il movimento “ Italia Popolare”, nutrivamo il desiderio di mantenere presente e viva una espressione politica, autonoma del cattolicesimo democratico e popolare, ripartendo per così dire dal basso, dal territorio, dalla città, per una via della quale ancora non scorgevamo la meta né avevamo la pretesa di saperlo fare. Eravamo preoccupati non tanto della fine di una formula partitica, quanto piuttosto dell’abbandono di un patrimonio di pensiero e di valori e del possibile inaridimento di un sentire e di una azione collettiva che avevano sperimentato successi e sconfitte, un patrimonio che aveva prodotto in forme diverse nel tempo e nel tipo e comunque autentiche e non esclusive, l’impegno civile tendenzialmente unitario di molti cattolici italiani. Non pareva infatti sufficiente, per una rifioritura avvenire secondo l’originalità delle nuove generazioni, conservare una cultura cui attingere senza offrire nel contempo gli strumenti politici che consentissero di far fruttare quella ricchezza rigenerandola nel tempo.

I primi passi di Italia Popolare furono incoraggianti, soprattutto perché si potè constatare quanto fosse diffusa nell’area cattolico democratica in ogni realtà territoriale del Paese l’attesa di una forma nuova di partecipazione e di rappresentanza, che da un lato rinnovasse in modernità di stile e di risposta alle esigenze del bene comune la vitalità della ispirazione cristiana nella laicità della politica, dall’altro si svincolasse dal crescente forzato bipolarismo, strettamente correlato alla guida carismatica di pochi capi. Alcuni di noi, ancora eletti in Parlamento come popolari nelle liste dell’Ulivo, rimasero ovviamente fedeli al mandato ricevuto e parteciparono all’attività dei gruppi parlamentari, anche quando questi furono costituiti come Margherita, ma percepirono che in quel partito si andava procedendo verso un nuovo approdo, il Partito Democratico, con una accentuazione tanto del bipolarismo quanto della personalizzazione della guida. E in effetti la nascita della nuova struttura partitica nel biennio di governo del centrosinistra tra il 2006 e il 2008, portò ad un ulteriore passo verso il bipartitismo verticistico e purtroppo anche ad un maggiore distacco tra la classe politica, chiusa nella presunta più efficace dialettica tra maggioranza ed opposizione, e la cittadinanza, chiamata a sanzionarne le scelte con il “voto utile”, quasi che le piccole minoranze non siano più utili alla democrazia, all’uguaglianza e alla libertà e non contribuiscano ad interpretare pienamente il Paese, e in modo specifico le diverse minoranze e gli “ultimi” della società e della politica.

Credo sia doveroso e giusto avere il più sincero rispetto degli ideali e dell’azione di quanti, pur nella diversità delle provenienze culturali e politiche, e per noi in modo speciale di coloro che militano da laici cristiani nel PD, tanto più in questo momento cruciale per quel partito, ma non si può non constatare che una politica riformista non può prescindere da una libera pluralità della rappresentanza e da un costante riferimento alla complessità e molteplicità del sentire dei cittadini, senza pericolose e inadatte semplificazioni, soprattutto se compiute in strutture di fatto centralizzatrici. Si aggiunga che, per tutti ma specialmente per i laici cristiani, è difficilmente praticabile un progetto politico, che debba continuamente cercare la mediazione su problemi fondamentali non per la fede ma per la concezione dell’uomo o addirittura di tenerli accantonati e riservati alla libertà di coscienza.

IP nei cinque anni del suo operare ha incontrato ed ascoltato molte realtà vive e ha partecipato a competizioni elettorali amministrative da sola o con formule civiche rispondenti alle diverse situazioni locali, ma sempre rigorosamente coerenti con la sua scelta costituzionale e democratica, con l’ispirazione cristiana e con gli orientamenti del magistero della Chiesa, ottenendo in non pochi casi propri rappresentanti specialmente giovani. La sua azione però non si è limitata ai momenti elettorali locali, si è invece ampliamente sviluppata intorno ai temi nodali della politica nazionale ed internazionale, incontrando difficoltà a mettere nel grande circuito mediatico idee, proposte ed attese, ma con la libertà, l’equilibrio e l’ardire di chi non è indotto a cercare mediazioni riduttive e solitarie o talora compromessi, ovvero ad invocare ripetutamente il diritto all’obiezione di coscienza: solo così si è in grado infatti di tendere ad una alta mediazione civile, quale appunto può esercitarsi non da singoli ma in un movimento coeso e coerente.

Ma, come ben è evidente dagli eventi degli ultimi anni, la politica italiana ha subito radicali trasformazioni, anzitutto nel metodo di governo a tutti i livelli e nei rapporti tra i cittadini e le loro rappresentanze, mentre si è affievolito in essa lo spirito della Carta costituzionale , una sorta di secolarizzazione dai valori stessi della democrazia. Il governo di legislatura di centro-destra, guidato dall’on. Berlusconi con spiccati caratteri personalistici e populistici, non del tutto estranei agli stessi oppositori, ha accentuato la tendenza al bipolarismo forzoso, alla concentrazione del potere nei partiti e nei loro capi, alla politica come grazia che scende dall’alto per gradi selettivi, alla scelta degli interessi forti, alla giustizia sociale come beneficenza.

Non sono bastati né la resistenza di gran parte delle amministrazioni regionali, provinciali e comunali, di pur diverso colore, a correggere la verticalizzazione e l’accentramento dei poteri, né l’impegno delle opposizioni, profuso su singoli rilevanti aspetti dei problemi sociali ma non adeguato a far fronte alla strategia complessiva del governo di centro destra, che in singoli ambiti e con accorta propaganda si guadagnava il consenso di un elettorato che faticava a scorgere, nello stile e nel metodo del centro-sinistra, una vera alternativa. E’ vero che la riforma costituzionale del centro-destra venne bocciata nel referendum del 2006 dopo la risicata vittoria del centro-sinistra e tuttavia proprio nella politica istituzionale e dei rapporti tra cittadini e rappresentanze la maggioranza di centro-sinistra, che pur avviava alcune importanti riforme in ambito interno ed internazionale, non si discostava nettamente dal modello dei suoi avversari. Il Paese si sentì estraneo ad una competizione che non lasciava scorgere una profonda diversità di metodo, che si esercitava tra gruppi dirigenti ristretti, che richiedeva di stare da una parte o dall’altra senza badare troppo alla pluralità dei convincimenti, che si avvaleva della specularità di un bipartitismo strisciante, che puntava al voto “utile” emarginando o assorbendo le minoranze. La crisi del governo Prodi non venne tanto per responsabilità di qualcuno: fu soprattutto conseguenza della mancata vera alternativa che potremmo chiamare civica, nel senso di recepire, interpretare e guidare le istanze dei cittadini, e che non si limitasse a racchiuderle in contenitori predisposti ovvero a chiedere l’assenso ad un programma offerto dal centro. Così vinse, non solo in maniera vistosa le elezioni politiche ma anche in alcune regioni e amministrazioni, chi aveva più abilità di presentarsi come l’uomo forte, guida di un movimento coeso e obbediente, capace di mettere a posto le cose per conto di tutti.

In una situazione nella quale la partecipazione politica è costretta a ridursi alla opzione di stare di qua o di là, non in coalizioni o schieramenti compositi ma in strutture di tipo partitico, e la rappresentanza viene scelta dai capi dei partiti senza una valutazione delle idee e delle persone da parte degli elettori, chi ha forti convincimenti ideali e valoriali non ha vera libertà di espressione.

Per i cattolici la situazione si è fatta molto difficile, proprio se non intendono essere clericali e se non vogliono né acconsentire ad un uso strumentale della religione da una parte né dall’altra ridursi a dissenso personale di coscienza su temi dirimenti nella visione dell’uomo, della persona e della comunità, secondo l’etica cristiana e i principi della Costituzione. Essere cittadini, da laici cristiani, è sempre stata una sfida per i singoli e per i gruppi, ma oggi essa è divenuta particolarmente gravosa e difficile per il rarefarsi dei luoghi di aggregazione politica con ispirazione cristiana e per il venir meno di formazione comunitaria alla cittadinanza, che porti alla assimilazione del magistero sociale della Chiesa da parte dei laici e consenta loro di tradurlo responsabilmente in azione che eviti il coinvolgimento della Chiesa stessa. Anche nel nostro Paese, e non solo per recentissime drammatiche e dolorose vicende circa la fine della vita, i rapporti tra la scienza e la visione dell’uomo, tra gli strumenti disponibili e i criteri della loro applicazione, tra l’etica personale e l’ethos civile sono entrati con forza nella politica e non possono più essere lasciati solo alle decisioni personali né demandati a valutazioni di maggioranze di partito né ovviamente a sondaggi di opinioni, che non sono ancora politica.

Oggi non è più il tempo di scrutare se vi sia uno spazio nella geografia partitica per un movimento o gruppo politico, che abbia le radici del suo impegno civile nella ispirazione e nella laicità cristiane, è piuttosto il momento cruciale nel quale interrogarsi da cattolici sul come servire il Paese per il bene comune, da una sponda per il tutto, non come individui ma in solidarietà di principi e in amichevole intesa di scelte civili. Lo sguardo dalla condizione pubblica della cittadinanza deve tornare dunque su ciascuno e su quanti già sono insieme in movimento. Il sestante della politica dei cristiani nel nostro Paese va quindi orientato a fare il punto interiore per spingersi in avanti, non per ripiegarsi sulle certezze del porto dal quale si proviene; per inventare una rotta originale al di là di schemi prefissati o cogenti; per puntare ad un approdo sicuro dal profilo caro alle speranze e agli ideali, non definito in patteggiamenti o sottaciuto; per portare la propria merce solida come contributo tra gli altri alla possibile felicità della comunità che amiamo.

Italia Popolare pertanto, conclusa una prima tappa del suo percorso, consapevole dei mutamenti della situazione del Paese e delle attese dei cittadini, nonché delle proprie inadeguatezze nel passato, eppure fedele alla sua origine e al suo disegno di servizio, si rimette in cammino in un insieme più vasto, non solo per varietà di gruppi, di persone e di iniziative, ma di motivazioni, di esperienze e di ideali, in totale coerenza con il proprio metodo di riferimento radicale alla città e al territorio e di amicizia cristiana e civile. Non sappiamo quando vedremo da vicino l’approdo – un movimento politico originale nel quale i cattolici italiani, se vogliono, possano riconoscersi ed operare insieme con libertà e responsabilità ad ogni livello – e qualcuno di noi, più di altri, può ritenere che quel momento non sarà forse per lui, ma a maggior ragione ci affrettiamo a sciogliere le vele. Più che una volontà, è per noi un dovere.

16 gennaio 2009

La proporzionale risorgerà

di don Luigi Sturzo
in "Rivoluzione Liberale" , anno IV, n. 5, 1 febbraio 1925

Era necessaria una testa di turco, perché borghesia, reazione, fascismo avessero trovato su chi sfogare il loro malcontento per un reale intervento delle masse popolari nella vita politica e per una loro migliore partecipazione alla vita economica della nazione. E la testa di turco fu la proporzionale, dannata ad bestias, - prima che Mussolini passasse da proporzionalista a maggioritario, e da maggioritario a uninominalista, - dalla vecchia tradizione italiana liberaldemocratica. Questa in fondo era ed è in gran parte dei suoi superstiti, sia di destra che di sinistra, conservatrice; e mal tollerò il suffragio universale dato da Giolitti in una giornata di malumore, e approvato da quella stessa Camera che poco prima avena fatto il niffolo al divo Luzzatti, che voleva elargire un suffragio universale, ma a scartamento ridotto. Veramente, in fondo in fondo, l'elemento reazionario nostrano (pentito del fallo) avrebbe voluto colpire il suffragio universale; ma purtroppo si trovava di fronte ad un pericolo: - la sensibilità delle masse, che ormai hanno acquisito questo loro diritto; - e allora la proporzionale, - la quale incanala le forze democratiche e valorizza il suffragio universale, come quella che naturalmente completa lo stesso suffragio universale, - ne ha subito tutte le conseguenze, almeno per ora! Quando manca la proporzionale, i partiti, per essere una adeguata espressione politica della coscienza delle masse, debbono ricorrere alla coalizione o alla semplificazione. Ma questi non sono e non possono essere dei fatti arbitrari o improvvisati, sono invece un prodotto di lunghi processi e di sviluppi di vita costituzionale, che per altro non possono essere uguali in tutti i paesi. In Inghilterra finché la lotta si imperniava su i due partiti storici tradizionali, messi sull'identico piano del regime monarchico costituzionale, senza futurismi o passatismi, era evidente che non potesse esistere una qualsiasi proporzionale, che si sarebbe risolta nella più o meno identica proporzione di seggi nella divisione dei due partiti: uno il vincente l'altro il soccombente. Oggi che è penetrato in forma stabile un terzo partito (il laburista) fa capolino e si va affermando la tendenza proporzionalista, applicata di già nel Libero Stato d'Irlanda, e caldeggiata dalla Proportional Representation Society che ha per segretario ed apostolo il noto Humphrey, proporzionalista puro. Ancora non può dirsi che il proporzionalismo faccia molta strada in Inghilterra; e ciò per una salda concezione del passato, e una quasi fatale convinzione che in Inghilterra non può farsi politica seria se non con due partiti soli: uno dei tre deve scomparire. Quale? I laburisti sono sicuri (ed hanno larga adesione di masse) che essi sono definitivamente entrati nel ruolo dei due primi partiti; e che quindi entreranno costantemente nell'alternativa del potere. L'altro oggi è il Conservatore: ma molti ricordano il 1906, quando i liberali ottennero un trionfo maggiore di quello avuto dai conservatori nell'ottobre scorso. Ma quale esso sia il prossimo sviluppo dei partiti in Inghilterra, o la riduzione a due ovvero la stabilizzazione a tre con sfaldamenti alle ala; è certo che nel primo caso la proporzionale è superflea e inapplicabile; e nel secondo caso, si imporrà quando gl'inglesi si persuaderanno (ci vuole un pò di tempo data la mentalità inglese) che il vecchio giuoco dei due partiti è completamente esaurito. L'altra forma di correggere il suffragio universale senza ricorrere alla proporzionale, è la coalizione elettorale: un tipo costante di ciò, attraverso le varie modifiche della legge elettorale, si è avuto in Francia sia prima che dopo la guerra. Non si può paragonare al tipo italiano che ebbe voga col suffragio ristretto quando si promossero le coalizioni dei così detti "partiti popolari" dopo le reazioni di Rudinì e di Pelloux. La coalizione elettorale però ha un carattere transitorio e una formazione variabile: e, in confronto all'organizzazione dei partiti all'inglese, è una forma inferiore di vita politica, che obbliga i partiti ai compromessi, per i quali essi partiti restano inquinati di molti elementi marginali assai impuri. Comunque sia adempiono ad una funzione importante le coalizioni, quando rappresentano in sintesi il pro e contro di una determinata situazione politica; e la possono esprimere in blocchi antitetici: - si arriva così, attraverso una temporanea formazione, alla caratteristica dei due partiti, base della vecchia concezione borghese-parlamentare. Ma come l'Inghilterra ha sentito tardivamente e in forma possibilista l'avvento del terzo partito di masse, il Lavoro, che ha fatto l'effetto del terzo incomodo; così nella vita parlamentare continentale, prima o poi, dal poco al molto, con varie caratteristiche, si è introdotto il partito socialista (oggi anche diviso e frazionato) che presentatosi come anti-borghese, è finito in regime di coalizione, a divenire un elemento integrante nella lotta dei partiti costituzionali democratici contro i partiti reazionarii. Fino a che l'acclimatazione del socialismo nell'ambiente parlamentare non era avvenuto, la caratteristica rivoluzionaria era la prevalente e la pregiudiziale. Quando invece, non ostante la pregiudiziale rivoluzionaria, l'avvicinamento possibilista poté realizzarsi, questo é finito a dare anche una base alle coalizioni elettorali e parlamentari in quasi tutti gli Stati europei. Questo elemento (il socialista) e l'altro elemento di carattere pure generale e organizzativo (il democratico cristiano o cristiano sociale, o popolare) fecero precipitare la soluzione proporzionalista, perché moltiplicarono i partiti e diedero la maggiore spinta possibile all'intervento delle classi lavoratrici nella politica. Là dove la proporzionale non ebbe favore, come in Francia, si fu obbligati ad accentuare il tipo di coalizione elettorale. Però in questo caso, il terreno politico viene notevolmente spostato e messo su due piani differenti: da un lato coloro (liberali, democratici, radicali, popolari, ecc.) che pur ammettendo il progresso legislativo e istituzionale, si trovano concordi sul terreno dello Stato costituzionale rappresentativo; - e coloro (socialisti delle varie gradazioni) che si trovano sul terreno costituzionale come sopra un terreno tattico di battaglia per un ulteriore sviluppo rivoluzionario. Che dire se poi su questo terreno così alterato si affaccia un altro nuovo partito, per esempio il fascismo, che accetta il metodo rivoluzionario per attuare un piano reazionario e autocratico? Le coalizioni fra questi elementi così disperati e discordi rappresentano un compromesso oltre che politico, morale, che fa ritornare la vita politica ad una precipua valutazione di forza e di correnti, e ad una lotta di capitani e di seguaci. Ecco perché nei popoli a struttura politica complessa, è necessario un regime elettorale che lasci al suffragio universale, la limpidezza della sua caratteristica e l'influsso della sua dinamica, e insieme dia la possibilità di un incanalamento delle varie forze discordi, su risultanti politiche, rispondenti a diffusi stati di coscienza, di cultura e di interessi. Di qui la necessità della proporzionale ormai comune in tutta l'Europa Centrale. Anche la vita politica ha le sue leggi naturali, che non possono superarsi; perché la vita politica è una delle faccie sintetiche della vita sociale dei popoli. Non è possibile, dato il suffragio universale, che la massa di un popolo non cerchi di affrancare la propria autonomia da soggezioni politiche ed economiche, e avere una propria personale espressione. Sia essa l'alternativa dei due partiti; o la coalizione dei più partiti; o la rappresentanza proporzionale dei molti partiti, risponde più o meno parzialmente alla necessità di organizzazione del suffragio universale. Però è ben da notare che se è superato lo stadio dei due partiti, non è più possibile vi si possa ritornare a volontà o coattivamente; come è innaturale che trovata la via della proporzionale, vi si rinunzi per cadere in quella delle coalizioni.La violentazione della coscienza collettiva, può avvenire, come ogni altro tormento morale: - ma una volta ottenuta una conquista, non è più possibile rinunciarvi. Fornirà perciò nuovo argomento di lotta; questa potrà durare più o meno a lungo e (cosa normale nella storia) coloro che oggi hanno voluto seppellire la proporzionale la invocheranno a loro salvezza.

Londra, 18 / 1 / 25. - 6° anniversario del P. P. I.

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