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11 dicembre 2016

Riflessioni post referendum di Giancarlo Chiapello

Giancarlo ChiapelloForse si apre finalmente un tempo nuovo, quello dei “diritti e dei doveri” per usare le parole di Aldo Moro, dopo un ventennio di ricerca di un assetto politico italiano fallito.

Il referendum costituzionale del 4 dicembre infatti sancisce uno spartiacque significativo rispetto all'ubriacatura di una politica liquida, maggioritaria, leaderistica: gli italiani, in particolare i giovani, si sono espressi con estrema chiarezza in difesa della Costituzione della Repubblica, di una democrazia integrale che possa avere come elemento caratterizzante non la velocità ma la qualità, non la concentrazione del potere ma un' architettura istituzionale chiara che possa fare da richiamo al ritorno ad una politica legata ai valori, alla partecipazione, alle autonomie locali, a identità precise e non vaghe, andando oltre uno schema bipolare e muscolare, fondato sulla costante delegittimazione reciproca, ormai alle corde.

Se la filosofia centralista della riforma era congeniale al proseguimento del vecchio scontro destra/sinistra con grandi calderoni in costante assetto elettorale, oggi si apre lo spazio per ricostruire buona politica, che non nega il confronto anche duro ma ricostruisce la capacità di sguardo prospettico. Si accusa i sostenitori del no alla riforma di non avere idee per il paese: falso, innanzitutto è ora di applicare davvero tutta la Costituzione dando gambe ad esempio alla visione sociale dell'economia di mercato in essa contenuta, al funzionamento del tanto vituperato CNEL come luogo vero e concreto di confronto e proposta per il mondo del lavoro, ad un rilancio del patrimonio originale dell'Italia che sono le sue autonomie locali (che rappresentano tra l'altro palestre di democrazia da sostenere e riqualificare tornando ad allargare la rappresentanza fino ad oggi sempre più ridotta per una cattiva interpretazione dei costi della democrazia) anche sfoltendo il sottobosco degli enti inutili che hanno risucchiato, a caro prezzo, competenze agli organi democratici.

Per quanto riguarda il quadro politico punto di riferimento può essere il pensiero di don Primo Mazzolari, ossia “né a destra, né al centro, né a sinistra ma in alto”: occorre superare la geometria politica con cui ci si è baloccati a tavolino per troppi anni garantendo la sclerotizzazione della classe dirigente italiana troppo poco formata politicamente: ripartire da movimenti che nascono sul territorio, da valori condivisi, vuol dire anche impegno per la formazione e garanzia di un cursus honorum che torni a evidenziare la necessità della “gavetta”. Insomma non si plana a Roma ma ci si arriva mettendosi in cammino in mezzo alla propria comunità, partendo dal territorio con la propria identità condivisa con altri, imparando che, come diceva Mounier, la più grande virtù del politico è la visione d'insieme!

Ed i cattolici? Dopo tanto declino ed afonia, dopo l'accompagnamento ad una diaspora senza risultati apprezzabili, dopo scelte errate di tanta dirigenza del laicato cattolico anche a proposito del referendum – dimostrando una grande lontananza dalla base e una eccessiva vicinanza a salotti e potere –, dopo deputati nominati che usano l'aggettivo “cattolico” nei comunicati stampa ma si dimenticano l'identità cattolica in aula al momento del voto per ordine di partiti/contenitore in cui altrimenti non verrebbero ricandidati, c'è bisogno di una bella attraversata nel deserto, una assunzione di responsabilità, che per qualcuno vuol dire anche dimissioni o silenzio, per riscoprire le ragioni del servire, i motivi per ritrovarsi, fuori dagli schemi divisivi, che agevolano solo ristrette élites, e dalla tendenza al tifo tipica della concezione dell'uomo della provvidenza.

I cattolici italiani lungi dal riunirsi per un pericolo esterno devono oggi trovarsi “in alto”, in posizione diversa dalla demagogia di ogni colore, da formule vaghe ed elettoralistiche senza più significato come quelle del moderatismo o del riformismo, per rituffarsi nell'agone politico riannodando, per chi si riconosce, il filo della propria storia popolare e democratico cristiana che ha sempre dato voce e rappresentanza chiara a quella maggioranza silenziosa che si è pronunciata massicciamente il 4 dicembre. Si apre una grande opportunità a partire dai giovani che sono parte di un fiume carsico che scorre per i mille paesi della nostra Italia, sarebbe un peccato sprecarla! C'è bisogno di ricostruire autonomia di analisi, valutazione ed azione.

ARTICOLO APPARSO SU "IL DOMANI D'ITALIA": http://ildomaniditalia.eu/article/riflessione-post-referendum

21 dicembre 2007

Legge elettorale: una discussione "anarchica"

L'anno politico si sta chiudendo in una situazione abbastanza caotica: il governo riesce a far passare la finanziaria ma di fatto perde la maggioranza numerica al senato, le coalizioni sono in una fase di avanzato logoramento. Occorrerebbe un ritorno alla chiarezza delle posizioni, alla linearità di visioni sociali che si scontrano e si confrontano per il bene del Paese e non un abbandono ad una staticità che porta le forze politiche a essere sempre più simili, indistinguibili. Questo è la visione della politica che fa parlare alla gente di "casta". La legge elettorale sarebbe una imprescindibile chiave di volta: purtroppo però la discussione su di essa avviene senza rispetto istituzionale, in maniera "anarchica". Le leggi si discutono infatti in parlamento e nascono sul confronto fra i rappresentanti del popolo: camera e senato non possono essere trattati come forni a microonde dove scaldare piatti preconfezionati in incontri tra questo o quel segretario di partito che di fatto cercano soluzioni non per il meglio ma per escludere. Una nuova legge elettorale dovrebbe inseririsi in maniera organica nello spirito della Carta Costituzionale:  abbiamo visto che il sistema di impianto maggioritario ha avuto effetti invece destabilizzanti. Una riforma elettorale dovrebbe ridare visibilità alle idee, ai valori, ai progetti e non solo al viso del leader di turno: basta accozzaglie tanto per vincere, chi è di sinistra torni a esserlo, idem per chi è di centro e di destra ridando senso alle posizioni con coraggio. Non è ad esempio immaginabile una riforma che nasce per evitare che l'area di centro, fondata sulla tradizione del popolarsimo, possa rinascere per contribuire alla ripresa dell'Italia.

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