.
Annunci online

 
AGORApopolare 
la piazza dei cattolici democratici. Popolari per convinzione!
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Popolari di Moncalieri
benecomune.net
PiuVoce.it
Osservatorio cardinal Van Thuan
Alcide De Gasperi
Istituto Sturzo
AGORApopolare su ifatti.com
AGORApopoalre su lamianotizia
AGORApopolare su polisblog
I comunicati stampa popolari
le foto di AGORApopolare su flickr
AGORApopolare su Myspace
AGORApopolare su postanotizie
Agora popolare su OKnotizie.alice
AGORApopolare su Technorati
AGORApopolare su fainformazione
AGORApopolare su ZicZac
AGORApopolare su diggita
blog cattolici
rassegna stampa camera dei deputati
  cerca

Popolari di Moncalieri

Promuovi anche tu la tua Pagina Moncalieri città per la Famiglia

Promuovi anche tu la tua Pagina


 

Diario | il pinguino | comunicati | appuntamenti | popolarismo | varie dalla rete | contatti | dai territori | organizzazione e deliberazioni |
 
Diario
1visite.

12 marzo 2009

Un nuovo capitolo del cattolicesimo democratico: intervento di padre Sorge all'assemblea costitutiva dell'INTESA CIVICA POPOLARE

 Nell’enciclica Centesimus annus (1991) Giovanni Paolo II presentì il cambio di civiltà che sarebbe seguito alla caduta del Muro di Berlino (1989). Cinque anni dopo riprese il discorso in modo più esplicito: «Una domanda interpella la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell’amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà — che più giustamente si dovrebbe chiamare “inciviltà” — dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema». Siamo a un bivio pericoloso, perciò – concludeva il Papa – «la Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell’uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della Civiltà dell’amore» (Angelus, 13 febbraio 1994).

Quel monito di 15 anni fa oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo accelerando la crisi della civiltà industriale, ma anche perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta già scivolando verso l’«”inciviltà” dell’individualismo e degli egoismi eretti a sistema», paventata da Giovanni Paolo II. Il degrado è visibile in Italia più che altrove, perché l’inciviltà dell’individualismo e dell’egoismo contraddice apertamente la tradizione bimillenaria della nostra civiltà.

È necessario, dunque, rompere il silenzio. Non è nostra intenzione istituire un processo alle intenzioni dei governanti che – com’è doveroso supporre – operano convinti di fare il bene del Paese. Il nostro vuol essere soprattutto un invito ai cittadini «liberi e forti» di oggi, affinché riflettano sulle cause dell’imbarbarimento della situazione e sulla necessità di mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno – come ha detto Papa Wojtyla – per la costruzione di una nuova civiltà. A questo fine è necessario cogliere: 1) le ragioni dello slittamento verso l’«inciviltà»; 2) l’opportunità propizia che la crisi offre di un incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana; 3) l’urgenza di aprire un capitolo nuovo del cattolicesimo democratico.

1. Le ragioni dello slittamento verso l’«inciviltà»

Il progressivo imbarbarimento della situazione è sotto gli occhi di tutti. Non occorrono molte parole, perché i fatti parlano da soli e sono inequivocabili. Ovviamente molti dei problemi che affliggono il nostro Paese non sono nati oggi e ce li trasciniamo da decenni. Nuovo, però, è il clima pesante – la «filosofia» – con cui si affrontano. Certamente vi influiscono la paura diffusa e il bisogno di sicurezza largamente avvertito; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all’uno o all’altro problema. Nessuno nega i problemi complessi dell’immigrazione clandestina, ma trasformarla – come si fa – nel capro espiatorio significa affrontare il fenomeno in modo sbagliato; non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale e imporre tasse esose per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno; invitare i medici a denunciare i pazienti stranieri illegali; ventilare l’ipotesi di classi separate per i bambini extracomunitari; rifiutare agli stranieri (anche socialmente integrati) i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani sono tutte scelte che non risolvono la situazione, ma ne aggravano i contorni. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano – da una parte e dall’altra – casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia; se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Com’è possibile garantire l’ordine pubblico e la sicurezza inviando i soldati a pattugliare le strade, minacciando la castrazione chimica agli stupratori o istituendo ronde paramilitari destinate a spingere i cittadini a farsi giustizia da sé? Così si scivola verso l’«inciviltà sociale».

Nello stesso tempo, si diffonde sempre più anche l’«inciviltà politica», fondata sul falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità. Ciò mina alla radice la civiltà politica e giuridica del nostro Paese e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l’effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s’incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s’insinua nell’opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si scivola verso l’«inciviltà politica».

La conseguenza è che, anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente dall’«autoritarismo», da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda, non governa: diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del presidente della Repubblica); preferisce ricorrere ai decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica sono visti come un intralcio, un ostacolo, una perdita inutile di tempo. La classe politica è cooptata dall’alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti, e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. Ecco perché nasce e si diffonde l’«antipolitica»: non dice nulla il fatto che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l’astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%? È inutile continuare. È chiaro che così si scivola verso l’«inciviltà» e si entra in rotta di collisione con lo spirito (e spesso anche con la lettera) della nostra Costituzione.

Perché questo accade? La ragione ultima è che il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, contrasta con i principi fondamentali della nostra civiltà, ai quali s’ispira la Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» contrasta con il «principio personalista» che è alla base della nostra civiltà e della nostra Legge fondamentale; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista» costituzionale; l’«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria», cardine del nostro ordinamento democratico. Non è un caso, quindi, che – al di là dell’ossequio pubblico, dovuto e formale – la Carta repubblicana sia deprezzata fino a definirla «di ispirazione sovietica» e si profilino all’orizzonte «riforme» (quali, per esempio, il federalismo leghista, antisolidale e secessionista) che la colpirebbero a morte.

Purtroppo, l’«inciviltà» rischia di aggravarsi con la crisi del PD. Il pericolo maggiore è che lo sbandamento dell’elettorato, attratto dalla cultura individualistica, utilitaristica ed egoistica, non sia più controbilanciato da un’opposizione democratica in grado di denunciarne i gravi pericoli per la democrazia e di mobilitare le forze sane della società per risolvere i problemi del Paese in modo coerente con la tradizione civile e culturale del Paese.

Voleva essere questa, appunto, la sfida del PD: offrire un progetto riformista coraggioso, fondato su una cultura politica nuova, che fosse la sintesi superiore tra le tradizioni storiche del socialismo e del cattolicesimo democratico, capace di affrontare i problemi del XXI secolo e di suscitare entusiasmo tra i giovani. Il progetto è fallito. Non si è riusciti a realizzare quella omogeneità culturale intorno a un ethos comune condiviso, che il Manifesto del PD aveva tracciato sulla carta. I valori del nuovo soggetto politico – affermava – «discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del novecento. […] sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica». E concludeva: «Per noi, i democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese». È mancata la fase costituente, necessaria a lanciare e consolidare il progetto nella società italiana; il soggetto politico «nuovo» è nato vecchio, secondo i canoni della partitocrazia classica. Riuscirà Dario Franceschini, che ha preso il posto di Veltroni dimissionario, a ricuperare il tempo e il terreno perduti? Tutti gli iscritti dovrebbero sentirsi impegnati a collaborare con lui lealmente nell’interesse della democrazia in Italia.

Tuttavia, i tempi stringono, di fronte a una questione sociale che si è trasformata in «questione antropologica». Infatti oggi, al di là della vecchia lotta di classe e degli squilibri tra Nord e Sud del mondo, fanno problema: la famiglia (si discute della tutela di quella fondata sul matrimonio e dei problemi suscitati dal diffondersi delle coppie di fatto od omosessuali), la vita umana (si discute di procreazione medicalmente assistita, di clonazione, di uso degli embrioni a fini terapeutici, di eutanasia), i diritti umani (sono in discussione quello dei genitori alla formazione e all’educazione della prole con l’annoso problema della parità scolastica, i diritti del lavoro e dei lavoratori, i diritti degli immigrati). Di fronte a scelte, destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, più che dividersi muro contro muro, tra credenti e non credenti, occorre dialogare, confrontare le «ragioni» degli uni e degli altri, per cercare di dare insieme un’anima etica alla nostra convivenza civile e alla politica, per costruire insieme la Civiltà dell’amore. Il rischio dell’«inciviltà» si trasforma dunque in una grande opportunità positiva di ripresa. Non c’è tempo da perdere. Occorre agire subito. Che fare?

2. Un incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana

È significativo che siano alcuni esponenti rappresentativi della cultura laica a sottolineare la necessità di un confronto e di un incontro con la coscienza religiosa, affinché nasca una nuova civiltà, fondata su un ethos democratico condiviso. Non lo dice soltanto un filosofo come Jürgen Habermas, il quale sostiene (come già Benedetto Croce) che la coscienza religiosa è necessaria per conservare le risorse morali alla democrazia e per ricivilizzare la modernità (cfr RATZINGER J. – HABERMAS J., Ragione e fede in dialogo, a cura di Bosetti G., Marsilio, Venezia 2005).

Lo dice pure un politico come Nicolas Sarkozy, il presidente della laicissima Francia. «E’ giunto il momento – ha sostenuto a Roma il 20 dicembre 2007 – che, in uno stesso spirito, le religioni, in particolare la religione cattolica che è la nostra religione maggioritaria, e tutte le forze vive della nazione guardino insieme alla posta in gioco del futuro […]. E’ per questo che mi auguro profondamente l’avvento di una laicità positiva, cioè una laicità che, pur vegliando alla libertà di pensiero, a quella di credere o non credere, non considera che le religioni sono un pericolo, ma piuttosto un punto a favore». A Parigi, un anno dopo, il Presidente francese ha ripreso il discorso: «è legittimo per la democrazia e rispettoso della laicità – ha aggiunto – dialogare con le religioni. Queste, e in particolare la religione cristiana, con la quale condividiamo una lunga storia, sono patrimonio di riflessione e di pensiero, non solo su Dio, ma anche sull’uomo, sulla società e persino su quella preoccupazione, oggi centrale, che è la natura e la tutela dell’ambiente. Sarebbe una follia privarcene, sarebbe semplicemente un errore contro la natura e contro il pensiero. È per questo che faccio appello ancora una volta a una laicità positiva. Una laicità che rispetti, una laicità che riunisca, una laicità che dialoghi. E non una laicità che escluda e che denunci. […] la laicità positiva offre alle nostre coscienze la possibilità di scambiare opinioni, al di là delle credenze e dei riti, sul senso che noi vogliamo dare alla nostra esistenza. La ricerca di senso».

Per risalire la china dell’«inciviltà sociale e politica» e per costruire insieme una nuova civiltà, occorre dunque che cultura laica e coscienza religiosa s’incontrino. È questa, del resto, – nonostante i rigurgiti, qua e là, di vecchio laicismo – un’esigenza largamente avvertita anche a livello europeo. L’art. I-52 del Trattato costituzionale europeo (Roma 2004) – ora divenuto l’art. 16C del Trattato di riforma dell’Unione (Lisbona 2007) –, riconosce esplicitamente il valore sociale della religione e dispone che si instaurino rapporti stabili di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione e le Chiese. La religione non è più considerata un fenomeno privato, e lo Stato laico non può più ignorarla.

In Italia, l’Accordo di revisione del Concordato lateranense tra la Santa Sede e la Repubblica italiana (1984), invita esplicitamente alla collaborazione: «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese» (art. 1). Non è un pio desiderio. L’incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana non è solo auspicabile, ma concretamente possibile perché in questi ultimi anni è cresciuta la consapevolezza, da una parte e dall’altra, che i principi etici fondamentali a cui s’ispira la nostra Costituzione laica sono gli stessi su cui poggia la Dottrina sociale della Chiesa: il principio personalista, il principio solidarista, la partecipazione sussidiaria.

Principio personalista. L’art. 2 Cost. afferma: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; anche la ragione laica, dunque, ritiene che i diritti irrinunciabili e inalienabili della persona (il diritto alla vita, la sicurezza personale, le libertà civili da quella religiosa a quella di associazione e di esprimere il proprio pensiero) preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società; ciò significa riconoscere che sono inscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Lo Stato non li crea né li decide, ma li trova; li «riconosce», li «garantisce» e li coordina in vista del bene comune; a essi ispira la propria legislazione. Siamo molto lontani dalla concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della cultura neoliberista dominante. La coscienza religiosa, dunque, non è in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza, quando afferma che la dignità della persona è trascendente, perché immagine e somiglianza di Dio. Il principio personalista, proprio della nostra Costituzione, è rafforzato dall’insegnamento della Chiesa. Ragione e fede, incontrandosi, possono giungere insieme a una concezione trascendente dell’uomo.

Principio solidarista. Il secondo principio da restaurare per risalire la china dell’«inciviltà» è la solidarietà. Anche su di esso Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona, la quale è, di sua natura, un «soggetto-in-relazione». La Costituzione si distingue nettamente dalla concezione individualistica neoliberista. Infatti, ma tutela la persona non solo in sé – «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 Cost.) – ma all’interno delle stesse formazioni sociali, cominciando dalla protezione giuridica della famiglia fondata sul matrimonio (art. 29) Nella stessa linea si pone il Concilio Vaticano II: «principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli» (Gaudium et spes, n. 25). Ancora una volta, la coscienza religiosa, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la «purifica».

Principio della partecipazione sussidiaria. Il terzo grande principio da restaurare per risalire la china dell’«inciviltà» è il «principio della partecipazione sussidiaria». Esso è recepito nella nostra Carta repubblicana con l’art. 118: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà». Cioè, le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, di coordinamento e di garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglia, associazioni, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire responsabilmente per proprio conto. L’intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l’autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Su questo terzo principio fondamentale la coincidenza con la Dottrina sociale della Chiesa è ancora più evidente, se si pensa che il primo a enunciarlo fu Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno (1931). Oggi tutte le Costituzioni moderne ribadiscono che la famiglia, i mondi vitali, le classi, i Comuni, le Province, le Regioni sono organi naturali della società: lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità.

Concludendo: è possibile che cultura laica e ispirazione cristiana, s’incontrino in forma più matura e diano vita a una cultura politica comune condivisa (un «neopersonalismo solidale e responsabile»), in continuità con la Costituzione e con la Dottrina sociale della Chiesa. Non c’è altro modo oggi in Italia di dare un’anima alla politica, di arrestare lo slittamento verso l’«inciviltà» e di gettare le basi di una nuova civiltà dell’amore. Come impegnarsi concretamente?

3. Un’iniziativa nuova di cattolici democratici

Come 60 anni fa, i cattolici democratici sono chiamati a intraprendere un’iniziativa nuova. Non si tratta di creare un partito, ma di realizzare una forma inedita dell’intuizione del popolarismo sturziano. La società civile, cioè, non può rinunciare ad avere un ruolo politico, ma è chiamata a farsi carico dei problemi del Paese, criticare, elaborare progetti, controllarne la realizzazione. In un contesto socio-culturale frammentato da cinquant’anni di profonde lacerazioni ideologiche, come quello italiano, il bipolarismo (a maggior ragione il bipartitismo), rimane per ora solo uno schema teorico. In questa fase di transizione alla democrazia compiuta, «occorrono idee, persone e strumenti politici atti ad ascoltare e a interpretare le attese diffuse; occorre che coloro i quali sono portatori di forti ideali e di solide convinzioni possano essere coerentemente se stessi e possano liberamente agire come persone singole e come gruppi senza doversi affidare a capi carismatici e senza dover ricorrere continuamente a mediazioni al ribasso. La politica ha bisogno oggi soprattutto di verità e di autenticità» (Documento istitutivo dell’Intesa Civica Popolare).

Da qui l’importanza di una iniziativa civica e popolare non alternativa ai partiti, i quali rimangono essenziali nella democrazia; c’è bisogno di una iniziativa culturale e politica complementare, capace di rimettere in circolazione le tante energie deluse o latenti, di stimolare partiti in crisi (come il PD) o vecchi (come l’UDC), aiutandoli ad «andare oltre» gli schemi logori. A questo può servire l’Intesa (siglata a Roma il 28 febbraio 2009), cioè una rete di relazioni tra cittadini di buona volontà di cultura laica e cristiana, desiderosi che nasca in Italia una democrazia compiuta, fondata sui valori della Costituzione e della Dottrina sociale della Chiesa.

È la proposta coraggiosa, tutta da verificare, di una strada finora mai sperimentata, senza alcuna pretesa di esclusività, che si apre alle altre numerose forme di politica dal basso che già esistono. L’intenzione è di collaborare alla ripresa del riformismo in Italia, senza farsi troppe illusioni. Il tentativo può anche fallire, poiché tanti e aggrovigliati sono i nodi da sciogliere, a cominciare dalla propria vita interna: infatti, bisognerà fare chiarezza fin dall’inizio sull’identità culturale e politica dell’Intesa, fissare le regole (trasparenti e democratiche) della sua organizzazione a partire dal basso, esigere una moralità specchiata a tutti, soprattutto alla classe dirigente. Nello stesso tempo, bisognerà confrontarsi con i nodi da sciogliere nella vita esterna, nel Paese. Non basta operare affinché le riforme incombenti (giustizia, federalismo, economia di mercato, Stato sociale, informazione) siano affrontate e risolte in coerenza con i principi fondamentali del personalismo solidale e sussidiario. Questo sforzo poteva essere fatto anche ieri. È indispensabile invece che l’Intesa immetta nella politica italiana un tocco di profezia, leggendone i problemi al futuro, nell’ottica cioè dell’Europa che si unifica e della modernità che si globalizza.

Essere «glo-cali»: questo deve essere l’identikit dei «liberi e forti» di oggi. Uomini e donne capaci di agire nel territorio (in «locale»), ma di pensare in modo aperto (in «globale»); capaci di fare unità nel rispetto della diversità; convinti che la qualità vale più della quantità. Serve poco essere tanti, se si e spenti; è importante invece essere accesi, anche se si è pochi pochi, perché solo chi è acceso può accenderne tanti altri. Il futuro lo creano non i numeri, ma le menti e i cuori. Se questi sono nuovi, sarà nuovo il futuro. Ora, i cristiani sono persone nuove per definizione. Ecco perché, nella difficile transizione del Paese verso la democrazia compiuta, essi oggi sono chiamati a scrivere un capitolo nuovo della storia del cattolicesimo democratico in Italia.

13 maggio 2008

LE PAROLE DI ALBERTO MONTICONE A PROPOSITO DI DEMOCRAZIA DEI CRISTIANI

 Intervento di A. Monticone alla Assemblea Nazionale di "Agire Politicamente" dell' 11 maggio 2008

Nei mutamenti di più accellerato mutamento e sopratutto in quelli gravi dì incertezza del futuro è necessario attingere alle ragioni di fondo dell'impegno di ciascuno di noi e di quanti si riconoscono nel Cattolicesimo Democratico nel loro insieme, nella comunità civile e politica del nostro Paese.Siamo indotti a ciò, oggi, dall'essersi compiuto il tragitto fortunoso di tre lustri, per noi tutti ricco di esperienze positive e di generosi slanci, eppure segnato da non poche delusioni e ferite. Non credo sia utile a tal fine soffermarsi a commentare quanto è accaduto nella recente crisi e ad interpretare le scelte degli elettori: lo hanno già fatto molti di voi e comunque in questi 2 giorni verrà da relatori e dal dibatito preso lo spunto dalla situazione presente per indicare possibili itinerari per il futuro. Nella cornice del decennale di fondazione di "Agire Politicamente" e nello spirito del testamento etico e politico di Pietro Scoppola vi è come un richiamo più alto, per certi versi foriero di interiore inquietudine, un'insistente domanda del perchè, noi, io personalmente, ci rivolgiamo alla politica quale campo in cui si completa e, in certo senso, si esprime pienamente la nostra vocazione di laici cristiani. L'interrogativo è stringente, non consente di divagare su ciò che pensano e fanno altri cattolici o di rifugiarsi nel riferimento più o meno condiviso al magistero sociale della Chiesa. E' diretto e perentorio: tu che fai? Viene ancora prima del con chi pensi di andare? Troppe volte negli ultimi 15 anni si è ragionato e discusso su scelte di posizionamento, necessarie ma solo se compiute dopo aver risolto il nodo centrale delle motivazioni personali e comunitarie, un nodo etico e ideologico.

Siamo stati educati dal Concilio Vaticano II a leggere i segni dei tempi, non sempre lo abbiamo fatto da laici nella comunità ecclesiale e da cristiani nella società. Però se anche avessimo oggi ben chiaro l'orizzonte e comprendessimo appieno le attese, i timori e le speranze presenti nel nostro Paese, ma non risolvessimo il nostro dilemma interiore, saremmo fermi sul ciglio della strada, impacciati nel proseguire il cammino. Essere cittadino è un dovere del cristiano: sappiamo bene che tale dovere esige la ricerca di un'alta qualità di partecipazione alle sorti della Comunità sia nell'esercizio specifico della propria attività lavorativa, sia nel contributo diretto e concreto al funzionamento delle istituzioni sociali, dalla più vicina e più piccola a quelle più elevate.

Per il cristiano si configura una ragione "religiosa" di cittadinanza, che, lungi dallo spingerlo a stile clericale, ne rafforza la laicità, quasi come supplemento rispetto ad ogni altra vocazione civile. Ma che motivo ci sarebbe perchè dei Cattolici Democratici operino in forme associate, se fosse sufficiente la risposta individuale? In 1° istanza credo che il mettersi insieme sia proprio una ulteriore garanzia di laicità, una forma di mediazione tra la formazione ecclesiale e la prassi di cittadinanza.

Ma la più forte ragione dell'aggregarsi viene dalle esigenze della democrazia, nella quale da sempre, ma sopratutto oggi nel sistema comunicativo globale e uniformante, occorrono formazioni originali e primigenie che diano consistenza ad una massa altrimenti esposta alla uniformità. I cristiani comunque, in ogni situazione e quindi anche nella politica sono chiamati a vivere e ad operare nella polarità tra la singolarità e l'unione, una polarità che solo se accettata e valorizzata consente di esercitare concretamente la loro vocazione personale e comunitaria. Grandi filosofi e protagonisti della politica hanno espresso tale concetto nella incisiva formula del personalismo comunitario che tuttavia non può restare riferimento meramente ideale, ma deve realizzarsi in scelte concrete, che naturalmente possono essere diverse, perchè realmente espressive di tale polarità.

L'attuale situazione politca del nostro Paese presenta, per i  Cattolici Democratici, i caratteri di una stagione autunnale, non a caso simile a quella che sul declinare dell'anno si osserva nella pianura e nelle colline dell'Italia settentrionale, nella quale predominano i colori grigi, la sfumatura delle nebbie, i primi freddi, che inducono a ritirarsi al riparo, talvolta non presso il proprio focolare preferendo accasarsi in luoghi più sicuri. Non è però questo di abbandoni sconsolati né di illusori progetti, bensì quello della saggezza e della coraggiosa previdenza. Perchè quando viene l'autunno, anche in politica è il tempo della semina tanto di quella che porterà frutti tardivi quanto di quella dei primaticci. Sono proprio i contadini anziani ed esperti i più solleciti nella semina anche se sono certi di essere poi loro a raccogliere le messe. Per questo "Agire Politicamente" e le varie espressioni dei Cattolici Democratci sono chiamate a farsi carico di gettare nuovo seme, selezionato non trasgenico nel terreno. Se mi è consentito proseguire nel paragone agricolo, il terreno è la democrazia con le sue istituzioni, la semente l'ispirazione cristiana: la prima intesa nella sua priezione verso l'avvenire, la seconda come un itinerario eticamente connotato.

La nostra democrazia è fondata sul patto costituzionale del quale celebriamo i 60 anni di vita: la Carta del 1948 che ha la sua sempre fresca validità nei principi del titolo I° e nella sua perenne proposta di metodo, quella appunto della ricerca condivisa dalle ragioni della comune appartenenza ad un paese e al suo un popolo che si rinnovano perennemente mantenendo un'anima che li sorregge e li sprona a sempre nuovi e aperti confini umani. E' il momento del patto di cittadinanza, al quale ogni generazione può accedere con originalità di apporti nella fedeltà al riconoscersi segnati da uno stigma, che và per così dire acquisito anzi conquistato ogni giorno.

La Costituzione, nei suoi principi e nel suo metodo, non è dietro di noi, eredità di un passato che non c'è più ma dinnanzi a noi, quasi una sfida da raccogliere. Proprio i cristiani per la loro visuale che unisce sempre la realtà prossima e l'orizzonte lontano sono stimolati a saldare le 2 prospettive istituzionali in una congiunzione dalle grandi potenzialità di futuro. Del resto la stessa Carta del'48 è stata gradualmente e solo parzialmente realizzata e contiene comunque indicazioni a partire dall'art. 1 - che sollecitano coraggiose e forti innovazioni nella comunità civile. Ma mentre nella democrazia dei cristiani abbiamo l'esperienza di molte associazioni e movimenti e la lezione culturale e civile di Pietro Scoppola, sulla ispirazione cristiana nell'agire politico occorre una nuova maturazione di pensiero e di comunicazione, anche al fine di evitare riduzioni e fraintendimenti dello stesso concetto di cattolicesimo democratico. Senza una rinascita o persino una rivoluzione etica dei cristiani si accentuerebbe il pericolo di        i valori religiosi le indicazioni conciliari e il magistero della chiesa per scopi politici una sorta di nuovo instrumentum regni, giustificato dalla necessità di difendere la fede. Potrebbe cioè verificarsi in politica anche nei cattolici democratici, quello che talora è avvenuto in taluni leclogi un rigoroso pensiero avulso da un autentico vissuto overo ciò che si rimprovera ad alcuni settori del      destra di "atei agnostici devoti".

Io auspico una nuova scelta religiosa, non nell'associazionismo ecclesiale, ma dei popolari e dei cattolici democratici, una scelta culturale ed etica che si traduce in un incontro vero, religioso e quindi laico nelle realtà locali. L'ispirazione cristiana della politica non può essere riservata al ceto politico, alla rappresentanza, ai luoghi dentro i partiti, deve essere nel territorio, nei municipi, nelle realtà locali, quelle che ardigò chiamò mondi vitali. Più cristianesimo vissuto, non solo  individualmente, più etica, più spirito comunitario in azioni sociali nelle città, nei paesi.

Solidarietà e sussiodiarietà civile sono, sul piano locale, le braccia operose dell'ispirazione cristiana. Si sente nell'area cattolica praticamente come il bisogno di un respiro, di una dimensione spirituale nell'agire politico: un senso non proclamato che impasti di moralità e di servizio ogni atto, che dia sale ad ogni iniziativa. Certo è difficile individuare mezzi e modi di agire così ad un tempo spiritualmente e politicamente ma si percepisce che si tratta di un percorso di interiorizzazione, che ha come conseguenza direttamente proporzionale l'operosità e la sua credibilità. Più che coordinare gruppi ed esperienze politiche la sfida è un crescere insieme, culturalmene ed eticamente, premessa di quell'essere presente "da cristiani" nella comunità: solo così le concrete opzioni politiche e partitiche saranno fortemente motivate, rovesciando il criterio spesso prevalente di compierle sulla base dell'offerta di mercato. Quel che conta è la disponibilità di ricchezza che si ha in borsa: la saggezza, il disinteresse personale o di gruppo e la disponibilità al servizio aiuteranno a discernere la più consona.  

Alberto Monticone
Presidente di Italia Popolare

sfoglia
febbraio        aprile