.
Annunci online

 
AGORApopolare 
la piazza dei cattolici democratici. Popolari per convinzione!
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Popolari di Moncalieri
benecomune.net
PiuVoce.it
Osservatorio cardinal Van Thuan
Alcide De Gasperi
Istituto Sturzo
AGORApopolare su ifatti.com
AGORApopoalre su lamianotizia
AGORApopolare su polisblog
I comunicati stampa popolari
le foto di AGORApopolare su flickr
AGORApopolare su Myspace
AGORApopolare su postanotizie
Agora popolare su OKnotizie.alice
AGORApopolare su Technorati
AGORApopolare su fainformazione
AGORApopolare su ZicZac
AGORApopolare su diggita
blog cattolici
rassegna stampa camera dei deputati
  cerca

Popolari di Moncalieri

Promuovi anche tu la tua Pagina Moncalieri città per la Famiglia

Promuovi anche tu la tua Pagina


 

Diario | il pinguino | comunicati | appuntamenti | popolarismo | varie dalla rete | contatti | dai territori | organizzazione e deliberazioni |
 
Diario
1visite.

4 gennaio 2018

ITALIA POPOLARE/INTESA CIVICA POPOLARE DIFENDE LE PROPRIE PREROGATIVE

COMUNICATO STAMPA: ll Movimento Italia Popolare – Intesa Civica Popolare, nella difesa delle proprie prerogative legali ed elettorali, guarda con attenzione ad una iniziativa che riconosca il valore del popolarismo e si compiace per la ritrovata attenzione verso una identità politica che tutti hanno ritenuto morta negli ultimi 20 anni


Movimento Italia Popolare – Intesa Civica Popolare, nella difesa delle proprie prerogative legali ed elettorali, maturate dal 2004 attraverso le proprie attività sul territorio e la presentazione delle liste alle elezioni amministrative, ritenendo significativo il contributo del popolarismo, della testimonianza dei cattolici democratici, nel cammino di rilancio dell'Italia, nella riscoperta dei valori dei padri fondatori dell'Europa, a partire dalla difesa della Carta Costituzionale e di una economia sociale di mercato che non leda mai la centralità della persona umana, della vita e della famiglia, valuta come potenzialmente utile una lista elettorale in grado di accolgierne una presenza autonoma.

Consapevole che una forza politica si considera innanzitutto per l'identità da cui ne discendono azioni e programmi, prima ancora delle alleanze, ritiene di guardare con interesse, sulla base del reciproco riconoscimento, all'iniziativa dell'Onorevole Giuseppe De Mita e si compiace per la ritrovata attenzione verso una identità politica che tutti hanno ritenuto morta negli ultimi 20 anni.

L'auspicio è che si possa innescare l'inizio di un cammino comune che sappia ritrovare una cultura politica che affonda le radici nell'azione di quel don Luigi Sturzo che 99 anni fa seppe dare il via alla costruzione del Partito Popolare Italiano e che può superare l'artefatta distinzione tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” per tornare a dispiegare nella politica italiana l'originale visione sociale cristiana che una nefasta diaspora ed una altrettanto negativa confusione hanno progressivamente reso, a livello nazionale, irrilevante. La nostra azione politica, conseguentemente, si fa portatrice di idee e valori e non si mette alla disperata ricerca di sciamani di cui la democrazia non deve avere bisogno.


GIANCARLO CHIAPELLO – resp. organizzativo nazionale – Piemonte

GIULIO LUCIDI - Marche

GENNARO SALZANO – Campania

LUIGI SCATIZZI – Toscana

19 agosto 2009

Sturzo: Gerardo Bianco, Per Lui Impegno Politico Esigeva Verita'

(ASCA) - Roma, 7 ago - ''In un mondo politico, come quello di oggi, in cui si gioca una partita senza ormai piu' riferimenti culturali, si sente forte la mancanza della lezione che proviene dal popolarismo sturziano''. Gerardo Bianco, democristiano di lunga data ed erede del pensiero del grande sacerdote e politico siciliano, nel ricordare Don Luigi Sturzo a cinquant'anni dalla scomparsa non ha dubbi: ''Con lo scioglimento del Ppi si consumo' il definitivo tradimento dell'ideale sturziano e scomparve per sempre un partito che fosse in grado di interpretare in maniera coerente il suo pensiero. E le conseguenze negative di quell'operazione si stanno scontando tutte''. Conversando con l'Asca, Bianco ricorda innanzitutto lo Sturzo del 1919, ''quando fondo' il Partito popolare che ebbe il merito storico di offrire ai cattolici l'opportunita' di avere una propria voce autonoma in politica''. E quanto alle accuse rivolte al prete di Caltagirone circa il fatto che quel suo partito era 'aconfessionale' solo sulla carta, rispondendo in realta' sempre ai richiami del Vaticano, Bianco le respinge al mittente: ''Sturzo, in realta' - sottolinea - risolse brillantemente quello che poteva divenire un potenziale conflitto, attraverso una mediazione che comunque garanti' la nascita e la crescita di un movimento politico cattolico che avrebbe avuto un ruolo di straordinaria importanza nel progresso anche civile e sociale del Paese''. Ma all'ex segretario del Ppi (lo guido' fra il 1995 ed il 1998), rinato dopo la fine della Democrazia cristiana, piace sottolineare due aspetti forse meno conosciuti che emergono dalla ''straordinaria miniera'' rappresentata dagli scritti di Sturzo. ''In primo luogo - spiega Bianco - egli diede grande attenzione a quello che oggi chiameremmo il problema della globalizzazione. All'indomani infatti del fallimento della Societa' delle Nazioni, e nella prospettiva di una Onu che all'inizio non sembrava potesse svolgere un ruolo importante sullo scenario internazionale, egli si pose infatti la questione di come superare i confini nazionali nell'elaborazione di proposte in grado di favorire lo sviluppo e la crescita dei popoli''. Un altro fronte sul quale Sturzo dispiego' ampiamente il suo pensiero fu poi quello - peraltro straordinariamente attuale - del rapporto fra etica privata ed etica pubblica. ''Quasi profeticamente e con assoluta intransigenza - rileva Gerardo Bianco - egli, nel corso di un lungo e poco conosciuto carteggio con il fratello, poneva l'accento sulla questione della verita' nella vita pubblica. Affermando, senza mezzi termini, che l'azione politica - in particolar modo quella dei cattolici - non poteva ammettere menzogne''. Le considerazioni dell'intellettuale democristiano si chiudono con un rammarico: ''Dopo i testi di Gabriele De Rosa, che ha rivelato i terreni piu' nascosti del pensiero sturziano - tiene a sottolineare Gerardo Bianco - si sente oggi la mancanza di studiosi che proseguano nell'approfondimento dell'opera del grande siciliano. Chissa' - si augura - che questo cinquantenario non risvegli il giusto interesse verso la sua straordinaria figura''.

12 marzo 2009

Un nuovo capitolo del cattolicesimo democratico: intervento di padre Sorge all'assemblea costitutiva dell'INTESA CIVICA POPOLARE

 Nell’enciclica Centesimus annus (1991) Giovanni Paolo II presentì il cambio di civiltà che sarebbe seguito alla caduta del Muro di Berlino (1989). Cinque anni dopo riprese il discorso in modo più esplicito: «Una domanda interpella la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell’amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà — che più giustamente si dovrebbe chiamare “inciviltà” — dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema». Siamo a un bivio pericoloso, perciò – concludeva il Papa – «la Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell’uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della Civiltà dell’amore» (Angelus, 13 febbraio 1994).

Quel monito di 15 anni fa oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo accelerando la crisi della civiltà industriale, ma anche perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta già scivolando verso l’«”inciviltà” dell’individualismo e degli egoismi eretti a sistema», paventata da Giovanni Paolo II. Il degrado è visibile in Italia più che altrove, perché l’inciviltà dell’individualismo e dell’egoismo contraddice apertamente la tradizione bimillenaria della nostra civiltà.

È necessario, dunque, rompere il silenzio. Non è nostra intenzione istituire un processo alle intenzioni dei governanti che – com’è doveroso supporre – operano convinti di fare il bene del Paese. Il nostro vuol essere soprattutto un invito ai cittadini «liberi e forti» di oggi, affinché riflettano sulle cause dell’imbarbarimento della situazione e sulla necessità di mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno – come ha detto Papa Wojtyla – per la costruzione di una nuova civiltà. A questo fine è necessario cogliere: 1) le ragioni dello slittamento verso l’«inciviltà»; 2) l’opportunità propizia che la crisi offre di un incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana; 3) l’urgenza di aprire un capitolo nuovo del cattolicesimo democratico.

1. Le ragioni dello slittamento verso l’«inciviltà»

Il progressivo imbarbarimento della situazione è sotto gli occhi di tutti. Non occorrono molte parole, perché i fatti parlano da soli e sono inequivocabili. Ovviamente molti dei problemi che affliggono il nostro Paese non sono nati oggi e ce li trasciniamo da decenni. Nuovo, però, è il clima pesante – la «filosofia» – con cui si affrontano. Certamente vi influiscono la paura diffusa e il bisogno di sicurezza largamente avvertito; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all’uno o all’altro problema. Nessuno nega i problemi complessi dell’immigrazione clandestina, ma trasformarla – come si fa – nel capro espiatorio significa affrontare il fenomeno in modo sbagliato; non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale e imporre tasse esose per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno; invitare i medici a denunciare i pazienti stranieri illegali; ventilare l’ipotesi di classi separate per i bambini extracomunitari; rifiutare agli stranieri (anche socialmente integrati) i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani sono tutte scelte che non risolvono la situazione, ma ne aggravano i contorni. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano – da una parte e dall’altra – casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia; se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Com’è possibile garantire l’ordine pubblico e la sicurezza inviando i soldati a pattugliare le strade, minacciando la castrazione chimica agli stupratori o istituendo ronde paramilitari destinate a spingere i cittadini a farsi giustizia da sé? Così si scivola verso l’«inciviltà sociale».

Nello stesso tempo, si diffonde sempre più anche l’«inciviltà politica», fondata sul falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità. Ciò mina alla radice la civiltà politica e giuridica del nostro Paese e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l’effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s’incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s’insinua nell’opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si scivola verso l’«inciviltà politica».

La conseguenza è che, anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente dall’«autoritarismo», da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda, non governa: diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del presidente della Repubblica); preferisce ricorrere ai decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica sono visti come un intralcio, un ostacolo, una perdita inutile di tempo. La classe politica è cooptata dall’alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti, e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. Ecco perché nasce e si diffonde l’«antipolitica»: non dice nulla il fatto che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l’astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%? È inutile continuare. È chiaro che così si scivola verso l’«inciviltà» e si entra in rotta di collisione con lo spirito (e spesso anche con la lettera) della nostra Costituzione.

Perché questo accade? La ragione ultima è che il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, contrasta con i principi fondamentali della nostra civiltà, ai quali s’ispira la Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» contrasta con il «principio personalista» che è alla base della nostra civiltà e della nostra Legge fondamentale; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista» costituzionale; l’«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria», cardine del nostro ordinamento democratico. Non è un caso, quindi, che – al di là dell’ossequio pubblico, dovuto e formale – la Carta repubblicana sia deprezzata fino a definirla «di ispirazione sovietica» e si profilino all’orizzonte «riforme» (quali, per esempio, il federalismo leghista, antisolidale e secessionista) che la colpirebbero a morte.

Purtroppo, l’«inciviltà» rischia di aggravarsi con la crisi del PD. Il pericolo maggiore è che lo sbandamento dell’elettorato, attratto dalla cultura individualistica, utilitaristica ed egoistica, non sia più controbilanciato da un’opposizione democratica in grado di denunciarne i gravi pericoli per la democrazia e di mobilitare le forze sane della società per risolvere i problemi del Paese in modo coerente con la tradizione civile e culturale del Paese.

Voleva essere questa, appunto, la sfida del PD: offrire un progetto riformista coraggioso, fondato su una cultura politica nuova, che fosse la sintesi superiore tra le tradizioni storiche del socialismo e del cattolicesimo democratico, capace di affrontare i problemi del XXI secolo e di suscitare entusiasmo tra i giovani. Il progetto è fallito. Non si è riusciti a realizzare quella omogeneità culturale intorno a un ethos comune condiviso, che il Manifesto del PD aveva tracciato sulla carta. I valori del nuovo soggetto politico – affermava – «discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del novecento. […] sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica». E concludeva: «Per noi, i democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese». È mancata la fase costituente, necessaria a lanciare e consolidare il progetto nella società italiana; il soggetto politico «nuovo» è nato vecchio, secondo i canoni della partitocrazia classica. Riuscirà Dario Franceschini, che ha preso il posto di Veltroni dimissionario, a ricuperare il tempo e il terreno perduti? Tutti gli iscritti dovrebbero sentirsi impegnati a collaborare con lui lealmente nell’interesse della democrazia in Italia.

Tuttavia, i tempi stringono, di fronte a una questione sociale che si è trasformata in «questione antropologica». Infatti oggi, al di là della vecchia lotta di classe e degli squilibri tra Nord e Sud del mondo, fanno problema: la famiglia (si discute della tutela di quella fondata sul matrimonio e dei problemi suscitati dal diffondersi delle coppie di fatto od omosessuali), la vita umana (si discute di procreazione medicalmente assistita, di clonazione, di uso degli embrioni a fini terapeutici, di eutanasia), i diritti umani (sono in discussione quello dei genitori alla formazione e all’educazione della prole con l’annoso problema della parità scolastica, i diritti del lavoro e dei lavoratori, i diritti degli immigrati). Di fronte a scelte, destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, più che dividersi muro contro muro, tra credenti e non credenti, occorre dialogare, confrontare le «ragioni» degli uni e degli altri, per cercare di dare insieme un’anima etica alla nostra convivenza civile e alla politica, per costruire insieme la Civiltà dell’amore. Il rischio dell’«inciviltà» si trasforma dunque in una grande opportunità positiva di ripresa. Non c’è tempo da perdere. Occorre agire subito. Che fare?

2. Un incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana

È significativo che siano alcuni esponenti rappresentativi della cultura laica a sottolineare la necessità di un confronto e di un incontro con la coscienza religiosa, affinché nasca una nuova civiltà, fondata su un ethos democratico condiviso. Non lo dice soltanto un filosofo come Jürgen Habermas, il quale sostiene (come già Benedetto Croce) che la coscienza religiosa è necessaria per conservare le risorse morali alla democrazia e per ricivilizzare la modernità (cfr RATZINGER J. – HABERMAS J., Ragione e fede in dialogo, a cura di Bosetti G., Marsilio, Venezia 2005).

Lo dice pure un politico come Nicolas Sarkozy, il presidente della laicissima Francia. «E’ giunto il momento – ha sostenuto a Roma il 20 dicembre 2007 – che, in uno stesso spirito, le religioni, in particolare la religione cattolica che è la nostra religione maggioritaria, e tutte le forze vive della nazione guardino insieme alla posta in gioco del futuro […]. E’ per questo che mi auguro profondamente l’avvento di una laicità positiva, cioè una laicità che, pur vegliando alla libertà di pensiero, a quella di credere o non credere, non considera che le religioni sono un pericolo, ma piuttosto un punto a favore». A Parigi, un anno dopo, il Presidente francese ha ripreso il discorso: «è legittimo per la democrazia e rispettoso della laicità – ha aggiunto – dialogare con le religioni. Queste, e in particolare la religione cristiana, con la quale condividiamo una lunga storia, sono patrimonio di riflessione e di pensiero, non solo su Dio, ma anche sull’uomo, sulla società e persino su quella preoccupazione, oggi centrale, che è la natura e la tutela dell’ambiente. Sarebbe una follia privarcene, sarebbe semplicemente un errore contro la natura e contro il pensiero. È per questo che faccio appello ancora una volta a una laicità positiva. Una laicità che rispetti, una laicità che riunisca, una laicità che dialoghi. E non una laicità che escluda e che denunci. […] la laicità positiva offre alle nostre coscienze la possibilità di scambiare opinioni, al di là delle credenze e dei riti, sul senso che noi vogliamo dare alla nostra esistenza. La ricerca di senso».

Per risalire la china dell’«inciviltà sociale e politica» e per costruire insieme una nuova civiltà, occorre dunque che cultura laica e coscienza religiosa s’incontrino. È questa, del resto, – nonostante i rigurgiti, qua e là, di vecchio laicismo – un’esigenza largamente avvertita anche a livello europeo. L’art. I-52 del Trattato costituzionale europeo (Roma 2004) – ora divenuto l’art. 16C del Trattato di riforma dell’Unione (Lisbona 2007) –, riconosce esplicitamente il valore sociale della religione e dispone che si instaurino rapporti stabili di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione e le Chiese. La religione non è più considerata un fenomeno privato, e lo Stato laico non può più ignorarla.

In Italia, l’Accordo di revisione del Concordato lateranense tra la Santa Sede e la Repubblica italiana (1984), invita esplicitamente alla collaborazione: «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese» (art. 1). Non è un pio desiderio. L’incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana non è solo auspicabile, ma concretamente possibile perché in questi ultimi anni è cresciuta la consapevolezza, da una parte e dall’altra, che i principi etici fondamentali a cui s’ispira la nostra Costituzione laica sono gli stessi su cui poggia la Dottrina sociale della Chiesa: il principio personalista, il principio solidarista, la partecipazione sussidiaria.

Principio personalista. L’art. 2 Cost. afferma: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; anche la ragione laica, dunque, ritiene che i diritti irrinunciabili e inalienabili della persona (il diritto alla vita, la sicurezza personale, le libertà civili da quella religiosa a quella di associazione e di esprimere il proprio pensiero) preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società; ciò significa riconoscere che sono inscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Lo Stato non li crea né li decide, ma li trova; li «riconosce», li «garantisce» e li coordina in vista del bene comune; a essi ispira la propria legislazione. Siamo molto lontani dalla concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della cultura neoliberista dominante. La coscienza religiosa, dunque, non è in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza, quando afferma che la dignità della persona è trascendente, perché immagine e somiglianza di Dio. Il principio personalista, proprio della nostra Costituzione, è rafforzato dall’insegnamento della Chiesa. Ragione e fede, incontrandosi, possono giungere insieme a una concezione trascendente dell’uomo.

Principio solidarista. Il secondo principio da restaurare per risalire la china dell’«inciviltà» è la solidarietà. Anche su di esso Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona, la quale è, di sua natura, un «soggetto-in-relazione». La Costituzione si distingue nettamente dalla concezione individualistica neoliberista. Infatti, ma tutela la persona non solo in sé – «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 Cost.) – ma all’interno delle stesse formazioni sociali, cominciando dalla protezione giuridica della famiglia fondata sul matrimonio (art. 29) Nella stessa linea si pone il Concilio Vaticano II: «principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli» (Gaudium et spes, n. 25). Ancora una volta, la coscienza religiosa, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la «purifica».

Principio della partecipazione sussidiaria. Il terzo grande principio da restaurare per risalire la china dell’«inciviltà» è il «principio della partecipazione sussidiaria». Esso è recepito nella nostra Carta repubblicana con l’art. 118: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà». Cioè, le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, di coordinamento e di garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglia, associazioni, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire responsabilmente per proprio conto. L’intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l’autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Su questo terzo principio fondamentale la coincidenza con la Dottrina sociale della Chiesa è ancora più evidente, se si pensa che il primo a enunciarlo fu Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno (1931). Oggi tutte le Costituzioni moderne ribadiscono che la famiglia, i mondi vitali, le classi, i Comuni, le Province, le Regioni sono organi naturali della società: lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità.

Concludendo: è possibile che cultura laica e ispirazione cristiana, s’incontrino in forma più matura e diano vita a una cultura politica comune condivisa (un «neopersonalismo solidale e responsabile»), in continuità con la Costituzione e con la Dottrina sociale della Chiesa. Non c’è altro modo oggi in Italia di dare un’anima alla politica, di arrestare lo slittamento verso l’«inciviltà» e di gettare le basi di una nuova civiltà dell’amore. Come impegnarsi concretamente?

3. Un’iniziativa nuova di cattolici democratici

Come 60 anni fa, i cattolici democratici sono chiamati a intraprendere un’iniziativa nuova. Non si tratta di creare un partito, ma di realizzare una forma inedita dell’intuizione del popolarismo sturziano. La società civile, cioè, non può rinunciare ad avere un ruolo politico, ma è chiamata a farsi carico dei problemi del Paese, criticare, elaborare progetti, controllarne la realizzazione. In un contesto socio-culturale frammentato da cinquant’anni di profonde lacerazioni ideologiche, come quello italiano, il bipolarismo (a maggior ragione il bipartitismo), rimane per ora solo uno schema teorico. In questa fase di transizione alla democrazia compiuta, «occorrono idee, persone e strumenti politici atti ad ascoltare e a interpretare le attese diffuse; occorre che coloro i quali sono portatori di forti ideali e di solide convinzioni possano essere coerentemente se stessi e possano liberamente agire come persone singole e come gruppi senza doversi affidare a capi carismatici e senza dover ricorrere continuamente a mediazioni al ribasso. La politica ha bisogno oggi soprattutto di verità e di autenticità» (Documento istitutivo dell’Intesa Civica Popolare).

Da qui l’importanza di una iniziativa civica e popolare non alternativa ai partiti, i quali rimangono essenziali nella democrazia; c’è bisogno di una iniziativa culturale e politica complementare, capace di rimettere in circolazione le tante energie deluse o latenti, di stimolare partiti in crisi (come il PD) o vecchi (come l’UDC), aiutandoli ad «andare oltre» gli schemi logori. A questo può servire l’Intesa (siglata a Roma il 28 febbraio 2009), cioè una rete di relazioni tra cittadini di buona volontà di cultura laica e cristiana, desiderosi che nasca in Italia una democrazia compiuta, fondata sui valori della Costituzione e della Dottrina sociale della Chiesa.

È la proposta coraggiosa, tutta da verificare, di una strada finora mai sperimentata, senza alcuna pretesa di esclusività, che si apre alle altre numerose forme di politica dal basso che già esistono. L’intenzione è di collaborare alla ripresa del riformismo in Italia, senza farsi troppe illusioni. Il tentativo può anche fallire, poiché tanti e aggrovigliati sono i nodi da sciogliere, a cominciare dalla propria vita interna: infatti, bisognerà fare chiarezza fin dall’inizio sull’identità culturale e politica dell’Intesa, fissare le regole (trasparenti e democratiche) della sua organizzazione a partire dal basso, esigere una moralità specchiata a tutti, soprattutto alla classe dirigente. Nello stesso tempo, bisognerà confrontarsi con i nodi da sciogliere nella vita esterna, nel Paese. Non basta operare affinché le riforme incombenti (giustizia, federalismo, economia di mercato, Stato sociale, informazione) siano affrontate e risolte in coerenza con i principi fondamentali del personalismo solidale e sussidiario. Questo sforzo poteva essere fatto anche ieri. È indispensabile invece che l’Intesa immetta nella politica italiana un tocco di profezia, leggendone i problemi al futuro, nell’ottica cioè dell’Europa che si unifica e della modernità che si globalizza.

Essere «glo-cali»: questo deve essere l’identikit dei «liberi e forti» di oggi. Uomini e donne capaci di agire nel territorio (in «locale»), ma di pensare in modo aperto (in «globale»); capaci di fare unità nel rispetto della diversità; convinti che la qualità vale più della quantità. Serve poco essere tanti, se si e spenti; è importante invece essere accesi, anche se si è pochi pochi, perché solo chi è acceso può accenderne tanti altri. Il futuro lo creano non i numeri, ma le menti e i cuori. Se questi sono nuovi, sarà nuovo il futuro. Ora, i cristiani sono persone nuove per definizione. Ecco perché, nella difficile transizione del Paese verso la democrazia compiuta, essi oggi sono chiamati a scrivere un capitolo nuovo della storia del cattolicesimo democratico in Italia.

6 marzo 2009

Famiglia Cristiana: IL RUOLO DEI CATTOLICI CONTRO L'IMBARBARIMENTO

di Beppe Del Colle, in Famiglia Cristiana, 5 marzo 2009

Ovunque i cattolici entrano nel dibattito sulla immigrazione il loro discorso critico è concorde: fermiamo l'inciviltà dilagante.

Sarà perché è scoccato appena qualche settimana fa (il 18 gennaio) il 90° anniversario dell’appello di don Sturzo "A tutti gli uomini liberi e forti", e qua e là per l’Italia se ne sono fatte memoria e celebrazioni; sarà perché nel Partito democratico è stata affidata la rischiosissima investitura a successore di Veltroni a Dario Franceschini, che di quel lontanissimo avvenimento è fra gli ultimi eredi; sarà perché nel Pd è riemersa l’ipotesi che i cattolici abbiano ancora qualche possibilità di farsi ascoltare; sarà perché, fuori del Pd, un partito oggi a metà strada fra i due poli – l’Udc – sembra chiamare nuovamente a raccolta i cattolici dell’una e dell’altra parte, rifiutando il bipolarismo frammentato che domina la scena; sarà perché anche nel Centrodestra paiono emergere appelli alla "libertà di coscienza" non solo su questioni etiche, ma anche politiche e sociali: sarà per tutto questo, ma nelle ultime settimane circola una sensazione strana, non priva di nostalgie, di rimpianti e malinconie, che agita nel profondo quanti non hanno mai smesso di ritenere che la scomparsa della Dc sia stata, in realtà, un danno per la democrazia.

A Roma si è svolta sabato 28 febbraio l’assemblea costitutiva dell’Intesa civica popolare, un movimento relativamente giovane (nacque cinque anni fa, principalmente su iniziativa dello storico Alberto Monticone, allora senatore del Partito popolare) e sconosciuto alle cronache politiche; in quella occasione il padre gesuita Bartolomeo Sorge ha pronunciato un discorso, intitolato "Al bivio fra inciviltà e nuova civiltà", che meriterebbe di essere letto integralmente.È una diagnosi che parte da una profezia purtroppo avveratasi, quella di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus annus del 1991: dopo la caduta del comunismo nel 1989, e il crollo del capitalismo neoliberista tanto evidente in questi mesi, alla "civiltà dell’amore" fondata sul Vangelo si è sostituita l’«inciviltà dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema».

Padre Sorge non ha dubbi: «l’imbarbarimento della situazione» è individuabile nel modo di trattare il maggiore e più pericoloso dei problemi italiani di oggi, il confronto con l’immigrazione, condizionato «dalla paura diffusa e dal bisogno di sicurezza dei cittadini»; un modo «che non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera». Di qui, il resto di una vera e propria requisitoria: l’antipolitica diventata sistema, un presidenzialismo di fatto, una diminuzione del ruolo del Parlamento, un "pensiero unico" che nega alcuni princìpi fondamentali della Costituzione.

Ovunque i cattolici, semplici cittadini o politici, uomini e donne di Chiesa a qualunque livello, entrano nel dibattito-principe (come si accoglie una popolazione "nuova", difficile da integrare, ma economicamente e demograficamente sempre più essenziale per il futuro dell’Italia) il loro discorso critico è concorde: fermiamo l’"inciviltà" dilagante.

È impossibile prevedere che cosa nascerà da questa riflessione comune. Ma parlarne nel silenzio degli altri mezzi di comunicazione è giusto. E se sono sacerdoti a farlo, come don Sturzo un secolo fa, niente di male.

16 gennaio 2009

La proporzionale risorgerà

di don Luigi Sturzo
in "Rivoluzione Liberale" , anno IV, n. 5, 1 febbraio 1925

Era necessaria una testa di turco, perché borghesia, reazione, fascismo avessero trovato su chi sfogare il loro malcontento per un reale intervento delle masse popolari nella vita politica e per una loro migliore partecipazione alla vita economica della nazione. E la testa di turco fu la proporzionale, dannata ad bestias, - prima che Mussolini passasse da proporzionalista a maggioritario, e da maggioritario a uninominalista, - dalla vecchia tradizione italiana liberaldemocratica. Questa in fondo era ed è in gran parte dei suoi superstiti, sia di destra che di sinistra, conservatrice; e mal tollerò il suffragio universale dato da Giolitti in una giornata di malumore, e approvato da quella stessa Camera che poco prima avena fatto il niffolo al divo Luzzatti, che voleva elargire un suffragio universale, ma a scartamento ridotto. Veramente, in fondo in fondo, l'elemento reazionario nostrano (pentito del fallo) avrebbe voluto colpire il suffragio universale; ma purtroppo si trovava di fronte ad un pericolo: - la sensibilità delle masse, che ormai hanno acquisito questo loro diritto; - e allora la proporzionale, - la quale incanala le forze democratiche e valorizza il suffragio universale, come quella che naturalmente completa lo stesso suffragio universale, - ne ha subito tutte le conseguenze, almeno per ora! Quando manca la proporzionale, i partiti, per essere una adeguata espressione politica della coscienza delle masse, debbono ricorrere alla coalizione o alla semplificazione. Ma questi non sono e non possono essere dei fatti arbitrari o improvvisati, sono invece un prodotto di lunghi processi e di sviluppi di vita costituzionale, che per altro non possono essere uguali in tutti i paesi. In Inghilterra finché la lotta si imperniava su i due partiti storici tradizionali, messi sull'identico piano del regime monarchico costituzionale, senza futurismi o passatismi, era evidente che non potesse esistere una qualsiasi proporzionale, che si sarebbe risolta nella più o meno identica proporzione di seggi nella divisione dei due partiti: uno il vincente l'altro il soccombente. Oggi che è penetrato in forma stabile un terzo partito (il laburista) fa capolino e si va affermando la tendenza proporzionalista, applicata di già nel Libero Stato d'Irlanda, e caldeggiata dalla Proportional Representation Society che ha per segretario ed apostolo il noto Humphrey, proporzionalista puro. Ancora non può dirsi che il proporzionalismo faccia molta strada in Inghilterra; e ciò per una salda concezione del passato, e una quasi fatale convinzione che in Inghilterra non può farsi politica seria se non con due partiti soli: uno dei tre deve scomparire. Quale? I laburisti sono sicuri (ed hanno larga adesione di masse) che essi sono definitivamente entrati nel ruolo dei due primi partiti; e che quindi entreranno costantemente nell'alternativa del potere. L'altro oggi è il Conservatore: ma molti ricordano il 1906, quando i liberali ottennero un trionfo maggiore di quello avuto dai conservatori nell'ottobre scorso. Ma quale esso sia il prossimo sviluppo dei partiti in Inghilterra, o la riduzione a due ovvero la stabilizzazione a tre con sfaldamenti alle ala; è certo che nel primo caso la proporzionale è superflea e inapplicabile; e nel secondo caso, si imporrà quando gl'inglesi si persuaderanno (ci vuole un pò di tempo data la mentalità inglese) che il vecchio giuoco dei due partiti è completamente esaurito. L'altra forma di correggere il suffragio universale senza ricorrere alla proporzionale, è la coalizione elettorale: un tipo costante di ciò, attraverso le varie modifiche della legge elettorale, si è avuto in Francia sia prima che dopo la guerra. Non si può paragonare al tipo italiano che ebbe voga col suffragio ristretto quando si promossero le coalizioni dei così detti "partiti popolari" dopo le reazioni di Rudinì e di Pelloux. La coalizione elettorale però ha un carattere transitorio e una formazione variabile: e, in confronto all'organizzazione dei partiti all'inglese, è una forma inferiore di vita politica, che obbliga i partiti ai compromessi, per i quali essi partiti restano inquinati di molti elementi marginali assai impuri. Comunque sia adempiono ad una funzione importante le coalizioni, quando rappresentano in sintesi il pro e contro di una determinata situazione politica; e la possono esprimere in blocchi antitetici: - si arriva così, attraverso una temporanea formazione, alla caratteristica dei due partiti, base della vecchia concezione borghese-parlamentare. Ma come l'Inghilterra ha sentito tardivamente e in forma possibilista l'avvento del terzo partito di masse, il Lavoro, che ha fatto l'effetto del terzo incomodo; così nella vita parlamentare continentale, prima o poi, dal poco al molto, con varie caratteristiche, si è introdotto il partito socialista (oggi anche diviso e frazionato) che presentatosi come anti-borghese, è finito in regime di coalizione, a divenire un elemento integrante nella lotta dei partiti costituzionali democratici contro i partiti reazionarii. Fino a che l'acclimatazione del socialismo nell'ambiente parlamentare non era avvenuto, la caratteristica rivoluzionaria era la prevalente e la pregiudiziale. Quando invece, non ostante la pregiudiziale rivoluzionaria, l'avvicinamento possibilista poté realizzarsi, questo é finito a dare anche una base alle coalizioni elettorali e parlamentari in quasi tutti gli Stati europei. Questo elemento (il socialista) e l'altro elemento di carattere pure generale e organizzativo (il democratico cristiano o cristiano sociale, o popolare) fecero precipitare la soluzione proporzionalista, perché moltiplicarono i partiti e diedero la maggiore spinta possibile all'intervento delle classi lavoratrici nella politica. Là dove la proporzionale non ebbe favore, come in Francia, si fu obbligati ad accentuare il tipo di coalizione elettorale. Però in questo caso, il terreno politico viene notevolmente spostato e messo su due piani differenti: da un lato coloro (liberali, democratici, radicali, popolari, ecc.) che pur ammettendo il progresso legislativo e istituzionale, si trovano concordi sul terreno dello Stato costituzionale rappresentativo; - e coloro (socialisti delle varie gradazioni) che si trovano sul terreno costituzionale come sopra un terreno tattico di battaglia per un ulteriore sviluppo rivoluzionario. Che dire se poi su questo terreno così alterato si affaccia un altro nuovo partito, per esempio il fascismo, che accetta il metodo rivoluzionario per attuare un piano reazionario e autocratico? Le coalizioni fra questi elementi così disperati e discordi rappresentano un compromesso oltre che politico, morale, che fa ritornare la vita politica ad una precipua valutazione di forza e di correnti, e ad una lotta di capitani e di seguaci. Ecco perché nei popoli a struttura politica complessa, è necessario un regime elettorale che lasci al suffragio universale, la limpidezza della sua caratteristica e l'influsso della sua dinamica, e insieme dia la possibilità di un incanalamento delle varie forze discordi, su risultanti politiche, rispondenti a diffusi stati di coscienza, di cultura e di interessi. Di qui la necessità della proporzionale ormai comune in tutta l'Europa Centrale. Anche la vita politica ha le sue leggi naturali, che non possono superarsi; perché la vita politica è una delle faccie sintetiche della vita sociale dei popoli. Non è possibile, dato il suffragio universale, che la massa di un popolo non cerchi di affrancare la propria autonomia da soggezioni politiche ed economiche, e avere una propria personale espressione. Sia essa l'alternativa dei due partiti; o la coalizione dei più partiti; o la rappresentanza proporzionale dei molti partiti, risponde più o meno parzialmente alla necessità di organizzazione del suffragio universale. Però è ben da notare che se è superato lo stadio dei due partiti, non è più possibile vi si possa ritornare a volontà o coattivamente; come è innaturale che trovata la via della proporzionale, vi si rinunzi per cadere in quella delle coalizioni.La violentazione della coscienza collettiva, può avvenire, come ogni altro tormento morale: - ma una volta ottenuta una conquista, non è più possibile rinunciarvi. Fornirà perciò nuovo argomento di lotta; questa potrà durare più o meno a lungo e (cosa normale nella storia) coloro che oggi hanno voluto seppellire la proporzionale la invocheranno a loro salvezza.

Londra, 18 / 1 / 25. - 6° anniversario del P. P. I.

sfoglia
gennaio