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14 aprile 2009

Risalire la china dell'«inciviltà»: editoriale di "Aggiornamenti sociali" di padre Bartolomeo Sorge

Aggiornamenti Sociali, aprile 2009http://www.aggiornamentisociali.it/


Dopo una serie continua di sconfitte, dalle elezioni politiche dell'aprile 2008 alle elezioni regionali sarde del febbraio 2009, e dopo le dimissioni di Walter Veltroni dalla segreteria, oggi il Partito Democratico (PD) è alle corde. Il collasso del suo progetto coraggioso e nuovo rende ancora più preoccupante la situazione in cui versa il Paese, stretto tra la crisi economica mondiale e la china pericolosa imboccata dalla politica nazionale. Il rischio maggiore non è tanto nella sconfitta del PD, quanto nello sbandamento in massa dell'elettorato, attratto dall'individualismo, dall'utilitarismo e dall'egoismo imperanti. È chiaro però che il pericolo cresce a causa dello sfaldamento dell'opposizione democratica, l'unica in grado di denunciare il dissesto prodotto dal «pensiero unico» e di mobilitare le forze sane della società per arrestarlo o, quanto meno, contrastarlo.
Questa voleva essere la sfida del PD: realizzare un progetto riformista audace, fondato su una cultura politica nuova, alternativa al neoliberismo galoppante, che facesse sintesi tra le tradizioni politiche che avevano ricostruito la democrazia in Italia dopo il fascismo. Ora, questo disegno, nella forma in cui era stato concepito, non è riuscito, come ha confessato lealmente Veltroni. Tutto ciò - aggiungiamo noi - perché è mancata al PD una chiara identità politica: non si è realizzata tra i partner la necessaria omogeneità culturale intorno a un ethos comune condiviso, che il Manifesto del PD aveva tracciato sulla carta. Affrontando subito le elezioni primarie dell'ottobre 2007, è mancato anche il tempo di una campagna costituente, che invece sarebbe stata necessaria per lanciare e consolidare il nuovo progetto nella società italiana; di conseguenza il PD, anziché essere un soggetto politico «nuovo», è nato vecchio, in seguito alla «fusione fredda» tra ex comunisti ed ex democristiani, che si sono spartiti il potere secondo i canoni della partitocrazia classica. È mancato soprattutto il coraggio di rinnovare la classe dirigente a livello nazionale: volti nuovi e giovani che sapessero interpretare le istanze della base. Riuscirà Dario Franceschini, che ha preso il posto di Veltroni alla segreteria, a recuperare il tempo e il terreno perduti nelle poche settimane che ci separano dalla prova del fuoco delle elezioni europee e amministrative del 7 giugno?
La crisi politica è ancora più difficile perché cade nel mezzo del cambio radicale di cultura che oggi investe il mondo. Nell'enciclica Centesimus annus (1991), Giovanni Paolo II aveva previsto che la caduta del Muro di Berlino avrebbe accelerato la crisi di civiltà già iniziata. Qualche anno dopo riprese il tema in modo più esplicito: «Una domanda interpella profondamente la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell'amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà - che più giustamente si dovrebbe chiamare "inciviltà" - dell'individualismo, dell'utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema». Perciò - concludeva il Papa - «la Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell'uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della civiltà dell'amore» (Angelus, 13 febbraio 1994).
Quel monito oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo, ma perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta scivolando pericolosamente verso l'«inciviltà» dell'individualismo e dell'egoismo eretti a sistema. Perciò è necessario e urgente alzare forte la voce. Occorre rompere il silenzio impacciato di troppi, che oggi stanno zitti per acquiescenza o per diplomazia. È colpevole e irresponsabile fingere di non vedere.
Certo, non è nostra intenzione fare un processo alle intenzioni dei governanti che - com'è doveroso supporre - desiderano il bene del Paese. Il nostro è un invito ai cittadini, e in primo luogo ai cattolici democratici, affinché riflettano: 1) sulle cause e sui pericoli dello slittamento verso l'«inciviltà»; 2) sul dovere morale che tutti abbiamo di reagire; 3) sulla necessità di mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno e, per i cattolici democratici, di aprire un capitolo nuovo della loro storia.

1. Lo slittamento verso l'«inciviltà»

Il progressivo deterioramento civile della situazione è sotto gli occhi di tutti. I fatti parlano da soli e sono inequivocabili. I problemi che affliggono il Paese non sono nati oggi; ce li trasciniamo da decenni. Nuova, però, è la «filosofia» con cui si affrontano, che produce effetti deleteri. È un fatto che siamo tutti condizionati dalla paura e dal bisogno di sicurezza; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all'uno o all'altro problema emergente. Nessuno nega che l'immigrazione «clandestina» porti con sé problematiche gravi, ma trasformarla - come si fa - nella causa di tutti i mali della società italiana significa affrontare il problema in modo ideologico e fuorviante. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale, imporre tasse per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, consentire ai medici di denunciare i pazienti stranieri senza documenti, ventilare l'ipotesi di classi separate nelle scuole, rifiutare agli stranieri i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani, sono tutte scelte che aggravano la situazione. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano - da una parte e dall'altra - casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia? Se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Come non accorgersi che inviare i soldati a pattugliare le strade e istituire ronde di «volontari per la sicurezza» (che ricordano troppo da vicino una omonima «milizia» di malfamata memoria) serve soltanto a esautorare le forze dell'ordine e ad avallare l'idea che è più efficace che i cittadini si facciano giustizia da sé? Così si scivola verso l'«inciviltà sociale».
Nello stesso tempo il falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità mina alla radice la nostra civiltà politica e giuridica e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l'autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l'effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s'incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s'insinua nell'opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si va verso l'«inciviltà politica».
Anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda (non «governa»); diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del Presidente della Repubblica); preferisce il ricorso a decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; vede i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica come un intralcio. La classe politica è cooptata dall'alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. E così si avanza verso l'«inciviltà istituzionale», in rotta di collisione con lo spirito (e a volte con la lettera) della nostra Costituzione. L'«antipolitica» cresce: non dice nulla che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l'astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%?
Perché accade questo? La ragione ultima è che il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, è in contrasto con i principi fondamentali della nostra civiltà e della Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» cozza contro il «principio personalista»; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista»; l'«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria». Non è un caso quindi che - al di là dell'ossequio pubblico, dovuto e formale - si tenda a screditare la Costituzione (la si accusa di essere «di ispirazione sovietica»!) e si profilino all'orizzonte «riforme» (come il federalismo leghista, tendenzialmente secessionista e antisolidale, se non viene corretto) che la colpirebbero a morte.
La crisi del PD, dunque, proprio non ci voleva. Tanto più che i tempi stringono. Di fronte a scelte di civiltà destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, anziché dividersi tra credenti e non credenti e tra eredi delle diverse tradizioni riformiste, occorre dialogare, raccordare le «ragioni» degli uni e degli altri, incontrarsi per dare un'anima nuova alla convivenza civile e alla politica. La sfida dell'«inciviltà» si trasforma, dunque, in una grande opportunità di ripresa. Occorre agire subito. Come?

2. Reagire

Le difficoltà del PD non giustificano nessuno scoraggiamento, anzi proprio in questo momento c'è bisogno delle forze migliori. Il frastuono politico e dei mass media con cui è stato accolto il tonfo del maggior partito d'opposizione non deve impedire di cogliere le numerose voci di speranza e di ripresa che si levano sia dall'interno del partito sconfitto, sia dalla base della società civile. In particolare i cattolici democratici, come già fecero nel dissesto postbellico di sessant'anni fa, devono sentire l'obbligo morale e civile di prendere l'iniziativa, agendo da fermento, e proseguire senza esitazione il cammino verso la democrazia compiuta. Reagire, quindi, non significa tornare indietro, né creare un altro partito al posto del PD (né, tanto meno, al posto della Democrazia Cristiana), ma ridare linfa, ideali e idee alla politica per risalire la china dell'«inciviltà» e creare una nuova civiltà. A un'attenta lettura dei segni dei tempi, l'attuale crisi appare infatti un'occasione propizia per ripensare in termini nuovi l'intuizione originaria del «popolarismo». La società civile - come il genio di don Sturzo aveva previsto - è chiamata a riappropriarsi del suo ruolo politico originario, delegato di fatto esclusivamente ai partiti e ai «professionisti» della politica. Ciò significa prendere atto che in Italia il bipolarismo (e il bipartitismo) rimane per ora solo uno schema teorico. Le difficoltà degli ultimi 15 anni ne sono la prova lampante. Tuttavia non si deve, né si potrebbe, tornare indietro alla vecchia politica consociativa della prima Repubblica. Non resta, dunque, che realizzare un incontro più maturo tra le diverse eredità politiche, tra cultura laica e cultura d'ispirazione cristiana, senza ripetere gli errori commessi dal PD, a cominciare dalla mancata realizzazione di una chiara identità comune intorno a un ethos condiviso.
Per raggiungere questo obiettivo, occorre «andare al di là» delle vecchie tradizioni ideologiche e fondare la nuova identità culturale e ideale sui principi etici comuni della Costituzione repubblicana laica e dell'ispirazione cristiana. È significativo che su questa linea - classica nella tradizione del cattolicesimo democratico - si trovino oggi anche esponenti autorevoli della cultura laica (dal filosofo Jürgen Habermas al presidente francese Nicolas Sarkozy), che convergono sulla necessità di un incontro «positivo» con la coscienza religiosa. È questa del resto - nonostante gli occasionali rigurgiti di vecchio laicismo - un'esigenza largamente avvertita anche a livello europeo. L'ispirazione cristiana non è più considerata un fenomeno esclusivamente privato e di coscienza, senza ricaduta sociale e politica; lo Stato laico non può più ignorarla (cfr l'art. 16c del Trattato di riforma dell'Unione Europea [2007]). Non si tratta solo di un auspicio. Ormai è una consapevolezza diffusa che la nuova civiltà dovrà avere a fondamento i principi cardine (ripensati e aggiornati) sui quali concordano e si integrano la cultura umanistica laica e l'insegnamento sociale cristiano: personalismo, solidarismo, partecipazione sussidiaria.
   Personalismo. L'art. 2 Cost. afferma che la Repubblica «riconosce» e «garantisce» i diritti inviolabili dell'uomo. I diritti irrinunciabili e inalienabili della persona dunque preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società, sono inscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Siamo agli antipodi della concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della «filosofia» neoliberista dominante. L'ispirazione cristiana non è, perciò, in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza, quando afferma che la dignità della persona è trascendente, perché immagine e somiglianza di Dio.
   Solidarismo. Anche su questo principio, Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona come «soggetto-in-relazione», intrinsecamente sociale. Anche a questo proposito la Costituzione si oppone alla concezione individualistica neoliberista e tutela la persona sia in sé, sia all'interno delle formazioni sociali ove esplicita la sua personalità (cfr artt. 2-3 Cost.). Ancora una volta, l'ispirazione cristiana, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la rinsalda.
   Partecipazione sussidiaria. È il terzo grande principio comune, recepito dalla Costituzione nell'art. 118: le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, coordinamento e garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglia, associazioni, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire responsabilmente per proprio conto. L'intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l'autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Anche qui la coincidenza con la dottrina sociale della Chiesa è evidente, se si pensa che il primo a enunciare il principio di sussidiarietà fu Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno (1931): la famiglia, i mondi vitali, le classi, le associazioni e gli enti locali sono organi «naturali» della società; lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità.
Dunque, per risalire la china dell'«inciviltà» lungo la quale siamo avviati e per costruire una nuova civiltà democratica, non vi è altra via che realizzare l'obiettivo che il PD ha mancato: un approccio maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana, cioè tra le tradizioni politiche riformiste che già hanno ricostruito l'Italia dopo il fascismo e la seconda guerra mondiale. A questo dovere civico e morale non possono sottrarsi i cattolici democratici.

3. Fermenti nuovi

La sfida, dunque, è riprendere in modo nuovo l'intuizione che stava all'origine del progetto del PD. In concreto, una volta chiarita la questione dell'identità culturale e politica, fondamentale perché nasca un soggetto politico nuovo, occorre altresì affrontare altre urgenze inderogabili: la democrazia interna, l'apertura effettiva (non solo a parole) al territorio, soprattutto il ricambio della classe dirigente.
In questa linea vanno numerosi fermenti nuovi oggi presenti nel Paese, gemmazioni da non disprezzare, perché sono vitali anche se tuttora in embrione. Particolarmente significativa è l'Intesa civica popolare, firmata tra alcuni movimenti a Roma il 28 febbraio 2009, dopo anni di rodaggio. L'originalità dell'Intesa sta nel fatto che essa si propone di contribuire al rinnovamento della politica a partire dalla gente, dal territorio, attraverso un impegno di base non alternativo, ma complementare a quello dei partiti, i quali rimangono strumenti essenziali della vita democratica. Movendo dall'analisi e dai principi sopra esposti, i suoi ispiratori sono convinti che la politica italiana abbia bisogno di idee, di persone e di strumenti atti ad ascoltare e a interpretare le attese diffuse; che quanti sono portatori di forti ideali e di solide convinzioni possano essere coerentemente se stessi e possano liberamente agire come persone singole e come gruppi, senza doversi affidare a capi carismatici e senza dover ricorrere continuamente a mediazioni al ribasso. Per rinascere, la politica ha bisogno soprattutto di verità e di autenticità. Ebbene, i nuovi fermenti mirano appunto a rimettere in circolazione tante energie deluse o latenti, stimolano i partiti in crisi (come il PD) o «vecchi» (come l'Unione di Centro) ad andare oltre schemi ormai logori; tessendo una rete nuova di relazioni tra cittadini di buona volontà, immettono nella politica italiana un tocco di profezia, nell'ottica dell'Europa che si unifica e della modernità che si globalizza.
Queste esigenze, del resto, sono avvertite alla base degli stessi partiti in crisi. Emblematico è il caso delle recenti elezioni primarie del centrosinistra a Firenze per scegliere il candidato a sindaco della città. Superando ogni previsione, Matteo Renzi (34 anni), presidente della Provincia, si è imposto al primo turno tra sei nomi in lizza; ma ciò che più stupisce è che siano andati a votare 37mila cittadini, duemila in più di quanti avevano partecipato alle primarie per la scelta del candidato premier.
Il futuro lo creano le idee e gli uomini nuovi. Anche per questo i cristiani hanno il dovere di mettere insieme, con tutti i cittadini di buona volontà, le proprie risorse e il proprio impegno per risalire la china dell'«inciviltà» e costruire la nuova civiltà dell'amore. Non è per nessuno il momento dello scoraggiamento, né della rassegnazione. Per i cattolici democratici, in particolare, è il momento di voltare pagina e di aprire, con coraggio e profezia, un nuovo capitolo della loro storia.

12 marzo 2009

Un nuovo capitolo del cattolicesimo democratico: intervento di padre Sorge all'assemblea costitutiva dell'INTESA CIVICA POPOLARE

 Nell’enciclica Centesimus annus (1991) Giovanni Paolo II presentì il cambio di civiltà che sarebbe seguito alla caduta del Muro di Berlino (1989). Cinque anni dopo riprese il discorso in modo più esplicito: «Una domanda interpella la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell’amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà — che più giustamente si dovrebbe chiamare “inciviltà” — dell’individualismo, dell’utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema». Siamo a un bivio pericoloso, perciò – concludeva il Papa – «la Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell’uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della Civiltà dell’amore» (Angelus, 13 febbraio 1994).

Quel monito di 15 anni fa oggi si rivela profetico. Non solo perché dopo il socialismo reale è fallito anche il capitalismo speculativo accelerando la crisi della civiltà industriale, ma anche perché, privo dello slancio delle ideologie, il mondo sta già scivolando verso l’«”inciviltà” dell’individualismo e degli egoismi eretti a sistema», paventata da Giovanni Paolo II. Il degrado è visibile in Italia più che altrove, perché l’inciviltà dell’individualismo e dell’egoismo contraddice apertamente la tradizione bimillenaria della nostra civiltà.

È necessario, dunque, rompere il silenzio. Non è nostra intenzione istituire un processo alle intenzioni dei governanti che – com’è doveroso supporre – operano convinti di fare il bene del Paese. Il nostro vuol essere soprattutto un invito ai cittadini «liberi e forti» di oggi, affinché riflettano sulle cause dell’imbarbarimento della situazione e sulla necessità di mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno – come ha detto Papa Wojtyla – per la costruzione di una nuova civiltà. A questo fine è necessario cogliere: 1) le ragioni dello slittamento verso l’«inciviltà»; 2) l’opportunità propizia che la crisi offre di un incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana; 3) l’urgenza di aprire un capitolo nuovo del cattolicesimo democratico.

1. Le ragioni dello slittamento verso l’«inciviltà»

Il progressivo imbarbarimento della situazione è sotto gli occhi di tutti. Non occorrono molte parole, perché i fatti parlano da soli e sono inequivocabili. Ovviamente molti dei problemi che affliggono il nostro Paese non sono nati oggi e ce li trasciniamo da decenni. Nuovo, però, è il clima pesante – la «filosofia» – con cui si affrontano. Certamente vi influiscono la paura diffusa e il bisogno di sicurezza largamente avvertito; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all’uno o all’altro problema. Nessuno nega i problemi complessi dell’immigrazione clandestina, ma trasformarla – come si fa – nel capro espiatorio significa affrontare il fenomeno in modo sbagliato; non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale e imporre tasse esose per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno; invitare i medici a denunciare i pazienti stranieri illegali; ventilare l’ipotesi di classi separate per i bambini extracomunitari; rifiutare agli stranieri (anche socialmente integrati) i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani sono tutte scelte che non risolvono la situazione, ma ne aggravano i contorni. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano – da una parte e dall’altra – casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia; se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Com’è possibile garantire l’ordine pubblico e la sicurezza inviando i soldati a pattugliare le strade, minacciando la castrazione chimica agli stupratori o istituendo ronde paramilitari destinate a spingere i cittadini a farsi giustizia da sé? Così si scivola verso l’«inciviltà sociale».

Nello stesso tempo, si diffonde sempre più anche l’«inciviltà politica», fondata sul falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità. Ciò mina alla radice la civiltà politica e giuridica del nostro Paese e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l’effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s’incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s’insinua nell’opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si scivola verso l’«inciviltà politica».

La conseguenza è che, anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente dall’«autoritarismo», da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda, non governa: diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del presidente della Repubblica); preferisce ricorrere ai decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica sono visti come un intralcio, un ostacolo, una perdita inutile di tempo. La classe politica è cooptata dall’alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti, e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. Ecco perché nasce e si diffonde l’«antipolitica»: non dice nulla il fatto che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l’astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%? È inutile continuare. È chiaro che così si scivola verso l’«inciviltà» e si entra in rotta di collisione con lo spirito (e spesso anche con la lettera) della nostra Costituzione.

Perché questo accade? La ragione ultima è che il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, contrasta con i principi fondamentali della nostra civiltà, ai quali s’ispira la Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» contrasta con il «principio personalista» che è alla base della nostra civiltà e della nostra Legge fondamentale; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista» costituzionale; l’«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria», cardine del nostro ordinamento democratico. Non è un caso, quindi, che – al di là dell’ossequio pubblico, dovuto e formale – la Carta repubblicana sia deprezzata fino a definirla «di ispirazione sovietica» e si profilino all’orizzonte «riforme» (quali, per esempio, il federalismo leghista, antisolidale e secessionista) che la colpirebbero a morte.

Purtroppo, l’«inciviltà» rischia di aggravarsi con la crisi del PD. Il pericolo maggiore è che lo sbandamento dell’elettorato, attratto dalla cultura individualistica, utilitaristica ed egoistica, non sia più controbilanciato da un’opposizione democratica in grado di denunciarne i gravi pericoli per la democrazia e di mobilitare le forze sane della società per risolvere i problemi del Paese in modo coerente con la tradizione civile e culturale del Paese.

Voleva essere questa, appunto, la sfida del PD: offrire un progetto riformista coraggioso, fondato su una cultura politica nuova, che fosse la sintesi superiore tra le tradizioni storiche del socialismo e del cattolicesimo democratico, capace di affrontare i problemi del XXI secolo e di suscitare entusiasmo tra i giovani. Il progetto è fallito. Non si è riusciti a realizzare quella omogeneità culturale intorno a un ethos comune condiviso, che il Manifesto del PD aveva tracciato sulla carta. I valori del nuovo soggetto politico – affermava – «discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del novecento. […] sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica». E concludeva: «Per noi, i democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese». È mancata la fase costituente, necessaria a lanciare e consolidare il progetto nella società italiana; il soggetto politico «nuovo» è nato vecchio, secondo i canoni della partitocrazia classica. Riuscirà Dario Franceschini, che ha preso il posto di Veltroni dimissionario, a ricuperare il tempo e il terreno perduti? Tutti gli iscritti dovrebbero sentirsi impegnati a collaborare con lui lealmente nell’interesse della democrazia in Italia.

Tuttavia, i tempi stringono, di fronte a una questione sociale che si è trasformata in «questione antropologica». Infatti oggi, al di là della vecchia lotta di classe e degli squilibri tra Nord e Sud del mondo, fanno problema: la famiglia (si discute della tutela di quella fondata sul matrimonio e dei problemi suscitati dal diffondersi delle coppie di fatto od omosessuali), la vita umana (si discute di procreazione medicalmente assistita, di clonazione, di uso degli embrioni a fini terapeutici, di eutanasia), i diritti umani (sono in discussione quello dei genitori alla formazione e all’educazione della prole con l’annoso problema della parità scolastica, i diritti del lavoro e dei lavoratori, i diritti degli immigrati). Di fronte a scelte, destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società, più che dividersi muro contro muro, tra credenti e non credenti, occorre dialogare, confrontare le «ragioni» degli uni e degli altri, per cercare di dare insieme un’anima etica alla nostra convivenza civile e alla politica, per costruire insieme la Civiltà dell’amore. Il rischio dell’«inciviltà» si trasforma dunque in una grande opportunità positiva di ripresa. Non c’è tempo da perdere. Occorre agire subito. Che fare?

2. Un incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana

È significativo che siano alcuni esponenti rappresentativi della cultura laica a sottolineare la necessità di un confronto e di un incontro con la coscienza religiosa, affinché nasca una nuova civiltà, fondata su un ethos democratico condiviso. Non lo dice soltanto un filosofo come Jürgen Habermas, il quale sostiene (come già Benedetto Croce) che la coscienza religiosa è necessaria per conservare le risorse morali alla democrazia e per ricivilizzare la modernità (cfr RATZINGER J. – HABERMAS J., Ragione e fede in dialogo, a cura di Bosetti G., Marsilio, Venezia 2005).

Lo dice pure un politico come Nicolas Sarkozy, il presidente della laicissima Francia. «E’ giunto il momento – ha sostenuto a Roma il 20 dicembre 2007 – che, in uno stesso spirito, le religioni, in particolare la religione cattolica che è la nostra religione maggioritaria, e tutte le forze vive della nazione guardino insieme alla posta in gioco del futuro […]. E’ per questo che mi auguro profondamente l’avvento di una laicità positiva, cioè una laicità che, pur vegliando alla libertà di pensiero, a quella di credere o non credere, non considera che le religioni sono un pericolo, ma piuttosto un punto a favore». A Parigi, un anno dopo, il Presidente francese ha ripreso il discorso: «è legittimo per la democrazia e rispettoso della laicità – ha aggiunto – dialogare con le religioni. Queste, e in particolare la religione cristiana, con la quale condividiamo una lunga storia, sono patrimonio di riflessione e di pensiero, non solo su Dio, ma anche sull’uomo, sulla società e persino su quella preoccupazione, oggi centrale, che è la natura e la tutela dell’ambiente. Sarebbe una follia privarcene, sarebbe semplicemente un errore contro la natura e contro il pensiero. È per questo che faccio appello ancora una volta a una laicità positiva. Una laicità che rispetti, una laicità che riunisca, una laicità che dialoghi. E non una laicità che escluda e che denunci. […] la laicità positiva offre alle nostre coscienze la possibilità di scambiare opinioni, al di là delle credenze e dei riti, sul senso che noi vogliamo dare alla nostra esistenza. La ricerca di senso».

Per risalire la china dell’«inciviltà sociale e politica» e per costruire insieme una nuova civiltà, occorre dunque che cultura laica e coscienza religiosa s’incontrino. È questa, del resto, – nonostante i rigurgiti, qua e là, di vecchio laicismo – un’esigenza largamente avvertita anche a livello europeo. L’art. I-52 del Trattato costituzionale europeo (Roma 2004) – ora divenuto l’art. 16C del Trattato di riforma dell’Unione (Lisbona 2007) –, riconosce esplicitamente il valore sociale della religione e dispone che si instaurino rapporti stabili di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione e le Chiese. La religione non è più considerata un fenomeno privato, e lo Stato laico non può più ignorarla.

In Italia, l’Accordo di revisione del Concordato lateranense tra la Santa Sede e la Repubblica italiana (1984), invita esplicitamente alla collaborazione: «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese» (art. 1). Non è un pio desiderio. L’incontro più maturo tra cultura laica e ispirazione cristiana non è solo auspicabile, ma concretamente possibile perché in questi ultimi anni è cresciuta la consapevolezza, da una parte e dall’altra, che i principi etici fondamentali a cui s’ispira la nostra Costituzione laica sono gli stessi su cui poggia la Dottrina sociale della Chiesa: il principio personalista, il principio solidarista, la partecipazione sussidiaria.

Principio personalista. L’art. 2 Cost. afferma: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; anche la ragione laica, dunque, ritiene che i diritti irrinunciabili e inalienabili della persona (il diritto alla vita, la sicurezza personale, le libertà civili da quella religiosa a quella di associazione e di esprimere il proprio pensiero) preesistono allo Stato, vengono prima della libera organizzazione della società; ciò significa riconoscere che sono inscritti nella coscienza di ogni uomo, non dipendono da maggioranze provvisorie e mutevoli. Lo Stato non li crea né li decide, ma li trova; li «riconosce», li «garantisce» e li coordina in vista del bene comune; a essi ispira la propria legislazione. Siamo molto lontani dalla concezione individualistica, utilitaristica ed egoistica della cultura neoliberista dominante. La coscienza religiosa, dunque, non è in contraddizione con la ragione laica, ma la rafforza, quando afferma che la dignità della persona è trascendente, perché immagine e somiglianza di Dio. Il principio personalista, proprio della nostra Costituzione, è rafforzato dall’insegnamento della Chiesa. Ragione e fede, incontrandosi, possono giungere insieme a una concezione trascendente dell’uomo.

Principio solidarista. Il secondo principio da restaurare per risalire la china dell’«inciviltà» è la solidarietà. Anche su di esso Costituzione e ispirazione cristiana coincidono e si integrano. Per entrambe, la solidarietà è strettamente connessa alla concezione di persona, la quale è, di sua natura, un «soggetto-in-relazione». La Costituzione si distingue nettamente dalla concezione individualistica neoliberista. Infatti, ma tutela la persona non solo in sé – «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» (art. 3 Cost.) – ma all’interno delle stesse formazioni sociali, cominciando dalla protezione giuridica della famiglia fondata sul matrimonio (art. 29) Nella stessa linea si pone il Concilio Vaticano II: «principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli» (Gaudium et spes, n. 25). Ancora una volta, la coscienza religiosa, che porta gli uomini a scoprirsi fratelli perché figli del medesimo Padre, non si oppone alla ragione laica, ma la integra e la «purifica».

Principio della partecipazione sussidiaria. Il terzo grande principio da restaurare per risalire la china dell’«inciviltà» è il «principio della partecipazione sussidiaria». Esso è recepito nella nostra Carta repubblicana con l’art. 118: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà». Cioè, le diverse istituzioni dello Stato (salvo alcune funzioni inderogabili di controllo, di coordinamento e di garanzia) non devono sostituirsi alle persone e ai corpi intermedi (famiglia, associazioni, partiti) nello svolgimento delle loro attività, quando sono in grado di agire responsabilmente per proprio conto. L’intervento pubblico sarà temporaneo e mirerà a restituire l’autonomia di azione alle singole entità di livello inferiore. Su questo terzo principio fondamentale la coincidenza con la Dottrina sociale della Chiesa è ancora più evidente, se si pensa che il primo a enunciarlo fu Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno (1931). Oggi tutte le Costituzioni moderne ribadiscono che la famiglia, i mondi vitali, le classi, i Comuni, le Province, le Regioni sono organi naturali della società: lo Stato non li può espropriare della loro responsabilità.

Concludendo: è possibile che cultura laica e ispirazione cristiana, s’incontrino in forma più matura e diano vita a una cultura politica comune condivisa (un «neopersonalismo solidale e responsabile»), in continuità con la Costituzione e con la Dottrina sociale della Chiesa. Non c’è altro modo oggi in Italia di dare un’anima alla politica, di arrestare lo slittamento verso l’«inciviltà» e di gettare le basi di una nuova civiltà dell’amore. Come impegnarsi concretamente?

3. Un’iniziativa nuova di cattolici democratici

Come 60 anni fa, i cattolici democratici sono chiamati a intraprendere un’iniziativa nuova. Non si tratta di creare un partito, ma di realizzare una forma inedita dell’intuizione del popolarismo sturziano. La società civile, cioè, non può rinunciare ad avere un ruolo politico, ma è chiamata a farsi carico dei problemi del Paese, criticare, elaborare progetti, controllarne la realizzazione. In un contesto socio-culturale frammentato da cinquant’anni di profonde lacerazioni ideologiche, come quello italiano, il bipolarismo (a maggior ragione il bipartitismo), rimane per ora solo uno schema teorico. In questa fase di transizione alla democrazia compiuta, «occorrono idee, persone e strumenti politici atti ad ascoltare e a interpretare le attese diffuse; occorre che coloro i quali sono portatori di forti ideali e di solide convinzioni possano essere coerentemente se stessi e possano liberamente agire come persone singole e come gruppi senza doversi affidare a capi carismatici e senza dover ricorrere continuamente a mediazioni al ribasso. La politica ha bisogno oggi soprattutto di verità e di autenticità» (Documento istitutivo dell’Intesa Civica Popolare).

Da qui l’importanza di una iniziativa civica e popolare non alternativa ai partiti, i quali rimangono essenziali nella democrazia; c’è bisogno di una iniziativa culturale e politica complementare, capace di rimettere in circolazione le tante energie deluse o latenti, di stimolare partiti in crisi (come il PD) o vecchi (come l’UDC), aiutandoli ad «andare oltre» gli schemi logori. A questo può servire l’Intesa (siglata a Roma il 28 febbraio 2009), cioè una rete di relazioni tra cittadini di buona volontà di cultura laica e cristiana, desiderosi che nasca in Italia una democrazia compiuta, fondata sui valori della Costituzione e della Dottrina sociale della Chiesa.

È la proposta coraggiosa, tutta da verificare, di una strada finora mai sperimentata, senza alcuna pretesa di esclusività, che si apre alle altre numerose forme di politica dal basso che già esistono. L’intenzione è di collaborare alla ripresa del riformismo in Italia, senza farsi troppe illusioni. Il tentativo può anche fallire, poiché tanti e aggrovigliati sono i nodi da sciogliere, a cominciare dalla propria vita interna: infatti, bisognerà fare chiarezza fin dall’inizio sull’identità culturale e politica dell’Intesa, fissare le regole (trasparenti e democratiche) della sua organizzazione a partire dal basso, esigere una moralità specchiata a tutti, soprattutto alla classe dirigente. Nello stesso tempo, bisognerà confrontarsi con i nodi da sciogliere nella vita esterna, nel Paese. Non basta operare affinché le riforme incombenti (giustizia, federalismo, economia di mercato, Stato sociale, informazione) siano affrontate e risolte in coerenza con i principi fondamentali del personalismo solidale e sussidiario. Questo sforzo poteva essere fatto anche ieri. È indispensabile invece che l’Intesa immetta nella politica italiana un tocco di profezia, leggendone i problemi al futuro, nell’ottica cioè dell’Europa che si unifica e della modernità che si globalizza.

Essere «glo-cali»: questo deve essere l’identikit dei «liberi e forti» di oggi. Uomini e donne capaci di agire nel territorio (in «locale»), ma di pensare in modo aperto (in «globale»); capaci di fare unità nel rispetto della diversità; convinti che la qualità vale più della quantità. Serve poco essere tanti, se si e spenti; è importante invece essere accesi, anche se si è pochi pochi, perché solo chi è acceso può accenderne tanti altri. Il futuro lo creano non i numeri, ma le menti e i cuori. Se questi sono nuovi, sarà nuovo il futuro. Ora, i cristiani sono persone nuove per definizione. Ecco perché, nella difficile transizione del Paese verso la democrazia compiuta, essi oggi sono chiamati a scrivere un capitolo nuovo della storia del cattolicesimo democratico in Italia.

28 aprile 2008

Alberto Monticone: l'attualità politica, i cattolici, Italia Popolare

Relazione del Prof. Alberto Monticone alla Direzione Nazionale di Italia Popolare del 24 aprile 2008

1 - Con queste elezioni politiche si è concluso un periodo storico del nostro Paese, apertosi tra il '92 e il '94 con la crisi del sistema politico, ll tramonto dei partiti tradizionali e le spinte alla revisione costituzionale. Sarebbe tuttavia un grave errore ritenere che si sia giunti finalmente ad un chiarimento istituzionale con il presunto approdo al bipolarismo della rappresentanza e della progettazione politiche. E' finita un'epoca, non se ne è aperta una nuova: gli italiani non hanno scelto nè i rappresentanti nè il sistema, hanno subito ma hanno anche mostrato la fragilità della loro motivazione politica. La domanda posta proprio nel 1994 da Giuseppe Dossetti "Sentinella, a che punto è la notte?" è ancora bruciante e non ha una risposta positiva. Eppure proprio dalla dolorosa constatazione del prevalere di personaggi e progetti politici, che poco hanno a che fare con le ragioni di fondo della Repubblica secondo il patto di cittadinanza stipulato, anzichè impulso al pessimismo ed inerzia viene un pressante invito ad un ritorno al futuro costituzionale e civile.

2 - La scomparsa dal Parlamento di partiti, ma sopratutto di chiari ideali, che hanno fatto la storia democratica dell'Italia contemporanea è un evento di assoluta e preminente gravità, che oscura ogni superficiale compiacimento per la semplificazione della geografia partitica. Certamente vi sono oggi alcuni vantaggi di gestione del Paese, ma sono irrisori al confronto con l'emarginazione della cultura, delle ideologie e dei problemi concreti del Paese.

3 - Il compiacimento di taluni circa la fine delle estreme in Parlamento non tiene conto del fatto che le aspirazioni e le attese, rappresentate  da forze oggi escluse, non possono non essere espresse se non nelle piazze, nelle manifestazioni e nelle battaglie negli ambiti pubblici e sociali. Non abbiamo proprio bisogno di vie extraparlamentari di proposta e di azione politica. Comunque il destino del socialismo e del cattolicesimo democratico, che solo in forme non autonome possono avere una qualche espressione nel bipolarismo all'italiana, non sarà quello perseguito e apparentemente ottenuto con l'attuale legge elettorale: queste due grandi forze, sorrette da una robusta cultura civile e animata da una coerente etica politica, sono ora chiamate a risvegliarsi e a rinnovarsi, distinguendosi dal coro greco cui è stato costretto l'elettorato italiano. 

4 -  Italia Popolare, consapevole che occorre procedere dalle realtà territoriali e locali, in specie dai municipi, secondo il metodo che si è dato sin dal suo sorgere quattro anni fà, deve considerare superata e non più attuabile la proposta di una costituente di centro, che raccolga i progetti e i rappresentanti della classe politica, come di fatto è stato l'esperimento della Rosa Bianca e dell'Unione di Centro. Bisogna rovesciare la piramide, non accontentarsi di attività culturale, non ripiegare su accordi al ribasso, non rinunciare a limpidezza identitaria. Porre a fuoco il primato del radicamento sociale, della formazione di persone e gruppi motivati, dell'impegno del buon governo nel territorio, del bene comune, della scelta per le fasce deboli; questo potrebbe essere l'obiettivo a breve e medio termine, non escludendo anzi ricercando presenza nelle rappresentanze politiche accessibili.

5 - Italia Popolare deve prendere l'iniziativa subito, in contatto e collaborazione con movimenti affini, marginali e locali, (APD, civiche ecc.) e con singoli cittadini, senza alcuna subordinazione o delega, con metodo paritario, federativo e perciò unitario. Per fare questo sono necessarie due cose: uscita pubblica con quanti consentono con noi e revisione radicale di statuto e progetto. Dalla Rosa Bianca siamo già usciti, da "Officina 2007", dobbiamo distinguerci, pur confrontandoci con persone e con progetti. Non possiamo per ora prevedere una organizzazione quale quella di una grande realtà: poche linee e grande elasticità, ma con ben definiti valori, caratteri e condizioni. Non chiudiamo l'ipotesi di un approdo ad un futuro partito diverso da quelli attuali.

6 - Queste elezioni non sono per la fine, ma un forte invito ad un nuovo inizio, facendoci carico di attese che i partiti oggi non possono esaudire.

2 aprile 2008

Da Aggiornamenti Sociali: Padre Sorge riflette sul voto cattolico

In Italia si continua a parlare di «voto cattolico». Occorre dire che si tratta di una terminologia del tutto impropria. Infatti, andare a votare è un dovere laico, come laici sono lo Stato, i partiti e la politica. Ciò detto, è chiaro che i cattolici nell'adempiere il loro dovere civico hanno un contributo proprio da offrire: quel personalismo comunitario ispirato ai valori cristiani che va tradotto in proposte politiche laiche e condivisibili da tutti, da ricercare insieme attraverso il dialogo e secondo le regole democratiche. È quindi sbagliato contrapporre «cattolici» e «laici» in politica, dove non ha senso il confronto confessionale.
In occasione delle prossime elezioni del 13-14 aprile, la questione del «voto cattolico» è tornata alla ribalta soprattutto per due ragioni: la prima, perché in Italia (per la prima volta dopo 15 anni) ci stiamo scrollando di dosso quel «bipolarismo ingessato» che obbligava ad allearsi per forza o con un centro-destra «nazional-populista» o con un centro-sinistra condizionato dalla «sinistra radicale» e che concedeva ai piccoli partiti un peso sproporzionato e un assurdo potere di ricatto; la seconda, perché il dibattito politico oggi tocca alcuni temi etici fondamentali - non «confessionali», ma civili e laici -, ai quali i cattolici sono molto sensibili. Ecco perché, in queste elezioni, il discorso sul «voto cattolico» è tornato di attualità, proprio quando molti cattolici sono più incerti e confusi, di fronte a un quadro politico mutato. Per aiutare a fare un po' di chiarezza, può essere utile richiamare:

1) come è cambiata negli ultimi decenni la questione del «voto cattolico»;

2) le novità del quadro politico che oggi interpellano il «voto cattolico»;

3) i criteri da seguire affinché esso sia coerente e consapevole.

1. Come è cambiata la questione del «voto cattolico»
Quando si parla di «voto cattolico», il pensiero va spontaneamente all'esperienza dell'unità partitica dei cattolici nella DC. In quella prima fase i cattolici dovettero confrontarsi con programmi e partiti, ognuno dei quali ostentava una determinata identità ideologica. Perciò, furono praticamente obbligati a organizzarsi essi stessi in un partito ideologico di chiara identità cristiana per fronteggiare il «pericolo comunista» e per ristabilire - insieme con gli appartenenti ad altre identità politiche - la democrazia in Italia, dopo il ventennio fascista. Gli storici oggi riconoscono unanimemente che il «voto cattolico» fu determinante per la ricostruzione materiale e morale del Paese. Quella prima esperienza rimane, dunque, una prova convincente che è possibile, nella fedeltà di ciascuno alla propria identità, elaborare e attuare insieme - «cattolici» e «laici» - un progetto politico coraggioso e fecondo.
Dopo alti e bassi, la svolta decisiva si ebbe nel 1992, quando la caduta delle ideologie (simboleggiata dal crollo del Muro di Berlino nel 1989) e l'uragano Mani pulite fecero implodere la DC, provocando la diaspora politica dei cattolici. L'eredità democristiana si disperse, con alterne vicende, in cinque rivoli differenti (i cosiddetti «cespugli»), corrispondenti - più o meno - alle correnti interne del vecchio partito: oltre ai Popolari (PPI) di Mino Martinazzoli, eredi diretti del cattolicesimo democratico, nacquero i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri, il Centro Cristiano Democratico (CCD) di Pier Ferdinando Casini, il movimento dei Cristiani Democratici Uniti (CDU) di Rocco Buttiglione, l'Unione Democratica per l'Europa (UDEUR) di Clemente Mastella. Tuttavia, la massa maggiore del «voto cattolico» approdò a lidi diversi, distribuendosi fra tutti i partiti. Da allora in poi il pluralismo politico divenne la condizione normale anche per i cattolici italiani.
L'introduzione del sistema maggioritario uninominale segnò il passaggio alla terza fase del «voto cattolico». Infatti, con il referendum del 1993, il Paese si avviò verso una forma di bipolarismo che avrebbe reso stagnante la vita politica italiana per tre Legislature. Non mancarono, certo, i tentativi di ricostituire il vecchio Centro, ma fallirono uno dopo l'altro: così, nel 1994, abortì il «Centro Popolare» di Mino Martinazzoli e, nel 2001, fallì la «Democrazia Europea» di Sergio D'Antoni, ex segretario generale della CISL.
Quando nel 2005, a fine Legislatura, il Governo Berlusconi varò l'attuale infausta legge elettorale (il c.d. porcellum), la situazione divenne insostenibile: il bipolarismo si trasformò in una gabbia, nella quale il Governo Prodi finì prigioniero. A un tratto però, in modo imprevisto, le cose sono cambiate con la nascita del Partito Democratico (PD). L'immobilismo della politica italiana è stato scosso, dopo che Walter Veltroni, leader del nuovo soggetto politico, ha reso noto che si sarebbe presentato «da solo» alle elezioni anticipate del 2008. Questa scelta del PD ha avuto come effetto non previsto il superamento, per via politica, di quel porcellum che sarebbe dovuto avvenire per via legislativa. Nessuno poteva prevedere che la situazione sarebbe mutata tanto profondamente. Infatti, dopo che Veltroni prese le distanze dalla sinistra massimalista, Berlusconi, a sua volta, spinse i centristi dell'UDC ad allontanarsi; ma, così facendo, trasformò il PdL, nato dalla fusione tra FI e AN, in un partito di destra (aperto addirittura a qualche nostalgico del fascismo). Di conseguenza il PD si è venuto a trovare in mezzo (diciamo pure al «centro») tra la destra di Berlusconi e la sinistra di Bertinotti.
Sta qui la vera mutazione del quadro politico: le coalizioni precedenti di centro-destra (CdL) e di centro-sinistra (Unione) non esistono più; scomparendo, hanno spinto il PdL a destra e all'estremo opposto la Sinistra Arcobaleno; nello stesso tempo, hanno fatto riemergere uno spazio intermedio, che non esisteva più da 15 anni. In questo spazio si sono venuti a trovare sia il PD, di forte tendenza riformista, sia un'altra formazione politica nuova, la Rosa Bianca (RB), presieduta da Savino Pezzotta. A sua volta, l'UDC di Pier Ferdinando Casini, erede del vecchio centro ed estromessa dal PdL, è venuta ad affollare il medesimo spazio. Di fronte a un quadro politico così mutato, era prevedibile che i partiti dell'area centrale tornassero a esercitare un forte richiamo sul «voto cattolico», il quale tendenzialmente ha sempre considerato tale area come il suo luogo naturale.

2. Il «voto cattolico» nel nuovo quadro politico
Ovviamente, alle prossime elezioni, i cattolici - nonostante l'attrattiva che istintivamente provano per il Centro - potranno votare anche per gli altri partiti. Il loro pluralismo politico è ormai un dato acquisito non solo in via di fatto, ma anche in via di principio, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II. Ciò non esonera i cristiani dal dovere di valutare responsabilmente i singoli programmi e di giudicarne la maggiore o minore coerenza con i propri valori ideali e con la dottrina sociale della Chiesa.
Poiché la maggioranza dei partiti che si presentano alle prossime elezioni è già nota a tutti, non è il caso di dedicarvi una ulteriore riflessione. Ci limiteremo perciò a esaminare da vicino le due possibilità che si aprono al centro del panorama politico, capaci di esercitare una particolare attrattiva sul «voto cattolico»:

a) la «rifondazione» di una nuova DC;

b) la scommessa di un nuovo popolarismo nel PD.

a) La «rifondazione» di una nuova DC. - La nascita della Rosa Bianca aveva suscitato un meritato interesse (cfr SORGE B., «Politica italiana: vino nuovo in otri nuovi», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2008] 169 s). Infatti, sulla base della conferenza stampa di Savino Pezzotta (9 febbraio 2008), era apparsa come una vera novità nel panorama politico italiano, grazie al suo programma aperto, al richiamo dei valori costituzionali e dell'ispirazione cristiana, al rigore morale nella scelta dei candidati. Soprattutto essa aveva il pregio di presentarsi come un «movimento federativo civico popolare», cioè come una forza politica laica, aconfessionale e «riformista», attenta a salvaguardare nello stesso tempo i valori dell'umanesimo cristiano e dell'umanesimo laico. «Vogliamo - disse Pezzotta - creare un nuovo spazio politico che aiuti tutti a uscire dal pensiero unico del bipolarismo che si sta trasformando in un bi-leaderismo che ci preoccupa». Quindi, la RB si proponeva di essere una «cosa nuova», diversa dal PdL e dal PD: «Una forza intermedia tra le forze maggiori, [...] utile a stemperare il manicheismo che ha avvelenato la politica italiana». A differenza della «fusione» tra Margherita e DS, da cui era nato il PD con il rischio di sacrificare la propria identità, la RB invece, attraverso la formula della «federazione», avrebbe tutelato le diverse identità dei soggetti fondatori: gli amici del Manifesto di Subiaco, Italia Popolare, Area Popolare Democratica e altri movimenti o associazioni presenti nel territorio.
Purtroppo, la Rosa Bianca è appassita ancor prima di sbocciare, confluendo nell'UDC, ultimo sopravvissuto dei «cespugli» ex democristiani, dopo la scomparsa dell'UDEUR di Mastella. A evitare questo passo falso non è bastato che le trattative snervanti tra la RB e Casini mettessero chiaramente in luce le differenze esistenti tra le due forze politiche:

a) la RB voleva essere una «cosa nuova» e puntava alla «buona politica»; l'UDC invece è una «cosa vecchia»: ha condiviso per 14 anni la politica neo-liberista di Berlusconi, ha sostenuto il Cavaliere nel varo delle leggi ad personam, emanate per tutelare i propri interessi e quelli degli amici; ha approvato la devolution imposta con il ricatto dalla Lega Nord e poi bocciata dal referendum popolare; ha difeso strenuamente il porcellum, impedendo al presidente del Senato Franco Marini di formare un Governo istituzionale che lo modificasse;

b) la RB pensava a un Centro «riformista» e cercava perciò uomini nuovi e puliti; l'UDC invece pensa a rifondare un Centro «democristiano» e ricicla vecchi uomini di potere e personaggi inaffidabili, incappati nelle maglie della giustizia.
Perciò, la decisione di formare una lista unica con Casini e di avviare con l'UDC un processo costituente ha deluso profondamente quanti avevano salutato con speranza l'iniziativa di Pezzotta. Si è perduta un'occasione preziosa di dare vita a una esperienza nuova, gravida di futuro.

b) La scommessa di un nuovo popolarismo nel PD. - A questo punto, l'unica vera novità del quadro politico rimane il PD. Veltroni - nonostante le ombre che rimangono (cfr SORGE B., «Anno nuovo, politica nuova?», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2008] 5 s.) - è riuscito a trasmettere il senso del «nuovo» con una serie di decisioni: ha proposto di «andare da solo» alle elezioni, spiazzando tutti; ha rinnovato la lista dei candidati, favorendo la presenza di giovani (egli stesso si è messo simbolicamente in tre casi al secondo posto dopo di loro) e mandando a casa quelli con tre Legislature alle spalle, compresi personaggi eccellenti, ritenuti intoccabili; ha escluso quanti avessero pendenze giudiziarie; ha difeso la natura plurale del nuovo soggetto politico, aprendolo a «cattolici» e a «laici», a imprenditori e a operai, a uomini di cultura e a rappresentanti delle differenti categorie sociali. Il risultato è stato che, nelle liste del PD: 190 candidati hanno meno di 40 anni; 134 parlamentari eletti nel 2006 non sono stati ricandidati; le donne sono 379 (42% del totale); circa metà dei candidati non proviene dalle file dei DS e della Margherita (cfr la Repubblica, 6 marzo 2008, p. 10). Così facendo, Veltroni ha guadagnato visibilità, credibilità e consensi, tanto da accorciare significativamente in poche settimane - stando ai sondaggi - il largo svantaggio con cui era partito nei confronti di Berlusconi, che ha ricandidato l'80% dei suoi parlamentari uscenti.
Non tutto, però, è filato liscio. Rimangono tuttora difficili da comprendere e da digerire alcune scelte, che, pur essendo spiegabili in linea di principio, appaiono un errore da un punto di vista politico. Prima fra tutte l'inserimento di nove radicali nelle liste del PD. È stata una mossa che ha provocato sconcerto specialmente tra i cattolici, anche tra quelli che vedono con simpatia l'iniziativa di Veltroni. La levata di scudi contro l'ingresso dei radicali nel PD non è dovuta - come qualcuno ha detto - a paura o a rifiuto del dialogo. Essa nasce soprattutto dalla preoccupazione non solo per la perdita di credibilità, ma soprattutto per il rischio di introdurre elementi di frammentazione e di ingovernabilità. Infatti, il PD si era guadagnato la fiducia degli elettori, proprio grazie alla «novità» di «andare da solo» alle elezioni. Dove va a finire questa «novità» se, dopo avere già stretto un accordo con l'Italia dei Valori, ora si imbarcano anche i radicali, di cui è nota la cocciutaggine nel portare avanti le loro battaglie ideologiche? Non si rischia di far rientrare dalla finestra la frammentazione politica che si voleva lasciare fuori dalla porta? Quale sarà il prezzo elettorale? È eloquente che, dopo lo scontro con Pannella, in «sciopero della sete» per rivendicare ai radicali un posto migliore in lista, il PD ha avuto nei sondaggi un calo di consensi dell'1% (cfr la Repubblica, 6 marzo 2008, 11).
Da un punto di vista politico, l'ingresso dei radicali appare dunque un errore, sebbene formalmente non sia stata stipulata un'alleanza con il partito radicale. Infatti, i nove candidati accolti nelle liste del PD, opportunamente selezionati, hanno rinunciato al loro simbolo, hanno sottoscritto il programma del PD, accettandone implicitamente il Manifesto dei Valori e il Codice Etico. Tuttavia rimane il dubbio sulla tenuta di questa adesione, dato che la cultura individualistica e libertaria dei radicali non è conciliabile con la cultura personalistica e solidale che sta alla origine del PD. Certo, qualora la sfida di Veltroni dovesse riuscire e i radicali finissero davvero con l'accettare la cultura del dialogo e della mediazione, sarebbe un evento di grande importanza per la democrazia nel nostro Paese. A noi, però, questa pare una ipotesi senza fondamento, una utopia.
Rimane la spiegazione che, sul piano teorico, Veltroni ha voluto dare della scelta compiuta. Essa - ha detto il 27 febbraio 2008 al convegno dei cattolici nel PD - fa parte della scommessa del PD: «Portare con sé, nella sua stessa identità, due idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più ideologica». E ha chiosato: «La politica è questo. È lo spazio della convivenza con altri che hanno diversi valori etici. Ed è tentativo di argomentare e convincere gli altri della bontà di un'idea, di una proposta, di una scelta. È ricerca comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti. Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce a registrazione dei rapporti di forza numerici». Questo discorso è certamente vero per quanto riguarda la «politica» in generale; è meno perspicuo, se riferito a un unico partito. Bisognerebbe rifarsi alla lezione di don Sturzo, il quale auspicava la nascita di un'area popolare democratica, in cui i diversi riformisti potessero convergere, a condizione che condividessero non solo il programma, ma soprattutto l'ethos a cui esso si ispira.

3. Criteri per un «voto cattolico» coerente e consapevole
I rischi e le contraddizioni del nuovo quadro politico, però, non devono indurre a cedere alla tentazione dell'assenteismo. Anzi, i cattolici devono essere consapevoli che le prossime elezioni offrono una occasione propizia per ripensare il loro ruolo. Il mutato contesto li pone di fronte a un bivio: o ritentare l'esperienza già superata di una «nuova» DC o accettare la sfida di un popolarismo maturo. Come orientarsi? Anzitutto, occorre tenere presente che nessun partito è legittimato a presentarsi come il «partito dei cattolici». Chi lo fa, sa di barare. Infatti - ribadisce il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa - «il cristiano non può trovare un partito pienamente rispondente alle esigenze etiche che nascono dalla fede e dall'appartenenza alla Chiesa: la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica» (n. 573). Il discernimento da compiere riguarda, dunque, la maggiore o minore convergenza del programma, dei valori ispiratori e dei profili dei candidati con la visione cristiana e con l'insegnamento sociale della Chiesa.
Ora, l'emergenza in cui versa l'Italia e la sua appartenenza all'Europa obbligano di fatto i diversi partiti a elaborare programmi più o meno simili, fino al punto che i contendenti si accusano di copiare l'uno il programma dell'altro. In questa situazione, occorre fare attenzione soprattutto alla filosofia politica a cui i partiti si ispirano. Le apparenti somiglianze in realtà si rifanno spesso a premesse antropologiche diverse, che conferiscono un diverso significato al programma preso nel suo complesso. Nonostante tutti dicano di rifarsi ai principi della Costituzione, tuttavia la lettura che alcuni ne fanno in chiave individualistica e utilitaristica è molto diversa da quella fatta in chiave solidale, con ricadute operative divergenti. Il neo-liberismo è agli antipodi del personalismo comunitario. Per meritare il «voto cattolico», non basta dunque la difesa dell'uno o dell'altro valore «non negoziabile», magari intestandogli una lista; occorre che siano garantiti tutti gli altri diritti e doveri che costituiscono la sostanza della vita democratica. In questa ottica, è decisiva la scelta dei candidati. Ma ora che il porcellum ha eliminato il voto di preferenza, è importante guardare soprattutto all'affidabilità politica e all'onestà morale dei leader, che hanno dato la loro impronta alle liste.
La situazione, dunque, si presenta complessa e difficile. Certo è un grave dovere morale partecipare al voto. Ma questo non basta. Come suggerisce il documento finale della Conferenza Episcopale Italiana con le conclusioni del Convegno ecclesiale di Verona (n. 26), occorre che la comunità cristiana si impegni in una nuova stagione formativa. Si avverte urgente il bisogno di assistere spiritualmente e culturalmente i fedeli laici che oggi, nella società pluralistica e secolarizzata, sono chiamati a coinvolgersi in forme nuove e coraggiose di impegno politico e sociale.

25 marzo 2008

Gerardo Bianco: «Per la prima volta non farò la campagna elettorale»

Intervista rilasciata al "Corriere Irpinia" il 12 marzo 2008

Onorevole Bianco, De Mita ha detto ieri ad Avellino di non aver posto alcun veto sul suo nome.
«Il problema non esiste perchè avevo già dichiarato di non essere candidato».
E quindi?
«Da questo punto di vista è stata corretta la precisazione di Casini: “Bianco non voleva essere candidato”. Io avevo chiesto la possibilità di indicare per la campagna due candidati, il sindaco di Morra Capozza, capo della segreteria politica quando ero segretario nel Ppi, e Giandonato Giordano. L’accordo era che andasse al quarto posto alla Camera Capozza».
E invece come è andata?
«Questa proposta rappresentava una forma di partecipazione alla campagna elettorale, ma Cesa mi ha detto che era stato posto un veto. In più aggiungo che il posto di Capozza è stato occupato dal nipote di De Mita».
Ne è sicuro?
«Certo e aggiungo una seconda questione: in una lettera inviata da Casini a Pezzotta, il presidente dell’Udc diceva di aver demandato a De Mita di comporre le liste in Campania in concomitanza con l’Udc».
Si spieghi.
«La formula era questa: a De Mita è stato dato un trattamento paritario con l’Udc in questa regione. A quel punto io ho lavorato ad Avellino, mi auguravo che De Mita ci coinvolgesse, invece ci ha ricambiato con il veto».
Lo dice con una sicurezza estrema.
«Ripeto stamane (ieri per chi legge) ho parlato con Casini che mi ha detto di non essere al corrente della mia richiesta di rappresentanza. Avevano il dovere di chiamarmi invece si è materializzata un’idea di autosufficienza».
Insomma, non l’hanno presa in considerazione.
«Hanno pensato che Bianco non conta un cavolo».
Esautorato da ogni ruolo politico.
«Tutto questo è triste. La realtà è che l’idea del Centro andava curata insieme, non è un problema solo di candidature. Questi che sono usciti dal Pd si sono gettati solo a formare le liste, era l’unica cosa che gli andava a genio».
Dica la verità: non ha mai pensato di candidarsi a “Campania 1”?
«Per quanto riguarda la mia persona, gli amici della Rosa Bianca hanno detto agli esponenti di Casini che trattavano le liste, che ci poteva essere una mia disponibilità per una candidatura in quella circoscrizione, o almeno così mi hanno raccontato. Se fosse stato necessario non avrei detto di “no”. Poi sono stato zitto su questa vicenda per capire dove si andava a parare».
E così è saltato tutto..
«Ma le ripeto, c’è un altro problema: hanno ritenuto che la mia presenza politica non fosse necessaria. L’idea che avevo in mente era chiudere alla grande: uscire di scena e mettere in lista una persona che rappresentava la mia linea politica. Non sono stato preso in considerazione».
Con Casini ha un rapporto datato, adesso..
«Sapevo bene che c’erano dei limiti. Nell’Udc aleggiano virus dell’alleanza a destra, e bisognava fare qualcosa di nuovo. E hanno ignorato il mio ruolo politico. Sia la Rosa Bianca, sia gli uomini di Casini, sia altri locali, hanno ritenuto che non dovessi averlo, proprio io che ho coltivato in Campania l'idea di un centro autonomo tra i due schieramenti, proprio io che ci ho lavorato, ho promosso convegni, vengo esscluso. Davvero non lo capisco».
Si aspettava che De Mita non la chiamasse?
«No, nel modo più assoluto. Aspettavo che mi chiamasse per dire: “io voglio fare questo, tu che ruolo vuoi giocare?” Devo trarre la conclusione che mi ritiene di non essere in grado di saper giocare nessuna funzione. A questo punto, se è così, me ne starò a casa e non farò campagna elettorale. Sarà la prima volta, e nei prossimi giorni verrò ad Avellino a chiarire la situazione».
Intanto finisce la sua esperienza nella Rosa.
«La Rosa Bianca è esaurita: d’altro canto era costituita da tre persone, Tabacci, Baccini e Pezzotta, a cui avevamo dato come Italia Popolare un’adesione e loro l’hanno giocata senza consegnare una dimensione politica al progetto. Quello che non è esaurito è la costruzione di Centro. Non abbandono di certo la politica..».
E da dove riparte?
«Ce la giochiamo in proprio, con la rete di Italia Popolare e spero che nel futuro, con chiarezza di idee e metodi diversi, di costruire qualcosa di diverso dall’Udc».
Un’ultima cosa. Anche Gargani fuori dai giochi. E’ il tramonto degli ex Dc?
«Gargani fa bene il parlamentare europeo. Piuttosto aspettiamo da lui un chiarimento di indirizzo politico perchè sta male in quel partito. Lo aspettiamo, diciamo, anche ad un chiarimento con se stesso. Sarebbe benvenuto in un’area di Centro. Ecco dovrebbe ritrovare l’anima popolare».

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