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19 agosto 2009

Sturzo: Gerardo Bianco, Per Lui Impegno Politico Esigeva Verita'

(ASCA) - Roma, 7 ago - ''In un mondo politico, come quello di oggi, in cui si gioca una partita senza ormai piu' riferimenti culturali, si sente forte la mancanza della lezione che proviene dal popolarismo sturziano''. Gerardo Bianco, democristiano di lunga data ed erede del pensiero del grande sacerdote e politico siciliano, nel ricordare Don Luigi Sturzo a cinquant'anni dalla scomparsa non ha dubbi: ''Con lo scioglimento del Ppi si consumo' il definitivo tradimento dell'ideale sturziano e scomparve per sempre un partito che fosse in grado di interpretare in maniera coerente il suo pensiero. E le conseguenze negative di quell'operazione si stanno scontando tutte''. Conversando con l'Asca, Bianco ricorda innanzitutto lo Sturzo del 1919, ''quando fondo' il Partito popolare che ebbe il merito storico di offrire ai cattolici l'opportunita' di avere una propria voce autonoma in politica''. E quanto alle accuse rivolte al prete di Caltagirone circa il fatto che quel suo partito era 'aconfessionale' solo sulla carta, rispondendo in realta' sempre ai richiami del Vaticano, Bianco le respinge al mittente: ''Sturzo, in realta' - sottolinea - risolse brillantemente quello che poteva divenire un potenziale conflitto, attraverso una mediazione che comunque garanti' la nascita e la crescita di un movimento politico cattolico che avrebbe avuto un ruolo di straordinaria importanza nel progresso anche civile e sociale del Paese''. Ma all'ex segretario del Ppi (lo guido' fra il 1995 ed il 1998), rinato dopo la fine della Democrazia cristiana, piace sottolineare due aspetti forse meno conosciuti che emergono dalla ''straordinaria miniera'' rappresentata dagli scritti di Sturzo. ''In primo luogo - spiega Bianco - egli diede grande attenzione a quello che oggi chiameremmo il problema della globalizzazione. All'indomani infatti del fallimento della Societa' delle Nazioni, e nella prospettiva di una Onu che all'inizio non sembrava potesse svolgere un ruolo importante sullo scenario internazionale, egli si pose infatti la questione di come superare i confini nazionali nell'elaborazione di proposte in grado di favorire lo sviluppo e la crescita dei popoli''. Un altro fronte sul quale Sturzo dispiego' ampiamente il suo pensiero fu poi quello - peraltro straordinariamente attuale - del rapporto fra etica privata ed etica pubblica. ''Quasi profeticamente e con assoluta intransigenza - rileva Gerardo Bianco - egli, nel corso di un lungo e poco conosciuto carteggio con il fratello, poneva l'accento sulla questione della verita' nella vita pubblica. Affermando, senza mezzi termini, che l'azione politica - in particolar modo quella dei cattolici - non poteva ammettere menzogne''. Le considerazioni dell'intellettuale democristiano si chiudono con un rammarico: ''Dopo i testi di Gabriele De Rosa, che ha rivelato i terreni piu' nascosti del pensiero sturziano - tiene a sottolineare Gerardo Bianco - si sente oggi la mancanza di studiosi che proseguano nell'approfondimento dell'opera del grande siciliano. Chissa' - si augura - che questo cinquantenario non risvegli il giusto interesse verso la sua straordinaria figura''.

16 gennaio 2009

La proporzionale risorgerà

di don Luigi Sturzo
in "Rivoluzione Liberale" , anno IV, n. 5, 1 febbraio 1925

Era necessaria una testa di turco, perché borghesia, reazione, fascismo avessero trovato su chi sfogare il loro malcontento per un reale intervento delle masse popolari nella vita politica e per una loro migliore partecipazione alla vita economica della nazione. E la testa di turco fu la proporzionale, dannata ad bestias, - prima che Mussolini passasse da proporzionalista a maggioritario, e da maggioritario a uninominalista, - dalla vecchia tradizione italiana liberaldemocratica. Questa in fondo era ed è in gran parte dei suoi superstiti, sia di destra che di sinistra, conservatrice; e mal tollerò il suffragio universale dato da Giolitti in una giornata di malumore, e approvato da quella stessa Camera che poco prima avena fatto il niffolo al divo Luzzatti, che voleva elargire un suffragio universale, ma a scartamento ridotto. Veramente, in fondo in fondo, l'elemento reazionario nostrano (pentito del fallo) avrebbe voluto colpire il suffragio universale; ma purtroppo si trovava di fronte ad un pericolo: - la sensibilità delle masse, che ormai hanno acquisito questo loro diritto; - e allora la proporzionale, - la quale incanala le forze democratiche e valorizza il suffragio universale, come quella che naturalmente completa lo stesso suffragio universale, - ne ha subito tutte le conseguenze, almeno per ora! Quando manca la proporzionale, i partiti, per essere una adeguata espressione politica della coscienza delle masse, debbono ricorrere alla coalizione o alla semplificazione. Ma questi non sono e non possono essere dei fatti arbitrari o improvvisati, sono invece un prodotto di lunghi processi e di sviluppi di vita costituzionale, che per altro non possono essere uguali in tutti i paesi. In Inghilterra finché la lotta si imperniava su i due partiti storici tradizionali, messi sull'identico piano del regime monarchico costituzionale, senza futurismi o passatismi, era evidente che non potesse esistere una qualsiasi proporzionale, che si sarebbe risolta nella più o meno identica proporzione di seggi nella divisione dei due partiti: uno il vincente l'altro il soccombente. Oggi che è penetrato in forma stabile un terzo partito (il laburista) fa capolino e si va affermando la tendenza proporzionalista, applicata di già nel Libero Stato d'Irlanda, e caldeggiata dalla Proportional Representation Society che ha per segretario ed apostolo il noto Humphrey, proporzionalista puro. Ancora non può dirsi che il proporzionalismo faccia molta strada in Inghilterra; e ciò per una salda concezione del passato, e una quasi fatale convinzione che in Inghilterra non può farsi politica seria se non con due partiti soli: uno dei tre deve scomparire. Quale? I laburisti sono sicuri (ed hanno larga adesione di masse) che essi sono definitivamente entrati nel ruolo dei due primi partiti; e che quindi entreranno costantemente nell'alternativa del potere. L'altro oggi è il Conservatore: ma molti ricordano il 1906, quando i liberali ottennero un trionfo maggiore di quello avuto dai conservatori nell'ottobre scorso. Ma quale esso sia il prossimo sviluppo dei partiti in Inghilterra, o la riduzione a due ovvero la stabilizzazione a tre con sfaldamenti alle ala; è certo che nel primo caso la proporzionale è superflea e inapplicabile; e nel secondo caso, si imporrà quando gl'inglesi si persuaderanno (ci vuole un pò di tempo data la mentalità inglese) che il vecchio giuoco dei due partiti è completamente esaurito. L'altra forma di correggere il suffragio universale senza ricorrere alla proporzionale, è la coalizione elettorale: un tipo costante di ciò, attraverso le varie modifiche della legge elettorale, si è avuto in Francia sia prima che dopo la guerra. Non si può paragonare al tipo italiano che ebbe voga col suffragio ristretto quando si promossero le coalizioni dei così detti "partiti popolari" dopo le reazioni di Rudinì e di Pelloux. La coalizione elettorale però ha un carattere transitorio e una formazione variabile: e, in confronto all'organizzazione dei partiti all'inglese, è una forma inferiore di vita politica, che obbliga i partiti ai compromessi, per i quali essi partiti restano inquinati di molti elementi marginali assai impuri. Comunque sia adempiono ad una funzione importante le coalizioni, quando rappresentano in sintesi il pro e contro di una determinata situazione politica; e la possono esprimere in blocchi antitetici: - si arriva così, attraverso una temporanea formazione, alla caratteristica dei due partiti, base della vecchia concezione borghese-parlamentare. Ma come l'Inghilterra ha sentito tardivamente e in forma possibilista l'avvento del terzo partito di masse, il Lavoro, che ha fatto l'effetto del terzo incomodo; così nella vita parlamentare continentale, prima o poi, dal poco al molto, con varie caratteristiche, si è introdotto il partito socialista (oggi anche diviso e frazionato) che presentatosi come anti-borghese, è finito in regime di coalizione, a divenire un elemento integrante nella lotta dei partiti costituzionali democratici contro i partiti reazionarii. Fino a che l'acclimatazione del socialismo nell'ambiente parlamentare non era avvenuto, la caratteristica rivoluzionaria era la prevalente e la pregiudiziale. Quando invece, non ostante la pregiudiziale rivoluzionaria, l'avvicinamento possibilista poté realizzarsi, questo é finito a dare anche una base alle coalizioni elettorali e parlamentari in quasi tutti gli Stati europei. Questo elemento (il socialista) e l'altro elemento di carattere pure generale e organizzativo (il democratico cristiano o cristiano sociale, o popolare) fecero precipitare la soluzione proporzionalista, perché moltiplicarono i partiti e diedero la maggiore spinta possibile all'intervento delle classi lavoratrici nella politica. Là dove la proporzionale non ebbe favore, come in Francia, si fu obbligati ad accentuare il tipo di coalizione elettorale. Però in questo caso, il terreno politico viene notevolmente spostato e messo su due piani differenti: da un lato coloro (liberali, democratici, radicali, popolari, ecc.) che pur ammettendo il progresso legislativo e istituzionale, si trovano concordi sul terreno dello Stato costituzionale rappresentativo; - e coloro (socialisti delle varie gradazioni) che si trovano sul terreno costituzionale come sopra un terreno tattico di battaglia per un ulteriore sviluppo rivoluzionario. Che dire se poi su questo terreno così alterato si affaccia un altro nuovo partito, per esempio il fascismo, che accetta il metodo rivoluzionario per attuare un piano reazionario e autocratico? Le coalizioni fra questi elementi così disperati e discordi rappresentano un compromesso oltre che politico, morale, che fa ritornare la vita politica ad una precipua valutazione di forza e di correnti, e ad una lotta di capitani e di seguaci. Ecco perché nei popoli a struttura politica complessa, è necessario un regime elettorale che lasci al suffragio universale, la limpidezza della sua caratteristica e l'influsso della sua dinamica, e insieme dia la possibilità di un incanalamento delle varie forze discordi, su risultanti politiche, rispondenti a diffusi stati di coscienza, di cultura e di interessi. Di qui la necessità della proporzionale ormai comune in tutta l'Europa Centrale. Anche la vita politica ha le sue leggi naturali, che non possono superarsi; perché la vita politica è una delle faccie sintetiche della vita sociale dei popoli. Non è possibile, dato il suffragio universale, che la massa di un popolo non cerchi di affrancare la propria autonomia da soggezioni politiche ed economiche, e avere una propria personale espressione. Sia essa l'alternativa dei due partiti; o la coalizione dei più partiti; o la rappresentanza proporzionale dei molti partiti, risponde più o meno parzialmente alla necessità di organizzazione del suffragio universale. Però è ben da notare che se è superato lo stadio dei due partiti, non è più possibile vi si possa ritornare a volontà o coattivamente; come è innaturale che trovata la via della proporzionale, vi si rinunzi per cadere in quella delle coalizioni.La violentazione della coscienza collettiva, può avvenire, come ogni altro tormento morale: - ma una volta ottenuta una conquista, non è più possibile rinunciarvi. Fornirà perciò nuovo argomento di lotta; questa potrà durare più o meno a lungo e (cosa normale nella storia) coloro che oggi hanno voluto seppellire la proporzionale la invocheranno a loro salvezza.

Londra, 18 / 1 / 25. - 6° anniversario del P. P. I.

16 gennaio 2009

don Luigi Sturzo: 1919-2009 novant'anni dalla fondazione del primo Partito Popolare Italiano

 

Don Luigi Sturzo
 Don Luigi Sturzo visto con gli occhi dei giovani.




permalink | inviato da AGORA'popolare il 16/1/2009 alle 0:0 | Versione per la stampa

25 luglio 2008

La città: alle radici della proposta municipalista dei popolari

In un'epoca difficile per la politica italiana si sente la necessità di proposte forti dal punto di vista politico ed istituzionale. A idee federaliste disaggreganti occorre contrapporre proposte forti radicate nella cultura del paese e nei principi della Costituzione: in una fase costituente come quella di INCIPIT (Intesa Civica Popolare Italiana) occorre rilanciare con forza un autentico municipalismo che guarda alla struttura dell'Italia a partire da quella "prima linea" rappresentata dai comuni. Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, padre costituente, ci fornisce l'idea di città che sta al cuore del municipalismo di ispirazione cristiana. Riscoprire queste radici, come ci insegna Alberto Monticone, significa impegnarsi in un progetto ben lontano da operazioni di basso profilo, meramente elettoralistiche o peggio legate alla "transumanza" di classe dirigente.

La crisi ed il ruolo delle città


Signori Rappresentanti dei Comuni d'Europa,
vi dirò subito: sono venuto volentieri per portarvi il saluto cordiale e augurale di Firenze: sono venuto per rendere testimonianza alla validità di un movimento -come il vostro- che si radica profondamente nella storia contemporanea e che è destinato a portare frutti preziosi di perfezionamento, d'elevazione, d'unità e di pace non solo fra le Nazioni dell'Europa ma fra le Nazioni del mondo intero.
E le ragioni della validità storica di questo movimento e della sua capacità di fruttificazione per il bene dei popoli diventano tutti i giorni più evidenti e meritano d'essere sempre più illustrate e diffuse.
Quali queste ragioni? La risposta è facile: fra tutte possiamo sceglierne alcune che sono essenziali per la luce che proiettano sulla crisi della storia presente.
Signori, vi chiedo: una delle cause fondamentali di questa crisi -una crisi che tocca le concezioni basilari della persona umana, della società umana, della storia umana- non sta forse nella crisi della città?
Crisi di sradicamento, come è stato giustamente detto: sradicamento della persona dalla città, da cui la persona trae perfezione e misura!
Perché la persona umana è in qualche modo definita dalla città in cui si radica: come la pianta dal suo campo.
La città con le sue misure, il suo tempio, le sue case, le sue strade, le sue piazze, le sue officine, le sue scuole, rientra in qualche modo nella definizione dell'uomo!
Sradicate l'uomo da questo suolo che l'alimenta e lo perfeziona: che avrete? La crisi della storia presente è in gran parte contenuta in questa domanda veramente drammatica.
Signori, non esageriamo dicendo così: del resto l'attenzione viva con cui la cultura più recente e più qualificata si volge verso la città per scrutarne il mistero ed il valore, è un documento certo della nostra tesi: se c'è una chiave che apre la porta della crisi presente e che ne disserra le cause, questa chiave è la città: chiave religiosa, culturale, sociale, economica: perché nella «riedificazione» della città –nell’ordine, nella misura e nella bellezza di cui l'Evangelo la fa ricca- sta il segreto della soluzione della crisi storica d'oggi e l'alba della storia di domani.
Ebbene, una cosa è innegabile: che in questo processo storico di riedificazione della città, in questo nuovo radicamento dell'uomo nella sua casa grande (come la città è stata suggestivamente definita da Leon Battista Alberti) la parte che spetta alle città è veramente basilare.
Il perché, lo intuite, signori; perché le città d'Europa sono germogliate sotto l'impulso d'una sola forza vitale, d'una sola ispirazione vitale: la forza creatrice e l'ispirazione creatrice della grazia seminate largamente su tutto lo spazio del nostro continente! '
Ecco perché le nostre città in qualche modo si somigliano tutte: hanno tutte, pure nell'essenziale diversità del loro volto, una misura comune e una bellezza comune, misura come sono sulla vocazione insieme terrestre e celeste, umana e divina della persona! Città che sono pertanto edificate secondo la misura dell'uomo: centrate sulla cattedrale, radicate nella bottega, accomunate dalle piazze: vera casa grande dell'uomo: espressione architettonica, religiosa, sociale, culturale, economica, della comunione che unisce gli uomini gli uni agli altri ne fa una famiglia operosa di fratelli. Multi unum corpus sumus! Città-misura: ecco che cosa sono le città d'Europa: e la loro vocazione permanente sta proprio in questa misura preziosa che sono destinate a diffondere su tutti i continenti e a tramandare ai secoli futuri e alle generazioni future.
Signori, chi non vede che tutte le nostre città (città segnate dallo stesso cristiano sigillo, città-cattedrali, città-misura) sono città sorelle, membri d'una sola famiglia, elementi essenziali di una identica tradizione?
Germogliate -per così dire- sullo stesso spazio, sotto l'impulso della stessa fede, dello stesso pensiero, della stessa speranza, d'un solo amore?
Perché s'indugia oltre nel renderle parti vive d'una sola unità sociale e politica?
Unità organica, si capisce, non dissolvitrice, ma potenziatrice di questi valori preziosi che sono le perle di cui è formata la collana dell'Europa e del mondo.
Unità creatrice di pace e di civiltà: che vuole spargere ancora questa pace e questa civiltà come già nei suoi tempi migliori, su tutto lo spazio della terra: ad occidente come ad oriente, al settentrione come al mezzogiorno!
Ecco, signori, alcune delle ragioni essenziali che danno valore crescente al vostro movimento. È un movimento che viene dal basso, come si dice, che sale dalle radici: un movimento che ha somiglianze sorprendenti col movimento creatore dei comuni che affiorò in Europa nell'alba del secondo millennio.
In quest'alba remota del terzo millennio, sono ancora i comuni d'Europa -di questa misteriosa e indistruttibile Europa, seminata di grazia e di bellezza, centro spirituale e geografico del mondo- che sotto l'impulso (qualche volta anomino ma più spesso definito) della stessa ispirazione cristiana, tornano a ridisegnare le linee essenziali della storia futura.
E come nell'alba del secondo millennio il pilotaggio storico fu affidato alle.città-cattedrali d'Europa, così in quest'alba remota del terzo millennio sono ancora le città-cattedrali d'Europa che danno orientamento e definizione alla storia del mondo.
Signori, a noi non resta che prendere sempre più coscienza della validità storica del nostro movimento e procedere, senza incertezze con l'aiuto di Dio, all'opera d'edificazione cui siamo stati chiamati.
Le difficoltà e le incomprensioni non mancheranno, ma questa edificazione di pace, di bellezza, di spiritualità, di fratellanza, sarà certamente compiuta.
Ut aedificentur muri Jerusalem!

Giorgio La Pira, Assemblea dei comuni d'Europa, Venezia 20 ottobre 1954


Per conoscere alcuni aspetti della grande figura di La Pira è possibile visionare la puntata de "La storia siamo noi" di Minoli a lui dedicata: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=411

24 luglio 2008

L'idea di Stato per un popolare

Nella fase di costruzione di INCIPIT, l'"Intesa Civica Popolare Italiana" come rispondere a chi chiede quale idea di Stato ha un suo sostenitore? Appare opportuno riferirsi alle parole di don Luigi Sturzo:

 «Siamo sorti a combattere lo Stato e lo Stato panteista del liberalismo e della democrazia; combattiamo anche lo Stato quale primo etico, e il concetto assoluto della nazione panteista o deificata che è lo stesso; per noi lo Stato è la società organizzata politicamente per raggiungere i fini specifici; esso non sopprime, non annulla, non crea i diritti naturali dell’uomo, della famiglia, della classe, dei comuni, della religione; soltanto li riconosce, li tutela, li coordina, nei limiti della propria funzione politica. Per noi lo Stato non è il primo etico, non crea l’etica: la traduce in legge e le dà forza sociale. Per noi lo Stato non è la libertà, non è al di sopra della libertà; la riconosce e ne coordina e limita l’uso, perché non degeneri in licenza. Per noi lo Stato non è religione: la rispetta, ne tutela l’uso dei diritti esterni e pubblici. Per noi la nazione non è un ente spirituale assorbente la vita dei singoli: è il complesso storico di un popolo uno, che agisce nella solidarietà della sua attività, e che sviluppa le sue energie negli organismi nei quali ogni nazione civile è ordinata».

don Luigi Sturzo, Congresso di Torino del Ppi, 1923

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